Achille Lauro: «Aiutiamo i ragazzi a rinascere»
Il cantante lancia Fondazione Madre con Andrea Marchiori. Primi passi: una casa per giovani fragili affidata a don Giovanni Carpentieri e un progetto per ospedali e carceri minorili

«Accoglie, protegge, guida, dona». È un programma di vita, prima ancora che uno slogan, quello che accompagna la nascita della Fondazione Madre, voluta da Achille Lauro insieme all’imprenditore Andrea Marchiori. Una farfalla come simbolo: fragile e tenace, segno di trasformazione. «Se sei stato sbagliato, puoi sempre rinascere», spiega l’artista, al secolo Lauro De Marinis. E in quella frase c’è molto della sua storia.
La presentazione, oggi, tra gli antichi volumi della Biblioteca Braidense, nel cuore di Milano, ha avuto il tono raccolto delle cose importanti. «Dobbiamo ricordarci ogni giorno quanto siamo fortunati – ha detto il cantante – e, in tempi così difficili, non ragionare come singoli, ma come comunità». Parole che segnano un passaggio dall’io al noi, «per fare comunità in senso cristiano» aggiunge Marchiori.
Lauro sembra davvero uscito dalla sua crisalide. Dopo un’adolescenza turbolenta e le provocazioni artistiche sopra le righe, anche sul palco del Festival di Sanremo, da un anno è tornato come cantautore elegante, ma soprattutto come giovane uomo che sceglie di esporsi in prima persona nel sociale. Un impegno che, in realtà, affonda le radici lontano.
Venticinque anni fa mangiava a tavola con le ragazze salvate dalla strada da sua madre Cristina e da don Giovanni Carpentieri. «Il lascito di una madre continua a dare frutti», dice oggi commosso. Cristina, riservata, è seduta in prima fila. «Mi sembrava giusto fare così», sussurra lei. In quella normalità silenziosa c’è l’origine di tutto.
Il primo frutto concreto è la Casa Ragazzi Madre che aprirà a Zagarolo, alle porte di Roma: una struttura per circa 25 giovani tra gli 11 e i 21 anni che vivono fragilità legate a dipendenze, salute mentale, comportamenti a rischio. Non una semplice comunità socio-educativa, ma un luogo di cura con équipe multidisciplinare: psicologi, psicoterapeuti, infermieri, educatori. Una casa capace di intercettare chi resta ai margini, chi non arriva ai servizi territoriali, chi non si percepisce “abbastanza grave” per chiedere aiuto, come spiega don Giovanni Carpentieri. La gestione sarà affidata a realtà del territorio guidate dal sacerdote, che da trent’anni lavora nelle periferie con uno stile “di strada”, andando a cercare i ragazzi nei loro luoghi. «Un piccolo segno della divina Provvidenza è che l’attuale piano di salute nazionale offerto alla Regione Lazio, e a cui tutte le regioni si devono adeguare, fa esattamente quello che stiamo facendo noi» aggiunge don Giovanni mentre ricorda ancora quel ragazzino di nome Lauro. «Nella mia prima parrocchia ho incontrato la famiglia De Marinis – racconta –. Con Cristina andavamo a incontrare le ragazze costrette a prostituirsi. Alcune le portava a casa. Lauro e suo fratello hanno respirato quell’aria di servizio e fraternità. Questo è rimasto nel suo Dna».
Un Dna che riaffiora oggi in modo maturo. «Don Giovanni ha un modello super innovativo per coinvolgere i ragazzi difficili e di periferia, andandoli a prendere nei loro luoghi, ragazzi che hanno delle dipendenze e non sanno di averle, che hanno un disagio mentale e non sanno di averlo – racconta -. Venticinque anni fa io stesso aiutavo don Giovanni a fare incursioni in alcuni posti, anche pericolosi per aiutare i ragazzi che avevano bisogno, con mia mamma che li portava a casa. Questa cosa mi ha educato e trovo commovente oggi di vederne i frutti». Achille Lauro si commuove mentre aggiunge: «Uno dei miei dischi si chiama Ragazzi madre – ricorda Lauro –. Parlava di quei ragazzi. A dieci anni dall’uscita, ci troviamo ad aiutare proprio loro».
La Direzione generale della Fondazione Madre è affidata a Lorella Marcantoni, per oltre quindici anni nel direttivo del Comitato Maria Letizia Verga, e si avvale di un Comitato tecnico-scientifico composto da un team di esperti attivi nel terzo settore – Clementina Cordero di Montezemolo, Arnoldo Mosca Mondadori e Giuliana Baldassarre.
I numeri che snocciola Marcantoni sono severi: secondo i dati Istat 2024, il 15,2% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni è Neet, non studia e non lavora, la fragilità mentale è salita al 71,8% fra i ragazzi tra 14 e 19 anni, mentre il consumo di sostanze tra i 15 e i 19 anni è del 37% pari a 910mila giovani. Una generazione sospesa, spesso invisibile.
«Il mio impegno non nasce oggi – confida l’artista –. È qualcosa che ho vissuto in privato, per vocazione. Già da cinque anni faccio visita alle carceri e agli ospedali. Ricordo la prima visita in un centro di riabilitazione per bambini con gravi difficoltà insieme a Lorella: avevo paura di entrare. In certi contesti anche un “come stai?” può sembrare fuori luogo. Poi ho capito che anche solo un’ora del nostro tempo è un dono immenso».
Da qui nasce anche il secondo progetto, “Ali tra le corsie”, che porterà percorsi e incontri nei reparti pediatrici e negli istituti penali minorili. La musica, naturalmente, sarà parte integrante: «È una terapia – dice Lauro – ed essendo il mio mondo sarà naturale metterla a servizio».
Non è un caso che speri di parlare della Fondazione anche sul palco dell’Ariston, dove il 25 febbraio sarà co-conduttore della seconda serata del Festival di Sanremo, mentre sarà il protagonista della cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali, in programma il 22 febbraio all’Arena di Verona, città in cui è nato. «Mi piacerebbe coinvolgere anche i colleghi», confida.
La farfalla del logo racconta proprio questo: la possibilità di cambiare forma, di non restare prigionieri della propria storia. «Mia madre mi ha insegnato il valore dell’accoglienza e del ridare indietro. In un momento così bello della mia carriera sento il bisogno di fare per altri ciò che è stato fatto per me».
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