Perché il Sulcis dice ancora no alla maxi fabbrica bellica

di Maria Lucia Andria, Iglesias (Sulcis Iglesiente)
Il ministero dell’Ambiente dà l’ok al potenziamento del sito Rwm. Cresce il fronte critico sull’economia di guerra
February 24, 2026
Perché il Sulcis dice ancora no alla maxi fabbrica bellica
La decisione è arrivata da Roma e mette fine allo stallo istituzionale che aveva lasciato sospeso il futuro della fabbrica di armi di Domusnovas, in Sardegna. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha approvato la Valutazione di Impatto Ambientale relativa ai lavori di ampliamento già realizzati nel sito di Rwm Italia, controllato dal gruppo tedesco Rheinmetall. Il provvedimento attua la sentenza del Tar del 17 ottobre 2025, che aveva rilevato la mancata conclusione dell’iter da parte della Regione Sardegna, e rende ora pienamente operativo l’impianto.
Soddisfatto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. «Il via libera rappresenta un passaggio decisivo per il rilancio dell'area del Sulcis – ha dichiarato –. Ora massimo impegno per lo sviluppo produttivo e occupazionale. Il provvedimento permette di superare un periodo di incertezza e di garantire la piena continuità produttiva del sito, aprendo un nuovo percorso di rilancio industriale che porterà, raggiunta la piena operatività, alla stabilizzazione di centinaia di lavoratori e a nuovi posti di lavoro». Dal territorio arriva una lettura istituzionale e prudente. «Il provvedimento è di natura tecnica e si fonda su un’istruttoria portata avanti dalla Regione – osserva il sindaco di Iglesias, Mauro Usai –. La produzione riprenderà. Prendiamo atto della decisione: non spetta a me giudicarne la bontà, evidentemente il quadro normativo lo consente».
La Regione Sardegna, interpellata, non ha rilasciato dichiarazioni. Se sul piano amministrativo il capitolo si chiude, su quello giuridico e politico la partita resta aperta. «Non finisce qui – afferma Andrea Pubusa, l’avvocato dei comitati ambientalisti e pacifisti sardi –. Le associazioni, che hanno già ottenuto un pronunciamento favorevole, facendo valere i vincoli ambientali e idrogeologici, presenteranno un nuovo ricorso al Tar Sardegna per chiedere l’annullamento del provvedimento del commissario ad acta. Faremo valere la carenza istruttoria come vizio dell’atto amministrativo».
Il progetto prevede un piano di investimenti da 140 milioni di euro e l’assunzione di altri 200 addetti. Il fronte ambientalista pronto a un nuovo ricorso al Tar. La Chiesa locale: «No alla distruzione di vite e territori» 
Il contenzioso, dunque, si riapre nelle aule di giustizia. Sul piano etico ed ecclesiale il dissenso resta netto. «Le armi non sono la soluzione: non risolvono i conflitti, non rafforzano le economie, non garantiscono sicurezza. Distruggono vite, territori, clima e dignità» afferma don Antonio Mura, responsabile dell’Ufficio Pastorale per i Problemi Sociali e il Lavoro della diocesi di Iglesias. «Papa Leone XIV, nel Messaggio per la 59ª Giornata Mondiale della Pace, ci mette in guardia: quando la pace viene considerata un ideale lontano si finisce per non ritenere più scandaloso negarla, fino ad arrivare a fare la guerra in nome della pace. È una deriva culturale che non possiamo accettare».
Duro anche il giudizio del Comitato Riconversione RWM / Warfree - Lìberu de sa gherra. «È l’ennesimo macroscopico errore del Governo – dichiarano Cinzia Guaita e Arnaldo Scarpa –. Anziché lavorare per la pace e per il bene comune, si rafforza l’economia bellica autorizzando nuove produzioni di morte. Ci vorrebbe una posizione più attiva della Regione e delle amministrazioni locali. Senza una visione la Sardegna è una preda appetibile per investimenti senza etica, che sfruttano il territorio e le persone, senza creare un futuro sostenibile».
Il Governo rivendica il rilancio produttivo e la tutela dell’occupazione. Il Comune prende atto della legittimità formale del provvedimento. Le associazioni annunciano battaglia legale. La Chiesa richiama la responsabilità morale. La Regione, per ora, tace. Lo stallo amministrativo è superato. Il conflitto - giuridico, politico ed etico - è tutt’altro che concluso. Qui, infatti, nascono le bombe per le guerre del mondo. Il progetto prevede un piano di investimenti da 140 milioni di euro e l’assunzione di 200 lavoratori, in un impianto che attualmente conta circa 500 addetti e che, sotto la gestione di Rheinmetall, realizza materiale bellico e droni, a fronte di commesse già previste per un valore complessivo di 200 milioni di euro.
Ma al di là dei numeri e delle posizioni contrapposte, la decisione segna un passaggio che va oltre la Sardegna. Non si tratta soltanto della piena operatività di uno stabilimento industriale: è la definizione concreta della traiettoria che si intende imprimere al Sulcis in una fase storica segnata dal riarmo e da una crescente instabilità internazionale. Se il futuro produttivo dell’area si consolida attorno alla filiera bellica, si tratta di una scelta che comporta conseguenze politiche, ambientali e culturali. Se invece si ritiene che il lavoro non possa essere legato strutturalmente alla produzione di armamenti, allora servono alternative reali, investimenti coerenti e una visione industriale di lungo periodo. La questione non è negare il bisogno di occupazione in un territorio fragile. È chiedersi quale idea di sviluppo si vuole rendere strutturale e quale modello di società - economico, sociale, umano, si intende costruire nel tempo.

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