La via di Noè per restare umani

Dalla tradizione rabbinica al chassidismo di Breslav, un saggio racconta l’antico patto universale affidato ai figli di Noè per tutta l’umanità
February 21, 2026
La via di Noè per restare umani
Mosè e la vigna in un mosaico della cattedrale di Monreale / WikiCommons
«Prima di ebraismo, cristianesimo e islàm esisteva già un commino spirituale, un’antica via che affondava le sue radici nella creazione dell’essere umano: era la via dei figli di Noè, un modo di vivere fondato su sette princìpi universali di giustizia e bontà, donati da Dio a tutta l’umanità». Inizia così un breve ma illuminante libro interamente dedicato alle cosiddette “leggi noachiche”, ossia i sette precetti che, secondo la tradizione rabbinica, Iddio avrebbe dato a Noach, il Noè biblico, e alle famiglie dei suoi tre figli, unici sopravvissuti al diluvio universale secondo il famoso mito che la Bibbia condivide con altre antiche letterature semitiche. Vero, nel libro della Genesi di queste leggi non si fa menzione; vi si narra soltanto di un’alleanza che il Creatore fece con tutti i viventi (non solo gli esseri umani), accompagnata dal giuramento che non avrebbe mai più mandato un’apocalisse d’acqua tale da distruggere di nuovo la terra. Non è poco. Tuttavia, notano i maestri, in quell’alleanza l’iniziativa fu tutta divina: Noè restò quasi totalmente passivo, senza parole, né si impegnò per il futuro; e, come sappiamo, forse per vincere l’angoscia di essere “il sopravvissuto”, Noè piantò dei vitigni e si ubriacò (come non citare qui lo straordinario libro di Mario Brelich Il navigatore del diluvio?). Affinché tale alleanza fosse autentico patto, occorreva che ci fosse qualche clausola, un impegno umano a bilanciare la promessa divina, e pure un dono, un anticipo di Torà, per così dire. Per questo “i padri del giudaismo” hanno immaginato, sin dai tempi più antichi, che Iddio abbia donato a Noè e ai suoi discendenti un cammino spirituale per sopravvivere, in futuro, al diluvio implicito in ogni cuore malvagio e in ogni società ingiusta, un cammino universale fatto di sette regole morali ispirate appunto all’onore e all’amore della vita in tutte le sue forme e all’osservanza di quella giustizia senza la quale non si dà convivenza alcuna. Queste regole sono state elaborate nel Talmud, trattato Sanhedrin.
L’elenco è veloce. Sei sono divieti: non adorare idoli, non bestemmiare, non uccidere, non rubare, non commettere immoralità sessuale e non mangiare carne strappata a un animale vivo; una sola è la norma positiva: istituire tribunali di giustizia. Nell’insieme si tratta di uno staordinario manifesto per la sopravvivenza morale e sociale dell’umanità, la soglia minima da cui ripartire, rigenerarsi e mantenersi umani. Per capire quanto illuminanti e profonde siano queste sette regole di vita, e perché siano proprio sette, e in che senso stiano alla base di ogni religione, ce lo spiega un seguace del chassidismo, Edoardo David Galliani, nel volumetto intitolato Sette luci per il mondo. La saggezza delle sette leggi noachiche per illuminare la vita (Giuntina, pp.90, euro 12). Dopo aver lavorato a Milano nel campo della moda, Galliani ha cambiato vita e si è fatto seguace dei chassidim di Breslav, una corrente della mistica ebraica sorta in Ucraina nel XVIII secolo, molto osservante dei precetti della Torà ma assai aperta nel vedere come Dio operi “miracoli” nel cuore di ogni essere umano, a prescindere da appartenza religiose ed etniche e a condizione di riconoscere quelle sette regole che Dio stesso avrebbe dato a tutti, prima ancora che le religioni nascessero. Il registro di sue pagine è semplice, diretto e toccante. In un tempo che cerca spesso ciò che divide, scrive Galliani, «questa prospettiva può essere un messaggio di speranza, di unità e di responsabilità morale universale». E ancora: «Scopo di queste pagine è mostrare che i sette precetti noachici, ancora poco conosciuti, sono una delle più alte espressioni dell’universalismo etico della Torà, un modo di vivere la fede, la giustizia e la bontà secondo la via che il Creatore ha pensato per tutta l’umanità. Così queste leggi possono brillare come luce per il mondo intero». Ognuna di esse è spiegata, alla maniera chassidica, in profondità: non farsi idoli è una modalità di guardare il mondo, mettendo ogni cosa e ogni evento nella giusta proporzione e soprattutto nella luce dell’unico Dio; non bestemmiare è imparare ad apprezzare le parole, non usandole come armi di offesa; non uccidere è un comando che stimola a curare ogni vita, combattendo tutto ciò che la dannaggia; e così via. Ogni capitoletto è accompagnato da parabole ed esempi tratti dalle ricche agiografie dei rebbe chassidici. Circa il non rubare, si legge che rabbi Levi Yitzchaq di Berdicev sorprese una volta un ladro, che aveva appena sottratto di nascosto del denaro da una colletta pubblica. Gli disse con dolcezza: “Se tu sapessi quanto Dio ti ama, non penseresti di aver bisogno del denaro che non è tuo e sapresti che Dio ha già preparato per te quel che ti serve”. Tali parole toccarono profondamente l’uomo, che restituì quanto aveva sottratto e scoppiò in lacrime. Galliani ricorda infine che, secondo l’ebraismo, quanti seguono queste leggi per i figli e le figlie di Noè sono da considerarsi “giusti delle nazioni”, ossia santi della vita quotidiana. Già la Bibbia ne ricorda alcuni: Yitro (il suocero di Mosè), Giobbe, Naaman il siro, ad esempio.
Nessuna pretesa di fare teologia, in queste pagine; solo la volontà di ricordare che nella tradizione ebraica è già prevista una via di salvazione comprensibile e praticabile da tutti. Di questa via, nel corso della storia, hanno parlato filosofi eminenti come Maimonide e Spinoza e, più di recente, il rabbino livornese Elia Benamozegh nella sua grande opera Israele e l’umanità (edita da Marietti). È ben noto che, negli ultimi anni dell’Ottocento, la sua fama aveva raggiunto in Francia un inquieto giovane cattolico di nome Aimé Pallière. Costui decise di oltrepassare le Alpi e di recarsi a Livorno per incontrare il carismatico e dotto rabbino e convertirsi all’ebraismo. Ma Benamozegh, dopo averlo ascoltato, gli disse che non aveva affatto bisogno di convertirsi perché era già un devoto “figlio di Noè”, un seguace dei sette precetti noachici, e agli occhi del Creatore questa via non è inferiore a quella dei precetti della Torà, che sono destinati soltanto ai “figli di Israele”. Pallière ritornò in Francia pacificato. Alla morte di Benamozegh gli eredi e il nuovo rabbino di Livorno gli chiesero di riordinare le di lui carte, scritte in francese, dalle quali uscì postumo nel 1914 quell’opus magnum il cui capitolo finale celebrava e rilanciava proprio il valore delle sette leggi noachiche.

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