Fanfani e la critica cattolica al capitalismo
come tentativo di restaurazione

Il corporativismo fascista in origine poteva essere inquadrato in una visione organica e gerarchica della società simile a quella della cristianità medioevale. Da qui l’attenzione di gran parte del mondo cattolico ed ecclesiale
February 15, 2026
Fanfani e la critica cattolica al capitalismo
come tentativo di restaurazione
Amintore Fanfani (1908-1999), economista e storico, è stato un politico democristiano:sei volte presidentedel Consiglio,nove ministro della Repubblica, cinque presidente del Senato
Il rapporto tra cattolicesimo, Modernità, fascismo, economia e società degli ultimi secoli è un territorio accidentato e poco esplorato. Ogni ipotesi ermeneutica è una mappa, uno strumento essenziale per provare ad inoltravisi, coscienti di avere tra le mani una cartina geografica incompleta e parziale. Una mappa non è la fotografia della foresta, non è una frazione di quella mappa “1 a 1” dell’Impero immaginata dal genio di Borges. È solo una umile carta, con molti buchi e puntini di collegamento con zone non descritte perché sconosciute, alcuni dei quali possono condurci anche sull’orlo di un precipizio – chi scrive e chi legge. Ma non ci sono altre vie buone, la sola che resta a disposizione è quella apologetica degli a-priori ideologici e dei miti narrativi, che è sempre la più amata da tutti gli imperi e dai loro nostalgici. Leone XIII e poi Pio XI, dedicando encicliche alla “questione sociale”, furono degli innovatori, Leone in primis e di più. Lo furono perché dissero che era parte essenziale della missione della Chiesa entrare nel vivo e nel cuore dell’economia, del lavoro, delle dinamiche sociali e politiche. Hanno quindi posto domande importanti e buone ai cattolici e a tutti. Le risposte che dentro i vincoli del loro tempo hanno offerto, sono invece state superate dalla storia, anche perché nate in un clima di paura e di difesa, che sono sempre pessime consigliere di ogni scrittore di faccende sociali. Durante le grandi paure, individuali e collettive, la prima strada che ci si para davanti è quella del ritorno a terre già note e tranquillizzanti, e non è la strada buona.
Per continuare il nostro percorso, guardiamo all’opera di Amintore Fanfani, docente di storia economica e delle dottrine economiche durante il fascismo alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, orientata in quei primi anni dal programma “medioevalista”. Padre Gemelli vide in Fanfani un fuoriclasse, e quando era ancora venticinquenne gli affidò la direzione della prestigiosa Rivista Internazionale di Scienze Sociali. I suoi primi e più importanti lavori sono dedicati alla ricerca di una fondazione del capitalismo, il cui spirito, per Fanfani, non è buono ma frutto maligno del declino e tradimento di quello autenticamente cristiano che aveva retto la Christianitas medioevale. Rintraccia così nell’ultimo Medioevo una cultura economica radicalmente diversa da quello che diventerà lo spirito capitalista. Lo spirito non ancora guastato dell’economia lo trovò in quella terra lontana dove ancora il germe moderno non era entrato nell’organismo europeo, infettandolo. Il primo spirito economico medioevale era buono perché pre-capitalista, quindi sociale, virtuoso, comunitario, ordinato dalle corporazioni e custodito sotto l’ala della Chiesa, della teologia di Tommaso e della Scolastica. Questo ordine cristiano dei primi comuni e dei primi mercanti, quello caro anche a Dante, sarebbe stato poi snaturato dalla «gente nova e i sùbiti guadagni» (If XVI,73) che «produce e spande il maladetto fiore» (If IX,130). Una svolta iniziata quindi molto presto, nel Trecento, con lo sviluppo dell’Umanesimo quindi. In quelle crepe del muro dell’ordine sacro medioevale si infilò il venticello cattivo dell’uomo moderno e quindi del capitalismo.
Un guasto verificatosi dunque ben prima della Riforma di Lutero e di Calvino. Fanfani non poteva essere in accordo con la teoria del grande sociologo Max Weber che qualche anno prima nella sua Etica protestante e lo spirito del capitalismo aveva legato la nascita del capitalismo allo spirito calvinista. Lo spirito capitalista per Fanfani non è né cristiano né cattolico, è il suo tradimento. Nasce invece come effetto collaterale della decadenza morale e religiosa dell’uomo moderno, e la Riforma non ha fatto altro che continuare quella rivoluzione sbagliata e più antica (non si dimentichi che quella stagione del cattolicesimo era anche anti-protestante). L’interesse di Fanfani per l’origine del capitalismo lo troviamo già nella sua tesi di laurea alla Università Cattolica: «Avversario del capitalismo non può essere un sistema in cui l’estrema ratio è la ragione economica; avversario del capitalismo può essere solo un sistema che pone altri criteri al di sopra di quelli economici» (A. Fanfani, Effetti economici dello scisma inglese, 1929-30). L’età precapitalistica, quindi, era «l’epoca in cui istituti sociali ben definiti, quali ad esempio la Chiesa, lo Stato, la Corporazione, si fanno tutori di un ordine economico non basato sui criteri di utilità economica e individuale. Tipico istituto dell’epoca è la corporazione» (Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, 1934, p. 34). Quindi Fanfani nega decisamente che «il cattolicesimo, in quanto corpo di dottrine, ha favorito i prospettarsi della concezione capitalistica e quindi l’avvento del capitalismo» (p. 98). E poi si chiede: «Quando e dove il capitalismo è sorto? In paesi protestantici, dopo la ribellione di Lutero?» (p. 111). La sua risposta è chiaramente: no. La nascita dello spirito capitalistico è precedente e si trova invece in «circostanze di fatto che abbiano indotto gli individui ad agire difformemente da come agivano i più dei contemporanei o avrebbero dovuto agire tutti» (p. 118). In particolare, un ruolo importante fu svolto dallo sviluppo del commercio su lunga distanza. In paesi stranieri, lontano dagli occhi della comunità, «per il mercante vi è minor stimolo per la correttezza» (pp. 119-122).
