Il bluesman solitario da Vienna al Delta

“The Loneliest Man in Town” è la sorpresa del festival. Un “feel good movie” opera di Tizza Covi e Rainer Frimmel a caccia di umanità
February 20, 2026
Il bluesman solitario da Vienna al Delta
Al Cook in “The Loneliest Man in Town” di Tizza Covi e Rainer Frimmel
A due giorni dalla conclusione della 76ª Berlinale arriva in concorso una vera sorpresa, uno dei film più godibili di una selezione non proprio entusiasmante, un “feel good movie” come dicono gli americani per indicare quelle opere che raccontano storie di grande umanità lasciandoti con il sorriso sulle labbra alla fine della proiezione. Accolto da molti applausi, The Loneliest Man in Town è diretto dall’italiana Tizza Covi e dall’austriaco Rainer Frimmel, coppia sul set e nella vita, che tornano a lavorare insieme nel loro quarto film dopo Non è ancora domani – La pivellina, Mr. Universo e Vera.
L’uomo più solo in città a cui fa riferimento il titolo del film è l’81enne Al Cook, chitarrista blues che per tutta la vita si è ispirato alla musica del delta del Mississippi, anche se negli Usa non ci ha mai messo piede. Nel film lo incontriamo alla vigilia di un doloroso sfratto: il vecchio palazzo dove vive sta per essere demolito per fare spazio ad abitazioni più redditizie, e non gli resta altro che accettare una buona proposta economica e cercarsi un altro appartamento. E forse è arrivato proprio il momento di andare a vedere quell’America che ha sempre sognato. Acquista dunque un biglietto di sola andata per la terra di Elvis Presley, ma prima deve vendere tutto quello che in tanti anni ha collezionato sulla musica che più ama: poster, dischi in vinile, figurine, giornali, dvd, videocassette. Attraverso gli scarni, ma efficaci dialoghi tra il protagonista e le poche persone che gli stanno intorno, ma soprattutto grazie a straordinari oggetti capaci di raccontare tutto sulla vita di Al, scopriamo l’affascinante, affettuoso e divertente ritratto di un artista autodidatta e decisamente fuori dal comune.
The Loneliest Man in Town non è però un documentario. Al centro di questo film su solitudine e perdita c’è Cook, che i due registi conoscono, frequentano e ascoltano da anni a Vienna, molto prima che nascesse l’idea di dedicargli un film. Ma Covi e Frimmel, che vantano un modo davvero singolare di lavorare, e sono dei veri maestri nell’intrecciare realtà e finzione senza sottolinearne i confini, hanno immerso il vero musicista in una storia di fantasia, costruita intorno a una verità di partenza. Cook continua a vivere infatti nella sua casa zeppa di memorabilia e nessuno sta pensando di mandarlo via. E questa volta il loro stile sembra contaminarsi con quello laconico e lunare del finlandese Aki Kaurismaki, che inserisce i suoi personaggi in una dimensione poetica divenuta un vero e proprio marchio di fabbrica.
«Quando abbiamo deciso di realizzare il film – raccontano Covi e Frimmel, che con Cook condividono il medesimo approccio all’arte fatto di indipendenza e poca disponibilità ai compromessi – Al aveva appena svuotato l’appartamento a causa di una ristrutturazione. Per la prima volta abbiamo allora chiesto l’aiuto di uno scenografo, affinché ricollocasse alcuni oggetti nell’appartamento destinato necessariamente diventare il nostro set». E a proposito della lavorazione del film, spiegano: «Le nostre sceneggiature prevedono una serie di situazioni fittizie, e solo qualche indicazione orientativa per i dialoghi, che sono sempre lasciati all’improvvisazione. Lavorando con una troupe di sole quattro persone, abbiamo la possibilità, la libertà e il tempo di ascoltare i nostri protagonisti per mettere a fuoco le loro emozioni. Nel caso di Al era importante la connessione con oggetti carichi di memoria che ci aiutano a raccontare la sua storia».
«Fino a quindici anni – racconta invece Cook - non ho avuto nulla a che fare con la musica. Avrei voluto diventare uno scienziato, mi appassionavano fisica e astronomia, ma i miei genitori, che non avevano soldi per farmi studiare, hanno voluto che imparassi a fare il meccanico, rendendomi profondamente infelice. Un giorno mi sono accidentalmente ritrovato in una sala cinematografica dove proiettavano Amami teneramente, un film con Elvis Presley, e in quel momenti la mia vita è cambiata per sempre. Mi sono identificato con quella storia, io ero Elvis. Ho sempre cercato di assomigliargli, e invece mi dicono tutti che sembro Robert Mitchum. Il 17 ottobre del 1964 è stato il giorno della mia prima performance, ma nel frattempo erano arrivati i Beatles e nessuno voleva più ascoltare il rock and roll. Poi è accaduto che un mio vicino di casa cominciasse ad ascoltare a tutto volume e con le finestre aperte il blues delle origini e ho capito che quella sarebbe stata la musica con la quale mi sarei espresso».
Cook non è in grado di leggere la musica. Lo confessa nel film e lo conferma durante l’incontro con la stampa. «D’altra parte non sapevano farlo neppure i contadini delle campagne americane che hanno inventato questo genere musicale. Ho imparato l’inglese ascoltando per anni i cantanti blues americani, dai quali ho assorbito un forte accento del Sud, e le incisioni delle interviste a Elvis Presley. Abituato a stare sul palco, il set non è stato un problema, ma non sarei mai stato in grado di imparare lunghi dialoghi a memoria. Era importante che nel film rimanessi me stesso».

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