Da vetrina e dominio: così il fascismo riplasmò le città nelle colonie
La svolta imperiale si rifletté su architettura e urbanistica. Dal modello che voleva propagandare la civiltà italiana si passò a quartieri su base razziale

Nel 1936, poco dopo l’invasione dell’Etiopia, sulla rivista di architettura “Domus” uscì un editoriale dal titolo “Civiltà”. L’intento era di sottolineare la superiorità architettonica italiana rispetto ai “barbari” da colonizzare. A illustrare l’articolo un collage che poneva in alto una statua di Marco Aurelio con il braccio sollevato e al centro una foto del Duce intento a fare il saluto romano. I due sono circondati da planimetrie di ville romane, rettangolari e simmetriche. Sul fondo (non caso) dell’immagine appare un gruppo di africani seduti, ritratti mentre mangiano da scodelle. A fianco una planimetria di villaggio con strutture circolari messe qua e là. L’ordine archeologico della storia contro il disordine di una società vergine e primitiva. Parte da questa immagine l’antropologa culturale Mia Fuller in Una modernità apparente. L’architettura coloniale italiana dal Mediterraneo all’Africa orientale (Viella, pagine 348, euro 30,00; traduzione di Sofia Nannini). In questo studio - uscito in originale negli Usa nel 2007 e qui presentato in prima edizione italiana, aggiornato nella bibliografia e con una nuova prefazione - l’autrice fa una panoramica sull’architettura e l’urbanistica coloniale italiana, inserendola nella storia del colonialismo precedente e in quella più ampia - imperiale - di Francia e Gran Bretagna con cui il regime fascista voleva misurarsi. «L’idea di fare impressione sulle nazioni più potenti, che si pensava guardassero l’Italia dall’alto in basso – scrive Fuller – fu maggiormente evidente nella retorica di fine anni Venti e inizio anni Trenta». L’impatto degli edifici monumentali sulla “mentalità indigena”, invece, «non emerse come obiettivo negli scritti deAgli architetti fino alla fine degli anni Trenta, quando essi inquadrarono il loro lavoro ad Addis Abeba e in città simili, discorrendo di “prestigio” e di superiorità”». Due gli approcci: quello della città coloniale, che guardava più alle città duali del Nordafrica francese (vale a dire costruite a fianco a quelle abitate dai locali) e quello della città imperiale sul modello della Nuova Delhi britannica.
Fuller, che insegna Italian Studies all’Università della California Berkeley, da buona antropologa ha condotto la sua ricerca, planimetrie, progetti e testi alla mano, recandosi sul campo a Tripoli, nelle isole del Dodecaneso (in particolare a Rodi, Kos e Leros) nei borghi di Libia, Italia (che furono modello er un certo tipo di insediamento) ed Etiopia, nella città di Addis Abeba, Gondar, Dire Daua, Harar e Gimma. Infine ad Asmara e Tirana, quest’ultima - come Mogadiscio, in Somalia - inaccessibile al momento della prima edizione e sulla quale la presente si sofferma maggiormente. A dare impulso alla conoscenza di questa architettura è stato di recente l’inserimento, nel 2017, di Asmara, capitale dell’Eritrea, nella lista del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Ma il saggio non si concentra su una singola città o architetto. Dà invece uno spaccato dinamico del dibattito tra gli specialisti, soprattutto dagli anni Venti, quando si capì che le costruzioni potevano dare un’immagine riconoscibile dell’Italia, poi dell’approccio adottato dai pianificatori nei diversi contesti, infine del prevalere di una dominazione razziale a partire dalla fine dei Trenta. «Ho voluto scrivere una storia dell’autocostruzione nazionale italiana attraverso il perseguimento di un colonialismo che sarebbe stato “moderno” (una parola dai molteplici significati ) e allo stesso tempo radicato nella propria gloriosa antichità», scrive l’autrice nella premessa alla nuova edizione. Una modernità che, come esemplifica il titolo, sarà solo apparente e destinata a naufragare nel disordine e nella conflittualità dell’amministrazione sul territorio, al di là dell’esibizione di ordine e solidità.
