Tante medaglie veloci: ecco perchè l'Italia ha imparato a correre
Slittino, short track, pattinaggio di velocità, discesa libera e SuperG: quasi tutti i podi azzurri in questi Giochi sinora arrivano da discipline sprint. Un caso? forse no

Resistenza, sudore e sacrificio. Nello sport siamo sempre stati il Paese dei viaggi lunghi: maratone, marce, 10.000 metri in pista, soprattutto il fondo negli sport invernali. C’è stata un’epoca, lunga e polverosa, in cui l’eroe sportivo italiano era, per definizione, un martire. Il nostro immaginario nazionale era scolpito nel marmo della sofferenza di Dorando Pietri: braccia sorrette a fatica dai giudici di gara, sguardo perso nel vuoto, il traguardo raggiunto come un’espiazione.
Eravamo il Paese di Gelindo Bordin che vince la maratona di Seul nel 1988, o quello di Massimo Stano e Antonella Palmisano che trionfano a Tokyo 2020 nella 20 km di marcia sulla scia di nomi leggendari come quelli di Pino Dordoni e Abdon Pamic. Fino alle 36 medaglie olimpiche nel fondo grazie alle imprese sui 30 e 50 km dai tempi di De Zolt, Franco Nones a quelli di Albarello, De Zolt, Vanzetta, Fauner, Stefania Belmondo e Giorgio Di Centa.
Il messaggio era chiaro: nelle discipline più dure e lente avevamo, e ancora abbiamo, una tradizione straordinaria. Per vincere bisogna consumarsi, e se non c’è sofferenza, non c’è gloria. La velocità, quella sfacciata, elettrica, quasi insolente, era un lusso che lasciavamo agli altri. I 100 metri olimpici di Marcel Jacobs sono stati una splendida, forse irripetibile, eccezione.
Oggi, guardando il medagliere di queste Olimpiadi e i volti di chi lo ha costruito, quel ritratto appare invece sbiadito, quasi irriconoscibile. L’Italia non è più il Paese che "aspetta": è diventato il Paese che "attacca". Non siamo più (anzi, non sono, perché i protagonisti sono loro, pochi straordinari campioni e non noi che saliamo sempre con troppa disinvoltura sul carro dei vincitori) psicologicamente lenti, preoccupati dallo stile, intimiditi dalle sfide che durano meno di un battito di ciglia. Abbiamo (hanno) smesso di subire la velocità per iniziare a dominarla.
I podi sono lì a testimoniarlo, almeno 14 sui 18 conquisti sinora sono rapidissimi: Sofia Goggia, Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella discesa libera, Federica Brignone nel SuperG, la staffetta mista nello short track, la staffetta mista, Fischnaller e il doppio misto maschile e femminile dello slittino, Lorello nel pattinaggio velocità. E se c’è un luogo dove questa nuova "insolenza" italiana si è manifestata con la forza di un uragano, è l’ovale del ghiaccio. Qui, la velocità non è un’opzione, è l’unica lingua parlata. Francesca Lollobrigida, doppio oro con figlio in braccio, è l'emblema di questa rottura del paradigma. Cresciuta sulle rotelle, nel mondo dello sprint puro su asfalto, ha portato sul ghiaccio quella cattiveria agonistica che per anni ci è mancata. Nelle sue medaglie non c'è traccia di timore reverenziale. C'è invece la capacità di stare nel gruppo, di sgomitare se serve, e di lanciare una volata con una ferocia tecnica che annichilisce le avversarie. La Lollobrigida non corre per partecipare alla fatica; corre per imporre il proprio ritmo. È il simbolo di un'Italia che ha capito che la resistenza serve solo se diventa il carburante per uno sprint finale da togliere il fiato.
E poi c’è Arianna Fontana, 13 medaglie ai Giochi in 20 anni di incredibile resistenza. Nessuna donna mai come lei, la padrona assoluta del caos calcolato. Lo Short Track è la disciplina più sfacciata e sventata che esista: sorpassi millimetrici, lame affilate, velocità folli in spazi angusti. Arianna non è solo "veloce"; è strategicamente superiore. La sua capacità di infilarsi in buchi che non esistono, di accelerare quando le altre cercano ossigeno, è la smentita vivente del nostro antico complesso d'inferiorità. Con le sue medaglie, la Fontana ha dimostrato che essere "piccoli" o "latini" non è un limite nella velocità, ma un vantaggio se unito a una mente che viaggia più veloce dei pattini. Lei non ha paura di cadere, perché ha imparato che solo chi flirta con il limite può vincere.
