Pareyson e Jaspers, dall’ego alla libertà

Nelle opere complete del pensatore italiano esce l’edizione critica del saggio sullo studioso tedesco. Era frutto della tesi di laurea su di lui, scelta dopo averlo conosciuto ad Heidelberg nel 1936
February 24, 2026
Pareyson e Jaspers, dall’ego alla libertà
Luigi Pareyson (a sinistra) e Karl Jaspers / WikiCommons
Giovane studente universitario diciottenne, Luigi Pareyson conobbe Karl Jaspers a Heidelberg nell’estate del 1936. Entusiasta lo scelse per il suo lavoro di tesi, preferendolo a Martin Heidegger che pur aveva già letto, come anche Søren Kierkegaard e Karl Barth. Nel 1940 Pareyson pubblicò il suo primo libro, intitolato La filosofia dell’esistenza e Carlo Jaspers, che comprendeva e ampliava la tesi di laurea discussa il 24 giugno 1939 con relatore Augusto Guzzo. Nell’ambito delle Opere complete del filosofo promosse dal Centro studi filosofico-religiosi Luigi Pareyson e dall’editore Mursia, ne esce ora una nuova edizione critica con il volume Jaspers (pagg. 258, euro 24), ottimamente curata da Luca Ghisleri raffrontando con la prima edizione del 1940 la seconda e ultima, curata dall’autore nel 1983.
Richiamando anche diversi altri esponenti dell’esistenzialismo – tedesco e francese, russo e italiano –, Pareyson ben distingue la filosofia dell’esistenza dal generico esistenzialismo, divenuto corrente culturale soprattutto in Francia. La concezione «antisoggettivistica dell’esistenza» che caratterizza Jaspers è per Pareyson il miglior punto di partenza per giungere a un «personalismo ontologico», come da lui stesso proposto, capace di superare le limitatezze individualistiche ed egocentriste degli esistenzialismi più alla moda, pur mantenendo la convinzione dell’imprescindibilità della prospettiva della singola esistenza. Non solo, la coincidenza in Jaspers di esistenza e trascendenza indica secondo Pareyson la via da seguire per fare dell’esistenzialismo un autentico personalismo e per intendere profondamente l’io come persona, portatrice di valore perché aperta all’alterità e capace di libertà. Infatti nell’implicanza jaspersiana di situazione singolare e trascendenza, seppur intesa come colpa e destino, quindi ancora necessaristicamente, può comunque intravvedersi la possibilità della questione della libertà originaria come al centro della realtà. Per giungere però esistenzialisticamente a un personalismo ontologico, nonché, ancora oltre, a una ontologia della libertà originaria, occorre, secondo il giovane Pareyson, criticare l’implicanza necessaristica di autorelazione e relazione all’altro, di finito e infinito, negativo e positivo presente ancora nella prospettiva di Jaspers, attraverso la comprensione della dialettica dell’incommensurabilità fra tempo ed eternità. L’eternità che si mostra ai limiti dell’esperienza esistenziale non è necessaristicamente implicata dall’esistenza stessa; per quanto imprescindibile e anzi costitutiva resta comunque incommensurabile, trascendente, irrelativa per la situazione esistenziale. Ma questa incommensurabile trascendenza, che si mostra nei limiti dell’esistenza finita come sua origine prima, fonte perenne e finale destinazione, costituisce la libertà stessa della persona, la sua dignità e il suo valore. Perciò l’esistenzialismo di Pareyson, che si precisa come personalistico e ontologico, permette una comprensione dell’esistenza personale come positiva, pur nella sua insufficienza, come capace di libertà e scelta di bene, pur nella sua incommensurabile distanza dalla trascendenza dell’essere, della verità, di Dio. In fondo, per Pareyson, gli esistenzialisti (da Kierkegaard a Barth, Heidegger e Jaspers) restano ancora connotati da una concezione della finitezza e dell’esistenza (di ascendenza luterana e hegeliana) come intrinsecamente negative, colpevoli, contrapposte all’infinito. La «dissoluzione dell’hegelismo», della sintesi dialettica che media finito e infinito annullando la negatività del finito nella positività dello spirito assoluto, nonché del suo portato assolutisticamente razionalistico e totalitario, vede per Pareyson come unica alternativa al marxismo – anch’esso assolutista ma attraverso la violenza della prassi e del materialismo dialettico in cui s’è dissolto il sistema hegeliano – il solo esistenzialismo. Tuttavia l’esistenzialismo per Pareyson va approfondito in un personalismo ontologico e in una ontologia della libertà che ne superino la concezione ancora negativa del finito e la visione destinale del rapporto con l’assoluta alterità. Proprio nei primi anni quaranta Pareyson colse l’incapacità di un esistenzialismo negativo e fatalista di arginare il male nel mondo, come la barbarie nazista e della seconda guerra mondiale mostrava. Nella resistenza esistenziale contro il negativo, egli elaborò una filosofia della libertà, che coglie la positività dell’esistenza – pur nella sua limitazione e fragilità – nella capacità di giudizio critico, nella dignità etica di scegliere responsabilmente il bene, correndo il rischio della libertà finita: gettata nella contingenza storica ma ispirata a una libertà originaria sempre più grande, positiva oltre ogni finita umanità eppure anche incarnata in essa.

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