Malinin/2. Il “Crepuscolo degli dei” del pattinatore
Il grande favorito non regge alla pressione e rovina tutto in finale

Oggi mi sento in colpa, perché Ilia Malinin, il “dio del quadruplo”, è caduto (anche) per colpa mia. Assistere in prima persona alla cosiddetta "caduta degli dei" ieri sera al Forum di Assago con il disastro del biondo eroe americano vincitore annunciato dell’oro olimpico, ed anche di tutti i migliori candidati al podio, fa riflettere sulla ciclicità del destino umano. Ma anche sulle armi che noi, come pubblico, abbiamo nelle nostre mani. Ovvero come i social (e gli algoritmi) creano e distruggono i miti alla velocità della luce con la nostra complicità. Eroi vittime della pressione mediatica. E tutti giovanissimi, come si addice agli eroi. Che si tratti di Jannik Sinner o Angelina Mango, Ilia Manin o Justin Bieber, questi eroi sportivi o musicali contemporanei, sono al centro di tanti e tali interessi economici, da essere posti sotto i riflettori con una esposizione mediatica sproporzionata. Capaci di arrivare a somme vette, quanto a rovinose cadute. Tutte documentate. E nelle trame della rete non cascano solo loro, ma pure noi. Che ne diveniamo complici.
Fino a due mesi fa non sapevo neanche chi fosse Ilia Malinin, come la maggior parte delle persone normali. Poi su Instagram sono cominciati a comparire i primi reel dei suoi straordinari salti mortali all’indietro, più li guardo e più ne arrivano a decine, mi appassiono finché divento una follower e cerco di essere presente alla finale del Free skating maschile alle Olimpiadi Milano-Cortina. Quando finalmente esce sulla pista il principe del ghiaccio dagli spalti comincio a postare stories su di lui. E come me gli oltre 10mila del Forum, e così centinaia di migliaia di spettatori nel mondo, che aspettavano solo lui. La tensione è alle stelle, e lui cade. Non una, ma due volte, dopo avere mancato anche i suoi celebri quadrupli axel. Il dio del quadruplo scuote la bionda chioma, piange, davanti al pubblico ammutolito, scivolando clamorosamente in basso nella classifica.
Quasi una replica sul ghiaccio del Gotterdamerung, il Crepuscolo degli dei di Wagner, visto la sera prima alla Scala di Milano con la regia di David McVicar. Capitolo conclusivo della tetralogia L’anello del Nibelungo, ispirata alla antica saga germanica dove finisce l’era delle divinità primordiali. Sigfrido, l’eroe coraggioso, bello e sicuro di sé ha ottenuto, dopo avere sconfitto il drago Fafnir l’invulnerabilità, tranne in un punto sulla schiena. Ed è lì che il suo nemico, il perfido Hagen, a tradimento, lo ucciderà con la sua lancia. Ma la lancia che trafigge Sigfrido, oggi è il nostro telefonino e il mitologico anello è il cerchio sacrificale di tutti noi che attraverso i media e la loro pressione continuamente creiamo e distruggiamo eroi. Colpendoli sul loro punto debole: la pressione. Oggi sui social rimbalzano non più i video dei suoi strepitosi backflip, ma in un drammatico loop quelli delle sue cadute e del suo pianto disperato. Davanti, solo un ragazzo di 21 anni, sommerso da un’ondata di visualizzazioni e click che generano attenzione e profitto. Al contrario dell’eroe wagneriano viene ora il lavoro più difficile per Malinin, uscire dal mito, che siamo stati spinti a creare tutti noi, e ritornare uomo.
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