Ogni medaglia di Arianna o Francesca lancia un messaggio silenzioso a chi sta al cancelletto di partenza: si può osare. Il timore reverenziale verso i colossi americani, russi o olandesi è crollato. Ma, più in generale, cosa è cambiato nel profondo? Perché non siamo più solo quelli degli sport di fatica, lenti e ragionati?
La prima risposta è strutturale. Gli sport di resistenza sono stati, storicamente, “poveri”: servivano meno impianti, meno tecnologia, meno investimenti. Bastavano strada, scarpe e chilometri. L’Italia del dopoguerra, Paese ancora in ricostruzione, poteva eccellere lì. Le discipline veloci degli sport invernali, invece, richiedono piste, materiali sofisticati, ricerca aerodinamica, staff tecnici altamente specializzati. Sono sport da sistema Paese.
Negli ultimi vent’anni qualcosa è cambiato proprio su questo piano. Le federazioni hanno investito in centri tecnici, preparazione scientifica, collaborazione con università e aziende. La cultura dell’alta prestazione si è fatta più “ingegneristica”. In discesa e SuperG la componente tecnologica – dagli sci alle tute – pesa enormemente. Nello short track e nel pattinaggio di velocità la marginalità del dettaglio fa la differenza. È un terreno su cui l’Italia, forte anche di una tradizione manifatturiera e di design, può giocarsela.
La svolta però, forse è anche culturale. Gli atleti di oggi appartengono a una generazione che ha interiorizzato il concetto di "rischio calcolato" non come un azzardo, ma come l’unico modo possibile di esistere nel professionismo moderno. Quando vedi Sofia Goggia cadere in due discese su tre disputate per giocarsi il tutto per tutto senza mezze misure, o Federica Brignone aggredire il SuperG con una precisione chirurgica dopo un infortunio devastante, vedi fame di vittoria in entrambi i casi. La "vita spericolata" di Vasco è diventata una tabella d'allenamento, un metodo di lavoro.
C'è uno stupore quasi infantile nel vedere gli azzurri occupare i podi delle specialità più pericolose. Anche nello slittino, dove il centesimo di secondo è un baratro, l'Italia ha smesso di essere la comparsa di lusso per diventare il punto di riferimento. Il successo nelle discipline veloci è un virus positivo. Siamo passati dal sudore di Dorando Pietri alla scia di ghiaccio di queste donne straordinarie. Abbiamo scoperto che per sognare bisogna davvero svegliarsi dal torpore di una narrazione che ci voleva "bravi ma fragili". La bellezza di questa Italia sprint sta nella sua insolenza. Non siamo più spettatori della frenesia altrui; siamo noi a dettare il ritmo. Abbiamo capito che, se smetti di aver paura di cadere, l'unica cosa che resta è il vento in faccia. Ed è un vento che, finalmente, profuma di vittoria azzurra.
C’è poi un fattore generazionale. I modelli cambiano. Se un tempo il riferimento erano i marciatori e i fondisti, oggi i ragazzi crescono guardando campioni che vincono in discipline spettacolari, televisive, rapide. La velocità è più “mediatica”: sta dentro i tempi dell’attenzione contemporanea. Questo incide anche sulle scelte sportive giovanili.
Non significa che l’Italia abbia smesso di eccellere nella resistenza. La tradizione resta, e ciclicamente riaffiora. Ma il baricentro sembra essersi spostato verso sport dove esplosività e tecnica raffinata prevalgono sulla pura tenuta aerobica. È una trasformazione che racconta qualcosa di più ampio: un Paese meno agricolo e più urbano, meno legato alla fatica come destino e più alla performance come progetto
Infine, attenzione a non forzare troppo la lettura identitaria. Le ondate olimpiche spesso sono figlie di generazioni irripetibili, di incastri fortunati, di talenti che emergono insieme. Può darsi che tra qualche anno torneremo a raccontare un’Italia ancora diversa da questa. Lo sport vive di cicli, e spesso di incastri casuali, non di essenze nazionali.
Forse, allora, la vera continuità non è tra lentezza e velocità, ma tra sacrificio e competenza. Che si tratti di 42 chilometri o di una discesa da novanta secondi, l’idea che sta sotto è la stessa: preparazione ossessiva, cultura del lavoro, capacità di soffrire. Cambia la durata dello sforzo, non la sua intensità simbolica.
Dorando Pietri barcollava verso il traguardo; oggi un discesista sfreccia a 130 all’ora. In mezzo c’è un secolo di trasformazioni economiche, culturali e tecnologiche. Più che aver smesso di eccellere nella lentezza, forse l’Italia ha semplicemente imparato a correre.
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