La giustizia non è impotente

Il procedimento dell’Aja contro Al Hishri dimostra che resta possibile perseguire crimini contro l’umanità garantendo insieme ascolto alle vittime e diritto di difesa
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May 23, 2026
La giustizia non è impotente
La sede della Cpi all'Aja
«Coloro che commettono crimini di guerra, genocidi o altri crimini contro l’umanità non rimarranno più fuori della portata della giustizia… Sta finalmente arrivando il momento in cui l’umanità non sarà più testimone impotente delle peggiori atrocità, perché quelli che tenteranno di commettere tali crimini sapranno che la giustizia li attende». Era l’11 aprile 2002 e così si esprimeva Kofi Annan, allora Segretario generale dell’Onu, commentando la notizia del raggiungimento del numero minimo di ratifiche del Trattato stipulato quattro anni prima a Roma e contenente lo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale, grazie a che quest’ultima poteva finalmente prendere corpo. La storia successiva ha purtroppo messo in evidenza una realtà lontana dal pieno avverarsi di quelle parole, pur sinceramente pronunciate e sinceramente condivise in spirito da chiunque vi leggeva la sensibilità a un anelito dell’umanità intera, in precedenza rimasto insoddisfatto quantomeno a livello universale (più circoscritti, gli ambiti entro i quali si era esercitata la giurisdizione nei processi di Norimberga e di Tokyo instaurati subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e, poi, di quelli successivamente svoltisi davanti ai tribunali chiamati ad accertare e sanzionare crimini commessi nell’ex-Jugoslavia e nel Ruanda). Da subito si sono invero palesati limiti intrinseci al funzionamento della giustizia penale internazionale, così come disegnata dallo Statuto, tra i quali la mancanza di organi di polizia, collegati o in qualche modo vincolativamente subordinati alla Corte stessa o alla Procura costituita presso di essa, che potessero dare diretta e immediata esecuzione ai provvedimenti emessi dall’una o dall’altra.
Ma inoltre il funzionamento della giustizia penale internazionale ha dovuto, e sempre più deve, fare i conti con altri condizionamenti, giocando un ruolo negativo specialmente la mancata ratifica del Trattato di Roma da parte di vari Stati del mondo, e in particolare di tre Potenze come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti d’America: scelta, questa, finalizzata soprattutto allo scopo di lasciarsi mano libera per tenere di regola esenti i propri cittadini da possibili incriminazioni per genocidio, crimini di guerra o contro l’umanità e da correlate misure cautelari eventualmente adottate nei loro confronti.
Proprio fallimentare, dunque, l’esperienza della giustizia penale internazionale? No, e i lettori di Avvenire hanno potuto constatarlo dalle puntualissime e toccanti cronache di Nello Scavo sulle udienze svoltesi nei giorni scorsi all’Aja, nell’ambito della fase preliminare del procedimento intentato contro un cittadino libico, Al Hishri alias Al Buti, accusato di ripugnanti efferatezze su migliaia di migranti e profughi inermi. Intanto, in questo caso, ha funzionato il meccanismo che – in mancanza di una polizia della Corte – fa carico ai singoli Stati nazionali di collaborare per dare effettiva esecuzione alle misure cautelari emesse nei confronti di persone presenti, anche soltanto occasionalmente, sul loro territorio. Qui, a non tirarsi indietro in concreto è stata la Germania; ed è ovvio che venga spontaneo il confronto con il ben diverso spettacolo offerto dall’Italia a proposito di un sodale dello stesso Al Hisri, di nome Almasri, dapprima arrestato nel nostro Paese ma poi accompagnato a Tripoli con un volo di Stato, così da esservi accolto trionfalmente come un eroe.
Per restare al caso El Hishri, la Corte si è presa tempo per trarre le conclusioni da quanto ascoltato ed emerso in udienza. C’è in ogni caso qualcosa che da quelle udienze già rifulge, specialmente in tempi nei quali è la forza bruta a venire da più parti esaltata come legittimata a far calpestare il diritto e i diritti più elementari, mascherando poi col nome di diritto le peggiori improntitudini. Qui si è invero assistito al manifestarsi di una giustizia davvero a tutto campo: che da un lato riesce a incoraggiare a testimoniare le vittime di orrendi delitti vincendo ogni ritrosia e ogni paura, pur più che comprensibili e potenzialmente paralizzanti, e che nello stesso tempo assicura a chiunque (compreso chi appare a priori schiacciato dalla pesantezza di terribili addebiti) la più ampia esplicazione del diritto di difesa.
Insomma, è vero che sotto tanti aspetti l’umanità attraversa tempi terribili. Ma, proprio per questo, meno che mai sono da sottovalutare i segni, anche piccoli, generatori di speranza. Compresi, appunto, quelli prodotti da una fede operosa nella forza del diritto autentico a fronte della tendenza a usare e predicare la forza, fino alla brutale violenza, contro quel diritto e contro le persone che ne sarebbero tutelate.

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