Giuseppe De Rita, il sociologo che legge i Salmi
L’intellettuale fondatore del Censis forza la lingua per farle dire l’eccedenza. E ci consegna non un’analisi statistica, ma una visione di radici spirituali

La lunga traiettoria intellettuale di Giuseppe De Rita rivela che egli non è mai stato un tecnico dei dati e che la sua vera natura di ricercatore è quella che non si deve avere alcun timore a definire “mistica”. Per comprenderlo occorre tornare a uno dei suoi saggi più densi, Lo sviluppo e il divenire. Nota sull’autopropulsione sociale, dove si legge: «L’interprete può solo trattenere la meraviglia». Non il giudizio. Non la diagnosi. La meraviglia. È una parola che non ci si aspetta da chi ha passato settant’anni presso l’Accademia di San Luca - li ha celebrati lo scorso 17 febbraio - a radiografare la società italiana, a misurarne le paure, i desideri, le oscillazioni economiche, le derive culturali. E invece è proprio lì che si apre la fenditura. Perché De Rita, fondatore del Censis e rabdomante del carattere nazionale, ha sempre osservato l’Italia con la precisione di un botanico, ma con lo sguardo di chi sa che sotto i numeri scorre un’energia invisibile. I Rapporti Censis sono stati per decenni il grande romanzo sociale del Paese. Ogni anno, una fotografia impietosa e insieme affascinata di un’Italia che si arrangia, resiste, si reinventa. Ma riletti con cura, quei testi mostrano un sottofondo meno evidente. Un basso continuo spirituale.
Le radici affondano lontano. Nell’Istituto Massimo di Roma, il liceo dei gesuiti dove De Rita si forma. È lì che matura quella postura che i gesuiti sintetizzano con una formula latina affilata: in actione contemplativus. Contemplativo nell’azione. Non fuori dal mondo, ma dentro la sua trama. Ecco la mistica di De Rita. Quando parla di “autopropulsione sociale” non sta solo descrivendo una dinamica economica. Sta evocando una forza interiore. Riprende il conatus essendi di Spinoza - lo slancio a perseverare nell’essere - e lo applica a un’intera collettività. L’Italia, secondo lui, possiede una spinta che la fa avanzare anche quando tutto sembra fermo. Una vitalità molecolare, disordinata, sghemba. Un’energia che non si lascia ridurre a grafici e percentuali. Qui il discorso cambia registro. Perché parlare di una “forza interiore” che attraversa un popolo significa lambire categorie che la tradizione chiamerebbe “anima”. Ed è a questo punto che entra in scena una figura decisiva: padre Pierre Teilhard de Chardin. Il “gesuita proibito” - come è stato definito; il paleontologo che parlava di evoluzione come processo spirituale, che scriveva frasi capaci di far sobbalzare squadre di teologi: «Né il mondo, né Dio hanno finito di crearsi». De Rita - della cui ortodossia non ci sono dubbi a tal punto che il Dicastero del quale era prefetto l’attuale Pontefice lo ha chiamato a fare un discorso ai vescovi di recente ordinazione - cita proprio questa frase. La prende sul serio. Perché vi riconosce qualcosa che somiglia alla sua intuizione più profonda: la realtà è in divenire. La creazione è un processo aperto.
C’è un episodio che illumina questa genealogia. Padre Louis-Joseph Lebret, domenicano e consulente di Paolo VI, inserì nella prima bozza della Populorum Progressio un’idea di matrice teilhardiana: «Tutto ciò che l’uomo fa per il bene della comunità è partecipazione alla creazione del soprannaturale». Una frase delicata. Paolo VI la fece esaminare. Poi – da santo qual era – disse: «La frase resta com’è». Il significato è dirompente: fare sviluppo non è un’attività meramente terrena. Chi innova, chi costruisce, chi si impegna per il bene della comunità, sta co-creando con Dio. Mons. Bartoletti, Segretario Generale della Cei negli anni ‘70, declinò la parola “progresso” come “promozione umana” e ispirò nel 1976 il primo Convegno Ecclesiale Nazionale, che la declinava con l’Evangelizzazione. E aprì una stagione ecclesiale e una riflessione straordinarie che videro il sociologo in prima linea. Ma De Rita traduce questa intuizione in una formula radicale di movimento: il progresso è cammino “in avanti e in alto”. L’autopropulsione è movimento storico, concreto, fatto di imprese, di artigiani, di insegnanti, di ricercatori, di milioni di soggetti anonimi. Ma è anche elevazione. Ogni passo avanti contiene una tensione verso l’alto. Non in senso moralistico, ma come aumento di qualità dell’essere. In uno dei suoi passaggi più sorprendenti, De Rita cita il Salmo 83: «”Vanno con vigore sempre crescente fino a comparire innanzi a Dio, in Sion”. L’autopropulsione sociale, che cammina verso l’alto e in avanti, non pensa Dio come una divinità che “viene fra le nuvole”, ma come un centro originario di una energia che si crea e si realizza nell’ardore dei tanti soggetti sociali, e nel vigore con cui essi continuano a camminare faticosamente insieme». L’ardore e il vigore sono virtù del pellegrino, qualità spirituali di un popolo che avanza nella storia e, avanzando, incontra Dio non come punto d’arrivo lontano, ma come energia creatrice che opera già qui, già ora, dentro la fatica del cammino condiviso. È la medesima intuizione che anima l’Evangelii gaudium di Papa Francesco quando scrive: «Sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio». De Rita e Bergoglio tracciano una pennellata simile nel dipingere i tratti della società e della Chiesa. Questo sguardo non ignora le ombre. De Rita ha raccontato l’Italia dell’individualismo esasperato, della crisi della rappresentanza, dell’impoverimento culturale, del rifugio nel “circostante”. Ha descritto la fatica di una società che si chiude in microcosmi difensivi. Eppure, il suo non è mai stato uno sguardo apocalittico. Né ingenuamente ottimista. È lo sguardo di chi trattiene la meraviglia.
C’è poi un ultimo elemento che tradisce la matrice più profonda del suo pensiero: il linguaggio. De Rita non si accontenta di termini tecnici. Conia immagini. Parla di “energia molecolare”, di “società molecolare”, di “ceto medio riflessivo”, di “desertificazione simbolica”. Il suo è un lessico che crea realtà mentre la nomina. Una forma di poiesis. Del resto, è possibile scoprire il nuovo, solamente violando le rassicuranti rappresentazioni convenzionali. De Rita forza la lingua sociologica per farle dire l’eccedenza. Forse è per questo che, riletti oggi, i suoi Rapporti sembrano più capitoli di un romanzo ininterrotto. La storia di un Paese che cade e si rialza, che si smarrisce e poi trova nuove traiettorie. Nella convinzione che sotto il brulichio quotidiano – tra negozi che aprono, start-up che nascono, scuole che resistono, famiglie che tengono – agisca una forza che eccede il calcolo. Alla fine, ciò che De Rita consegna non è soltanto un’analisi, ma una visione dalle radici spirituali. È un atto di fiducia nella realtà e in un Paese che, nonostante tutto, continua a camminare.
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