Quando Gobetti
chiamava a difendere l’ideale di un mondo civile

L'intellettuale ed editore e l'invito a formare una nuova classe dirigente per coinvolgere il popolo e colmare il deficit di partecipazione democratica
February 15, 2026
Quando Gobetti
chiamava a difendere l’ideale di un mondo civile
Piero Gobetti (1901-1926) in una foto del 1924 che lo ritrae seduto
Nelle (non molte) fotografie rimaste che lo ritraggono, Piero Gobetti è un ragazzo alto e sottile, con gli occhialini ovali da intellettuale, «i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi che gli ombreggiavano la fronte» (così Carlo Levi): un’immagine senza tempo, giovane per sempre, quasi un’icona pop. E la giovinezza, con tutto ciò che le inerisce, è rimasta la sua cifra inalterabile. Non solo perché la sua vita si è fermata a 24 anni e otto mesi, a Parigi, il 15 febbraio di cento anni fa. Nove giorni prima aveva lasciato Torino, la giovanissima sposa, il figlio appena nato, in fuga dalla persecuzione, dagli arresti, dalle botte e dai sequestri che gli erano inflitti dal regime fascista: «Farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è stato interdetto» aveva spiegato in una lettera. «Vorrei fare un’opera di cultura, nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna». Ma una terribile bronchite aveva rapidamente avuto ragione del suo fisico segnato dalle violenze squadriste e dallo scompenso cardiaco che nell’autunno precedente lo aveva tenuto a letto per un mese.
Un «prodigioso giovinetto» lo definì Norberto Bobbio, che al liceo D’Azeglio di Torino aveva avuto come professore quello stesso Umberto Cosmo che pochi anni prima era stato l’insegnante di Gobetti al liceo Gioberti. Ma la giovinezza di Gobetti – un miracolo di eccezionali doti intellettuali sgorgato da una modesta famiglia di commercianti originari della collina – non è soltanto un accidente anagrafico: è il presupposto della sua radicalità, del febbrile attivismo, dello slancio entusiasta, del coraggio un po’ incosciente, del modo di porsi di fronte alla realtà senza reticenze, senza compromessi, senza indulgere ai sentimentalismi, al vecchiume di cui l’Italia rigurgitava e alla vuota retorica di cui aveva fatto indigestione durante l’età giolittiana e che si stava risolvendo nella torpida acquiescenza di fronte al saldarsi del regime.
Un modo di essere e di autorappresentarsi all’insegna della “aridità”, intesa come rifiuto dell’emotività, severità estrema verso sé stesso e verso gli altri, disciplina interiore e sobrietà morale. Anche nel rapporto con l’amata sposa Ada, complice e sodale, vissuto senza debolezze nel perseguimento della costruzione reciproca. Anche con i maestri e gli amici, come Salvemini e Prezzolini, senza negarsi al confronto e alla critica. È in questo ethos di vita e di pensiero che la giovinezza di Gobetti si traduce in una totale modernità, manifesta in ogni aspetto della sua attività multiforme: giornalista, fondatore di riviste, studioso di arte, letteratura, storia (con un interesse particolare per la Rivoluzione russa), critico teatrale (per l’Ordine nuovo di Gramsci), traduttore dal russo e dal francese, editore, animatore politico, infaticabile organizzatore culturale. Un misto in apparenza confuso, ma non incoerente, di liberalismo e liberismo, di ammirazione per Lenin e Trockij e di adesione simpatetica alle rivendicazioni operaie del “biennio rosso”.
«Penso a un editore come a un creatore», aveva scritto nei suoi appunti. Moderno (e quanto mai attuale) anche nell’additare i mali dell’editoria italiana nella sostituzione di tipografi e stampatori (oggi potremmo dire: finanziarie e holding industriali) al posto degli editori veri e propri. Moderno nonché di grande apertura e straordinario intuito: nel centinaio di libri che pubblicò in un paio di anni, dal 1923, con la casa editrice che portava il suo nome e aveva nel logo il motto alfieriano (scritto in greco) «Che ho a che fare io con gli schiavi?», figurano saggi di Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Mario Missiroli, Rodolfo Mondolfo, ma anche di fascisti di talento come Curzio Malaparte, nonché le opere d’esordio di Luigi Sturzo, Francesco Nitti, Giacomo Debenedetti e gli Ossi di seppia di Eugenio Montale.
Metodologicamente moderno è il manifesto con cui nel primo numero della Rivoluzione liberale presenta il programma della rivista: «Contro l’astrattismo dei demagoghi e dei falsi realisti esamina i problemi presenti nella loro genesi e nelle loro relazioni con gli elementi tradizionali della vita italiana» per affermare «una coscienza moderna dello Stato». L’obiettivo è quello di formare una nuova classe dirigente, superando gli equivoci di un Risorgimento che non ha saputo coinvolgere il popolo e quindi colmando il deficit di partecipazione democratica che ne è derivato. Il momento è propizio: «Dopo secoli di compromessi e di riformismo, dopo 50 anni di pace sociale, [la guerra europea] ci precipita in una crisi disordinata che è finalmente operoso esercizio di libertà. La guerra civile presente, ponendo a cimento tutti i partiti e tutte le forze, è l’espressione massima di nuovi bisogni e di nuova attività». Per questo valeva la pena di impegnarsi in prima persona, ed è emblematico che nella Nota finale della Rivoluzione liberale (il saggio, del 1924) Gobetti dicesse di non attendersi «dei lettori ma dei collaboratori». Mentre nel settembre dell’anno dopo, quando intorno a lui e all’Italia la morsa del regime si stringeva sempre più, in un articolo sulla rivista esortava «l’uomo di libri e di scienza» a cercar di «tenere lontane le tenebre del nuovo medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile». Il mondo non era (non è più, oggi) civile, ma bisognava (bisogna) continuare a fare “come se” lo fosse. In questo kantiano “come se”, e nei comportamenti che vi si ispirano, oggi come allora risiede la speranza che torni a esserlo.

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