La storia coloniale italiana, che affondava le sue origini nell’Ottocento, viene affrontata nei primi due capitoli, uno dei quali deciati alle “geografie”. Il terzo analizza la gestione dei territori coloniali e delle costruzioni prima degli anni Venti, quando - come detto - prese piede una maggiore consapevolezza architettonica. Non senza contrasti, come Fuller esemplifica citando i casi delle opposte visioni dell’architetto Carlo Enrico Rava su Tripoli e del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi riguardo a Rodi. Il primo nel 1929 voleva imprimere una svolta modernista agli edifici italiani della capitale libica assumendo caratteri locali e, così facendo, dare un’impronta di tropicalismo all’europea alla città come per le città di villeggiatura della Indie Occidentali e per la californiana Pasadena. Insomma voleva intercettare le correnti internazionali del tempo, in modo da “lasciare il segno”. Di opposto parere i colleghi ancorati allo stile “neomoresco” o alla monumentalità romana antica. Una risposta a distanza la diede nel 1936 il neogovernatore del Dodecaneso De Vecchi che fece eliminare tutti gli ornamenti “orientali” dall’Albergo della rose di Rodi, come mostrano due foto - una d’archivio e una scattata dall’autrice - tra le molte che arricchiscono il volume.
Alla fine i modelli urbanistici coloniali furono tre (e a ciascuno di essi è dedicato un capitolo). La già citate città coloniale e imperiale e una terza modalità, sperimentata anche in patria con le “Città nuove”, costituita da borghi costruiti apposta per i coloni, ma poi anche per i colonizzati. La struttura di questi villaggi satellite, diffusi soprattutto nelle zone rurali della Libia, era standard, pur nella diversità dell’uno dall’altro: una piazza centrale attorno alla quale c’erano gli uffici statali, la chiesa, e si svolgeva come in un’oasi tutta la vita dei locali, fossero essi coloni o indigeni. Non dovendo confrontarsi con siti preesistenti gli architetti dovevano prendere come criteri costruttivi, il clima, la sicurezza e le condizioni dei lavoratori. È lo stadio intermedio tra la costruzione di una città coloniale, o duale come Tripoli - parallela alla vecchia città “murata” dei locali - e la forma imperiale, costituita su «un ideale di apartheid» e diffusa nell’Africa orientale. Insomma dalla città vetrina della civiltà romana che si affiancava a quella considerata inferiore e transeunte, ma di cui si voleva preservare il fascino, si passò alle “mani sulle città” dell’Africa orientale, considerate al contrario senza valore. La maggior parte «fu aggressivamente ridisegnata, dal centro verso la periferia: invece di lasciare intatte le parti più vecchie delle città, gli italiani sostituirono il vecchio con il nuovo attuando politiche di segregazione razziale». Addis Abeba ad esempio era una città fiorente dal punto di vista commerciale. Ma i colonizzatori ne sottolinearono la sporcizia, l’arretratezza di carattere “medievale” e la connotazione razziale di essere una città dalla popolazione “nera”. Mussolini ordinò di soppiantare le architetture locali con altrettante italiane. Ma gli edifici italiani ed europei erano molti più di quanto si pensasse. Dopo molte distruzioni e nuovi piani regolatori si arrivò a costruire quartieri “indigeni” e a regolare l’accesso dei locali al nuovo mercato italiano (con ingressi e uscite separati per bianchi e neri). Il modello venne esteso ad altre città etiopi, ma anche ad Asmara, l’occupazione più lunga, e Mogadiscio, quella con la minore presenza di coloni italiani. In questi due casi, come poi a Tirana, il modello non fu applicato fino «alle estreme conseguenze». Ad Asmara il modello imperiale fu “giustapposto” alla città e gli edifici di rappresentanza furono sparsi lungo il principale asse stradale. Il centro non fu distrutto, come pure a Tripoli Bengasi e Mogadiscio. Alla fine quel modello come tutta l’impresa coloniale fu un fallimento.
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