Anche a Roma antica l'abito faceva il monaco
di Costanza Oliva
Una ricerca evidenzia la centralità del tessile e un sistema ben strutturato fatto di tecniche, luoghi di produzione e reti economiche che sostenevano la visibilità sociale

“L’abito non fa il monaco”, dice il proverbio. Nell’Impero romano però faceva certamente il rango. La toga distingueva il cittadino, il bordo purpureo segnalava l’appartenenza al Senato, alcuni colori e ornamenti erano regolamentati dalle leggi suntuarie. La moda era uno dei modi in cui la società rendeva visibili le proprie gerarchie. In una realtà profondamente stratificata, accanto alle grandi famiglie patrizie convivevano cavalieri, liberti arricchiti, mercanti e artigiani. Tessuti più fini, ornamenti più vistosi, l’uso calibrato del colore diventavano strumenti per affermare una posizione o aspirare a un riconoscimento. Ma questa dinamica si muoveva entro limiti precisi: alcune forme e alcune tonalità restavano riservate per legge a categorie determinate. Proprio perché l’abito aveva una funzione pubblica, ogni deviazione poteva diventare oggetto di polemica. Gli autori antichi – da Cicerone a Seneca – mostrano quanto il modo di vestire potesse essere letto come eccesso, ambizione, deviazione dai mores. I risultati del progetto multidisciplinare ADigTex – Archaeology, Archaeometry, and Digitalisation of Ancient Textiles, promosso dalle Università di Sapienza e Padova, evidenziano la centralità del tessile e fanno emergere un sistema ben strutturato fatto di tecniche, luoghi di produzione e reti economiche che sostenevano quella visibilità sociale. Un impulso decisivo è arrivato anche dalla nascita, nel 2023, del Centro di Ricerca Interdipartimentale Sapienza A3TEX – Archaeology & Archaeometry of Ancient Textile. Nato in parallelo al progetto, il Centro ha reso possibile una piena integrazione tra archeologia e archeometria, mettendo in dialogo analisi strutturali dei manufatti, tecniche avanzate di identificazione delle fibre e protocolli diagnostici e conservativi.

Le analisi condotte sui tessuti conservati a Pompei – un contesto eccezionale grazie all’eruzione del 79 d.C. – hanno individuato fibre prevalentemente in lana, accanto a lino e altre fibre vegetali. Nei frammenti più raffinati compaiono fili realizzati con lamine d’oro quasi puro, sottilissime, lavorate con tecniche sofisticate e applicate attorno a un supporto organico. In altri casi è stata identificata la porpora di Tiro, uno dei coloranti più costosi dell’antichità. Accanto ai tessuti di pregio compaiono però numerosi esempi di riparazione con orli rifatti, rinforzi, rattoppi che pongono l’accento sul sistema di manutenzione dei beni di valore. A colpire è anche il livello di lavorazione e la presenza di una produzione standardizzata. In alcune abitazioni della zona centrale di Pompei, nella Regio VII – tra cui la Casa del Camillo e la Casa del Narciso – sono state individuate strutture per la lavorazione della lana: banchi da lavoro, caldaie, vasche per il trattamento, un sistema di distribuzione idrica coordinato. Qui la lana grezza veniva immersa, battuta, sgrassata, poi cardata, filata, tessuta e rifinita. L’analisi dei fusi e delle fusaiole in osso ha mostrato forme ricorrenti, lunghezze e pesi comparabili, segno di una standardizzazione funzionale alla filatura di diversi tipi di filo. Anche le tracce d’uso e le finiture indicano una produzione non occasionale, ma organizzata. Le indagini archeometriche hanno inoltre permesso di rivedere alcune interpretazioni precedenti: fibre ritenute di kapok si sono rivelate lana alterata dal calore dell’eruzione. Già oltre i 200 gradi la struttura proteica della lana subisce trasformazioni riconoscibili al microscopio, un dato che ha consentito di distinguere tra fibre esotiche e materiali locali modificati dalle alte temperature. Ma l’impatto del progetto ADigTex non si ferma a Pompei. Uno dei risultati più innovativi è la creazione del primo Roman Textile Database, una piattaforma digitale open access che raccoglie e uniforma dati provenienti da tutto l’Impero romano: dalla Britannia all’Egitto, dall’Europa continentale all’Asia occidentale. Per la prima volta sarà possibile confrontare sistematicamente fibre, armature tessili, strumenti e contesti produttivi, superando la frammentazione degli studi locali. Il Roman Textile Database apre la possibilità di studiare la moda romana come linguaggio strutturato, capace di trasmettere valori, appartenenze e differenze sociali. Un linguaggio mai neutro, allora come oggi, in cui l’identità collettiva prende forma attraverso la materia stessa degli abiti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