Tutto quindi in piena coerenza con il progetto di Toniolo, con Gemelli, il tomismo, Leone XIII e Pio XI e il loro progetto culturale di restaurazione dell’ordine medioevale, del suo spirito, delle sue corporazioni, tutti elementi essenziali del paradiso perduto. Il progetto sociale cristiano doveva quindi essere un superamento del capitalismo, ma invece di andare avanti lo si voleva superare tornando indietro. All’ordine economico fondato, secondo Fanfani, sul volontarismo (forte intervento dello Stato) e ponendo così fine al naturalismo, cioè al liberismo (Fanfani, Storia delle dottrine economiche, 1942). In questa sua visione, Fanfani considera la Rerum Novarum un manifesto del volontarismo («Rerum Novarum, volontarismo e naturalismo economico», Rivista Internazionale di Scienze Sociali, 1941).
Non ci stupisce, allora, che il giovane Fanfani aderì con entusiasmo e per molti anni al corporativismo fascista, che vede come l’apoteosi del volontarismo e il superamento del capitalismo, un corporativismo che Fanfani vide come sviluppo del corporativismo cristiano: «Il corporativismo ha negato l’essenza del capitalismo… Se vi è un Paese in cui il capitalismo volge al tramonto ed un nuovo sistema si avanza, questo paese è l’Italia. Mi paiono profondamente innovatrici le corporazioni e tutta la legislazione corporativa» (Declino del capitalismo e significato del corporativismo, 1934). Collaborò anche alla Scuola di mistica fascista (L. Pomante, 2024), creata perché, nelle parole del suo fondatore, «il fascismo ha una sua “mistica” in quanto ha un complesso di postulati morali, sociali e politici, categorici e dogmatici, e che soli possono salvare l’umanità in crisi» (N. Giani, 1930). Il 27.2.1937 il Cardinale di Milano A. I. Schuster fece una visita e una omelia in quella scuola, mentre il giornale cattolico «L’Avvenire d’Italia» (un genitore di questo nostro giornale) si oppose apertamente a questa nuova “mistica” (9 aprile 1930).
Ciò che soprattutto affascinava quei cattolici era la visione organica e gerarchica della società fascista, perché simile a quella della cristianità medioevale: «Il corporativismo fascista è tornato all’idea di una costituzione organica della società» (A. Fanfani, Il problema corporativo nella sua evoluzione storica, 1942). È tornato… tornare, voltarsi indietro per trovare la sognata “terza via”: «Le corporazioni sono state una forma di associazione perfettamente italiana, e noi dobbiamo alle vecchie nostre corporazione molti dei magnifici tesori che sono gloria e splendore dell’Italia» (Mussolini, “Discorso ai giornalisti esteri”, novembre del ’23). Nelle sue lezioni presso l’Istituto Coloniale Fascista (1936-37), Fanfani leggeva il fascismo in termini messianici di ritorno dell’impero, ancora più esplicito in un articolo nella sua rivista: «Al nostro popolo son bastati quattordici anni per coprire le tappe intermedie sulla via dell’impero, che altri percorsero in secoli: Pacificazione politica, conciliazione con la Chiesa, educazione romana cattolica e fascista della gioventù: ecco le conquiste che han tese le volontà ed han preparato la vittoria. Fummo tra gli ultimi a costituirci ad unità politica. E gli ultimi, da soli, diventeranno i primi. Ne dà una certezza la riapparizione in terra della virtù romana, corroborata dalla consacrazione del Cristianesimo» («Da soli!», Rivista Internazionale di Scienze Sociali, 1936).
Il regime fascista crollò. Le istituzioni corporative fecero la sua stessa fine. Ma la mentalità corporativista, con la sua ricerca di una via mediana e restauratrice tra capitalismo e socialismo caratterizzata da una forte presenza dello Stato, non è scomparsa dopo il 1945, anche perché c’era ben prima del 1922. Se ne trovano tracce nell’Italia repubblicana, lo vedremo. Come non fu superata dalla Chiesa la nostalgia per l’antico regime e la tentazione del retro-sguardo. Dalla Bibbia sappiamo che quando il popolo immagina un cammino a ritroso, se lo fa davvero finisce per attraversare il mare dalla parte sbagliata, dove ad attenderlo ci sono il Nilo, i mattoni, i faraoni. Papa Prevost ha scelto il nome di Leone per ridire che anche oggi la questione sociale è centrale nella Chiesa. E questo è un segnale molto importante. È da sperare – e le ragioni per farlo ci sono – che questa volta non sarà la paura delle “cose nuove” a dare tono e parole alle nuove encicliche. C’è un infinito bisogno di uno sguardo generoso e buono su quanto l’umanità sta vivendo, incluse le sue contraddizioni e i suoi rischi. La terra promessa, se c’è, si può trovare solo dentro il nostro tempo, sulla sua linea dell’orizzonte.
(6 - continua)

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