Il caleidoscopio di Umberto Eco, dieci anni dopo

Una raccolta delle sue prefazioni restituisce per intero l’eclettismo dello scrittore e intellettuale scomparso il 19 febbraio 2016
February 19, 2026
Il caleidoscopio di Umberto Eco, dieci anni dopo
Umberto Eco nel 1984 / WikiCommons
«Sono sempre stato contrario alle prefazioni», ha scritto ironicamente Umberto Eco, scomparso dieci anni fa dopo aver firmato almeno duecento prefazioni in oltre mezzo secolo a opere non sue, raccolte con merito ora da Leo Liberti in un’edizione che celebra l’eclettismo di un intellettuale senza tempo che ha radiografato il suo tempo come pochi altri. E a proposito di ironia, l’autore del Nome della rosa nella pagina liminare a un libro del 1991 di Lozano aveva annotato che «in questo mio testo non parlerò del libro che introduce, ma di me. Naturalmente, e a gloria della mia umiltà, di me come lettore di questo libro». È la prospettiva in cui va preso in considerazione il nuovo volume. Il paesaggio culturale contemporaneo è osservato aprendo quattro finestre: infatti L’umana sete di prefazioni (titolo-formula che si deve allo stesso Eco, citazione da una “Bustina di Minerva” del 2006) osserva nelle varie sezioni la narrativa, la filosofia con semiotica e critica letteraria, l’attualità con il costume e infine, nella quarta parte, gli amati fumetti, da Charlie Brown a Mafalda nel segno di “Linus”, «una rivoluzione nata per gioco». Dopotutto «talora speriamo di far coincidere la nostra storia personale con quella dell’universo» è la suggestione di Sei passeggiate nei boschi narrativi. Probabilmente Eco se lo augurava davvero perché, come scrive Roberto Cotroneo in Umberto (altro titolo in uscita per l’anniversario: «Ho raccolto soltanto i frammenti di una biblioteca minore, marginale, dove ho creduto di poter trovare risposte») «il cognome spiegava bene la sua maniera di lasciare tracce per il mondo. Eco era un’eco. Una voce che correva dappertutto come qualcosa che era entrata a far parte della coscienza intellettuale di chiunque. Era centrale e marginale, schivo ed egocentrico. Capace soprattutto di prevedere quello che sarebbe accaduto perché aveva una forma di intelligenza naturale che assomigliava tanto a quella artificiale di cui parliamo oggi». I due vascelli di carta citati, salpati in questi giorni del decennale, si devono alla stessa Nave di Teseo che ha in catalogo quasi una cinquantina di testi dello scrittore scomparso, a cominciare da Pape Satàn Aleppe. Ma il lettore non può accorgersi che Eco avverte forte un centro, un motore immobile, ieri come oggi, che è la libertà di pensiero fondata sullo studio. Basta leggere la prefazione all’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert con la sottolineatura del passo in cui gli autori illuministi si chiedono «perché non introdurre l’uomo nella nostra opera dandogli lo stesso posto che occupa nell’universo?» È un concetto più profondo di quanto possa apparire, accanto ad altri che ricorrono nelle pagine ritrovate e ben connesse dal curatore, come quella sull’influenza e sui confronti: «di fronte alle melodie di Borges, memorizzabili, esemplari, mi sento come se lui avesse suonato divinamente il pianoforte e io avessi soffiato in un’ocarina», aggiungendo però di sperare «che troverò pur sempre, dopo la mia morte, qualcuno più stupido di me di cui io possa essere riconosciuto come il precursore…». Memorabile è anche la testimonianza, da lettore appassionato, del Barone rampante di Italo Calvino, «un testo che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto politico e morale». È importante prendere coscienza di questa consonanza nata dalla storia di un uomo dell’illuminismo che si fa buon selvaggio e fugge dalla società diventando un leader rivoluzionario «ma sempre capace di criticare coloro che combattono dalla sua parte e capace di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli». È una confessione rivelatrice in una delle introduzioni raccolte dando ad esse un valore non marginale. Allora «l’umana sete di prefazioni» è un modo, dentro un caleidoscopio, di fare sintesi di riflessioni, spunti, letture e addirittura provocazioni, fino a scrivere: «e se questo mio testo altro non fosse che l’anagramma globale di un altro testo, di diversa natura e forse sinora ignoto?».

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