Umberto Guidoni: «Fra le stelle ho visto Marte. E me stesso»

Dal sogno dell’Apollo 11 alla missione shuttle Endeavour, il racconto straordinario dell’astronauta italiano
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May 23, 2026
Umberto Guidoni: «Fra le stelle ho visto Marte. E me stesso»
Umberto Guidoni alla partenza con lo space shuttle Endeavour al Kennedy Space Center nel 2001 / Ansa/Tony Ranze
Proponiamo un estratto del nuovo libro di Umberto Guidoni Ascensore per Marte (Gallucci, pagine 256, euro 15,00), nel quale l'astronauta italiano porta i ragazzi più giovani alla scoperta del Pianeta Rosso e di un domani in cui gli esseri umani si espanderanno oltre i confini terrestri, in un’avventura che intreccia scienza, tecnologia, utopia e spirito d’esplorazione.
Avevo quindici anni quando Armstrong e Aldrin misero piede sulla Luna. Come milioni di ragazzi sparsi in ogni angolo del mondo, guardai quella storica impresa con il cuore in tumulto, ma anche con la convinzione che un giorno anch’io avrei viaggiato nello spazio. All’epoca divoravo fumetti e romanzi di fantascienza. Bastava sfogliare una pagina per ritrovarmi a bordo di un’astronave diretta verso stelle lontane, pronto ad atterrare su mondi sconosciuti. Ma quando vidi gli astronauti dell’Apollo muoversi goffi e solenni sul suolo lunare, capii che i viaggi spaziali non erano più solo fantasia. Il confine tra immaginazione e realtà si stava davvero dissolvendo. L’umanità aveva varcato la porta dello spazio. Fu una rivelazione. Una di quelle che ti cambiano per sempre. Sognavo di diventare un esploratore del cosmo, di camminare un giorno sul suolo rosso di Marte. Ma presto quel sogno finì in un cassetto. Negli anni Settanta solo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica potevano raggiungere l’orbita. Per un ragazzo italiano, l’idea di avventurarsi tra le stelle sembrava destinata a restare irrealizzabile. Poi arrivò l’era dello space shuttle. Ricordo l’entusiasmo delle prime missioni, la promessa di voli più frequenti e la prospettiva concreta di una cooperazione internazionale. Per la prima volta si apriva uno spiraglio, una possibilità anche per chi, come me, veniva da altri Paesi. Molti anni dopo, quella strada mi portò nello spazio. Il sogno della mia adolescenza, custodito a lungo in silenzio, prese finalmente forma. Durante la mia seconda missione, a bordo dello space shuttle Endeavour, raggiunsi la Stazione spaziale internazionale.
Era l’aprile del 2001, appena sei mesi dopo l’arrivo del primo equipaggio. Dall’oblò osservavo la Terra: un mondo azzurro e fragile avvolto in un vuoto silenzioso che pareva infinito. Tra le stelle che popolavano quel vuoto notai un piccolo punto rosso. Era Marte. Fu in quel momento che mi colpì una riflessione semplice e illuminante: dove saremmo arrivati se, invece di girare attorno al nostro pianeta, la base spaziale si fosse spinta nello spazio profondo? Da quando era stata abitata permanentemente, la stazione aveva completato circa tremila orbite, percorrendo oltre centoventi milioni di chilometri. Quanto basta, almeno in teoria, per coprire un viaggio di andata e ritorno verso Marte.
Naturalmente non era progettata per abbandonare l’orbita né per sfidare il vuoto interplanetario. Eppure quel semplice calcolo accese la mia immaginazione: come sarebbe stato davvero lasciare la Terra per compiere il grande balzo verso il Pianeta Rosso? Immaginai quel viaggio. Una volta lasciata l’orbita terrestre, il ritmo familiare del giorno e della notte sarebbe svanito per sempre. Al suo posto un buio profondo, sfidato da un Sole che, man mano, si sarebbe ridotto a una piccola moneta d’oro sospesa nel nulla. Le stelle, fisse e splendenti come diamanti su un velluto nero, sarebbero state le uniche compagne di viaggio, immerse in un silenzio assoluto, rotto solo dal sommesso rumore degli strumenti di bordo Anche le voci dalla Terra si sarebbero fatte sempre più flebili e distanti. Ogni dialogo trasformato in un lento scambio di echi, con interminabili minuti di attesa tra una domanda e la risposta. Ogni chilometro percorso sarebbe stato più di una distanza fisica. Un graduale distacco dal mondo che avevo sempre conosciuto. Prima ancora che con lo space shuttle, nello spazio ci sono arrivato con la fantasia. Anni dopo, affacciato all’oblò della Stazione, ho visto Marte sospeso nell’oscurità e ho immaginato come sarebbe stato intraprendere un viaggio verso quel mondo lontano.

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