Dove il male non ha vinto

È nata così la “Terra dei fuochi”. Cumuli di rifiuti, roghi, fetori irrespirabili. Portarono ai clan un fiume di denaro. E a noi, che qui siamo nati, umiliazioni, malattie, morte. Sono stati anni difficili. Ma c’è sempre una “notte” luminosa in cui la Provvidenza smette di giocare a nascondino nella vita di chi cerca Dio
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May 23, 2026
Dove il male non ha vinto
Il Vesuvio /Ansa
Lo cercai, ci incontrammo: «Don Patriciello, non fummo noi a cercare loro, furono loro a cercare noi». Le parole di Carmine Schiavone, ex cassiere del famigerato Clan dei casalesi, risuonavano nell’aria come i rintocchi di una campana a morte. “Loro” erano gli industriali disonesti che dal centro e nord Italia, senza pudore, erano scesi in Campania per convincere i camorristi ad aderire alle loro proposte. All’orizzonte si intravedevano affari d’oro. Possibile? Possibile che con i rifiuti “si guadagna tanto ma non si rischia niente”? Proprio così. Ed eccoli, i figli degeneri della nostra amata terra campana, gettarsi a capofitto nella mortifera impresa. Una pagina nera scritta col sangue della povera gente. L’ex mafioso (Schiavone ci teneva a sottolineare la differenza), poi collaboratore di giustizia, continuò: «Se non avessimo avuto gli agganci con la politica saremmo rimasti solo una banda di delinquenti di periferia». Un patto scellerato che ha permesso a tonnellate di scorie industriali, provenienti da ogni dove, di terminare il loro macabro viaggio tra le campagne a cavallo delle province di Napoli e Caserta.
Nasce così la “Terra dei fuochi”. Montagne di scarti industriali, cumuli di rifiuti urbani, roghi, fumi, fiamme, ceneri, fetori irrespirabili, portarono nelle casse del clan e in quelle dei loro “signori” complici, un inarrestabile fiume di denaro. E a noi, che in queste terre siamo nati, viviamo e operiamo, umiliazioni, sofferenze, malattie, povertà, morte. Sono stati anni difficili oltre ogni immaginazione. Ma come fu possibile uno scempio del genere? Perché le legittime autorità non intervenivano?
Eppure, tutti sapevano tutto. Niente di nuovo sotto il sole: collusioni, corruzioni, omertà, paura, incapacità, menefreghismo, omissioni. Per la sete di denaro tanti nostri fratelli in umanità hanno avvelenato l’aria, l’acqua, il terreno, che a loro volta hanno avvelenato loro e i loro figli. I morti, soprattutto i bambini, gridavano vendetta al cospetto di Dio e della storia. Un sussulto di dignità scosse un gruppo di persone di buona volontà. Erano pochi, senza mezzi, senza risorse, senza potere. Bisognava fare qualcosa, ma da dove cominciare? Almeno io non ero preparato per affrontare una situazione del genere. E poi, ero invaso dalla paura di gettarmi in un’impresa che mi allontanasse dalla mia vocazione sacerdotale. Finché una notte…
C’è sempre una “notte” luminosa in cui la Provvidenza smette di giocare a nascondino nella vita di chi cerca Dio e il suo volto. E inizi a intravedere il sentiero da percorrere. Primo passo che ogni prete deve compiere nel momento in cui avverte una spinta per una missione insolita: correre dal proprio vescovo e aprirgli il cuore. Lo feci. L’ho sempre fatto. Insieme. Si cammina insieme. Si combatte insieme. Si soffre insieme. Si gioisce insieme. Scendemmo in campo, un campo minato, con la forza della fede e un amore sviscerato per la nostra terra. Chiamammo a raccolta i buoni: volontari – tanti, tanti, tanti – parrocchie, medici, professionisti, politici, magistrati, avvocati, giornalisti, camorristi pentiti. Più di tutti, gridarono i nostri morti e tra essi i più piccini. I loro nomi sono scolpiti nel cuore di Dio e nostro. Avvenire, il giornale che amiamo, sposò la nostra causa. Il nostro popolo gli sarà riconoscente per sempre. Arrivammo da papa Francesco. Ci ascoltò, ci incoraggiò. Nel 2015, inaspettatamente, fece dono al mondo di quel gioiello che è l’enciclica Laudato Si’. Sapevamo di poter contare su di lui. Arrivammo al Quirinale, alla Camera, al Senato, a Bruxelles, alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo. Il nostro era un grido disperazione e di speranza. Tante cose sono avvenute in questi anni, tante restano ancora da fare. Decenni di assoluto abbandono non si cancellano con un colpo di spugna. I veleni interrati, bruciati, mischiati alle immondizie urbane, sversati nelle acque hanno appesantito la vita di milioni di persone. La salute dei cittadini ne ha risentito fortemente. Anni di vita ci sono stati rubati. Il nesso di causalità, però, tra l’ambiente malsano e le tante patologie, oncologiche e non solo, non era facile da provare.
