La frattura atlantica e l'anima profonda dell'Europa
L’asse Usa-Ue non esiste più per iniziativa americana, e si è aperto un ampio divario politico. A maggior ragione, l'unità del Vecchio continente diventa necessaria e richiede risorse etico-ideali

Non è per caso che arrivi proprio adesso l’appello a riscoprire l’anima dell’Europa da parte dei presidenti delle conferenze episcopali di Italia, Francia, Germania e Polonia. «Il mondo ha bisogno di un’Europa che lavora per la pace tra i popoli». La pace, infatti, appare sempre più lontana, non solo dai luoghi dove le guerre colpiscono crudelmente tanti innocenti, ma anche da un mondo sempre meno orientato a fare della pace un obiettivo prioritario. A Monaco, nel corso della conferenza sulla sicurezza, il cancelliere Merz ha affermato che l’ordine mondiale degli ultimi 80 anni, di cui l’alleanza Usa-Europa è stato il perno, non è under destruction: semplicemente, «non esiste più».
Tra i motivi del collasso decisivo appare il divario profondo che si è aperto tra Stati Uniti ed Europa, non solo economico o commerciale ma anche etico e politico. Ad un anno di distanza dalle durissime parole pronunciate sempre a Monaco dal vicepresidente americano J.D. Vance, contro un’Europa che si sarebbe persa diventando irriconoscibile, nella stessa sede Merz ha affermato che «le battaglie Maga non sono le nostre battaglie», alludendo alla cultura politica oggi dominante negli Usa. Gli hanno fatto eco Macron e Starmer. Il segretario di Stato americano, Rubio, ha cercato di stemperare la tensione, ma nella sostanza ha ribadito la posizione di Vance. Non poteva fare diversamente: nell’anno intercorso ben due documenti ufficiali americani, il National Strategic Plan e la National Defense Strategy, hanno ribadito l’avversione americana nei confronti dell’Europa, con toni persino più duri di quelli riservati alla Cina.
La rottura non è venuta dall’Europa. Non solo questo cambiamento radicale è stato innestato dall’iniziativa americana, ma gli europei si sono adoperati in ogni modo per sfumare, appianare, ricucire. Hanno fatto finta di non sentire o di non capire; hanno riempito Trump e altre personalità americane di lodi sperticate, a rischio del ridicolo; si sono piegati ai dazi imposti dagli Usa, benché tutt’altro che giusti e senza utilizzare le potenti contromosse economiche di cui pure disponevano. Infine, davanti alla minaccia di un’invasione americana della Groenlandia hanno fatto ricorso alla Nato di cui gli Usa sono l’indiscusso Paese leader. Comunque la si voglia giudicare – molti pensano sia stata eccessiva – questa cedevolezza ha avuto certamente il merito di mostrare con chiarezza chi ha provocato la rottura dell’ordine mondiale (il 7 gennaio, tra l’altro, Trump ha decretato il ritiro degli Usa da 66 trattati e organizzazioni internazionali, tra cui 31 legate alle Nazioni Unite). In realtà il divario tra Stati Uniti ed Europa non riguarda solo le battaglie Maga. Quello creato da Jeffrey Epstein non è solo un circuito per procurare ragazze a “utilizzatori finali”, come li chiamano gli avvocati, dell’alta società. Con il loro grido di dolore, le vittime hanno coraggiosamente acceso i riflettori non solo sul loro carnefice – incredibilmente protetto da una giustizia molto ingiusta – ma anche su una impressionante rete di potere transazionale. Dagli Epstein files stanno emergendo pressioni per denaro a costo zero (per i ricchi) anche se si alza l’inflazione (tanto la pagano i poveri); entusiasmo per la Brexit – cui anche la Russia di Putin ha molto contribuito nell’ombra – al fine di “tribalizzare” i popoli europei; sostegno alle forze sovraniste in Europa; progetti per colpire papa Francesco. ÈЀ l’immagine di una élite politico-finanziaria globale – spesso legata ai grandi monopoli tecnologici e con legami con il mondo Maga – protesa a una spartizione del potere che va al di là di qualsiasi confine nazionale e abbatte qualunque limite morale o giuridico. Si tratta di un capitalismo finanziario assai lontano dal complesso equilibrio tra economia e politica che gli europei hanno cercato di costruire nei secoli. Non è vero che mentre il vecchio ordine mondiale è morto, non si vede che cosa ne prenderà il posto: lo si vede e non è affatto bello. È l’ora di una maggiore unità europea. A ciò portano le parole pronunciate da Merz, Macron e Starner a Monaco. Ma sono evidenti le debolezze e le contraddizioni degli europei. Mentre appare sempre più urgente bandire nazionalismi, opzioni divisive o giri di walzer, si può discutere di “geometrie variabili” o di un’“Europa a più velocità” solo se un gruppo di Paesi ri-fondatori dell’Europa unita rinunceranno, quando necessario, a difendere alcuni loro interessi immediati per far prevalere un progetto comune. Ma ciò richiede risorse etico-ideali aggiuntive rispetto alla soffocante contabilità dei consensi. È ciò che rende importanti le parole dei vescovi. Per una maggiore unità dell’Europa c’è bisogno di attingere alle risorse profonde della sua storia, tra cui il cristianesimo è certamente una delle più rilevanti. Da parte delle Chiese cristiane non c’è alcuna volontà di negare altri apporti fondamentali, come quelli di altre religioni o della cultura laica, né tantomeno ci sono pretese egemoniche. I presidenti delle conferenze episcopali europee hanno lanciato un appello ai credenti perché si assumano le loro responsabilità e compiano scelte concrete. Anche in Italia. Malgrado un presunto asse italo-tedesco, il governo ha preso le distanze dalle affermazioni di Merz, per posizionare l’Italia sulla scia di Trump. Ma la partecipazione diretta a un Board internazionale che subordina la pace tra i popoli agli interessi di un élite finanziaria non è ostacolata da impedimenti giuridico-formali: è inconciliabile con gli stessi valori della Costituzione.
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