Nel 2015, l’Italia finalmente si dotò di una legge sui reati ambientali. Nel 2021, l’Istituto Superiore di Sanità, su richiesta della nostra Procura Napoli nord, ammetterà che tra rifiuti e salute c’è una forte correlazione. Nel gennaio del 2025, infine, dopo lunghi undici anni, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, rispondendo alla denuncia presentata da decine di persone e associazioni, rimprovera aspramente il governo italiano per non aver tutelato i diritti degli abitanti della terra dei fuochi. Il governo ne prende atto, non nega ma tenta di rispondere con i fatti. Non sembri poca cosa. La Chiesa si è fatta attenta al grido di dolore della gente. Ancora una volta è stata madre e maestra di tutti, credenti e non credenti, perché tutto ciò che riguarda l’uomo la interpella. Il vangelo e la ragione ci insegnano a custodire, difendere, promuovere la vita dall’inizio alla fine. Gomito a gomito, cuore a cuore, mescolando e asciugando le lacrime, benedicendo iniziative e bare bianche, moltiplicando gli abbracci, facendo forza a chi, stanco e avvilito, stava per cedere, siamo arrivati fino a oggi.
Oggi il Papa è ad Acerra, a pochi passi da Caivano, cuore della “Terra dei fuochi”, un viaggio già messo in agenda da Francesco e che la pandemia rese impossibile. Chi lo avrebbe immaginato? Siamo commossi come i bambini nel giorno della Prima Comunione. Attendiamo la sua parola. Faremo tesoro di quanto ci dirà. Il Santo Padre viene a condividere con noi la rabbia, il dolore, lo sconcerto, ma soprattutto la speranza e la preghiera. Viene a dirci di non mollare, di continuare a osare, di continuare a seminare pace, impegno, condivisione, amore. Questa visita si pone come sigillo di un percorso lungo e doloroso e l’inizio di un nuovo cammino.
Sì, perché la lotta non è finita. Il dio–mammona sta sempre dietro l’angolo. Occorre vigilare, educare, formare; nessuna delega in bianco deve essere più data a nessuno. Il creato è un giardino da custodire non un deposito da saccheggiare. Il successo più importante raggiunto in questi anni? La nostra caparbia volontà di dialogare e collaborare con le istituzioni con franchezza, umiltà, maturità, lealtà. Un approccio “libero e liberante”, senza sconti, senza inutili offese e senza sciocche adulazioni. Un chiedere e dare aiuto alle legittime autorità, sapendo che le persone cambiano, lo Stato resta. A chi ci ha fatto male – tanto, tanto male – vorremmo consigliare di approfittare della presenza del Papa per iniziare un cammino di pentimento e di vera conversione. Chiedere perdono e tentare di riparare il male fatto è un atto di forza non di debolezza. Il tempo delle menzogne e delle minacce è finito. Una nuova alba s’ intravede all’orizzonte. Santo Padre, benedici tutti. Una carezza particolare, però, riservala ai bambini. A quelli che hanno dovuto dire addio alla vita e ai loro amici che, in queste ore, continuano a lottare contro il “mostro”. Papa Leone, noi ti amiamo.

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