Osama, tra gli “eroi” di Modena: «Ho fatto una cosa normale. Cosa vorrei? La cittadinanza»

Muratore da quasi trent’anni nel nostro Paese non ha ancora ottenuto lo status di cittadino italiano né una condizione lavorativa stabile. Insieme al figlio ha fermato la fuga del 31enne nella tragedia di Modena: «Ho fatto una cosa normale»
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May 23, 2026
Osama, tra gli “eroi” di Modena: «Ho fatto una cosa normale. Cosa vorrei? La cittadinanza»
Il vice presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani con Luca Signorelli (s) e gli egiziani Osama e Mohammed Shalaby/ ANSA
È già al lavoro, anche se fatica a prendere sonno. E non accetta il titolo di «eroe», come lo chiamano i passanti, che lo salutano in via Farini, a Modena, dove fa il muratore. «Quella che ho fatto è una cosa normale. Non si può restare indifferenti quando si scatena un’aggressione e qualcuno viene messo in pericolo», dice ad Avvenire Osama Shaby, l’egiziano 56enne che - insieme a suo figlio, Mohammed, e ad altre persone - è intervenuto per bloccare Salim El Koudri, il 31enne che nel pomeriggio del 16 maggio ha falciato sette persone in via Emilia Centro. «Era una giornata di riposo. Giravo in centro con mio figlio. Quella macchina si è schiantata a dieci metri da dove eravamo. E per poco non siamo finiti sotto», commenta mentre sorseggia un caffè. «Siamo intervenuti dopo aver visto tutto quel sangue, una signora rimasta senza gambe e Salim intento a scappare armato di coltello», spiega Osama, che ha contribuito a disarmare l’aggressore, aiutando così Luca Signorelli, un altro dei feriti. E alla domanda «Ha avuto paura?». Lui, di fede islamica, risponde: «Solo Dio sa il giorno in cui morirò. Ed è a lui che mi affido».
Osama è arrivato in Italia trent’anni fa. Aveva 26 anni e più sogni che vestiti in valigia. Suo figlio, Mohammed, è in Italia da due mesi. «C’è anche suo fratello, ha 18 anni. Purtroppo tornerà in Egitto tra qualche giorno», aggiunge Osama. Decisione difficile, ma dovuta a una condizione economica alquanto fragile. «Finora l’Italia non ci ha trattato bene. Nessuno dei due (figli, ndr) ha trovato lavoro. Non hanno ancora ottenuto il permesso e, ogni mese, spendo più di mille euro». Quei soldi vanno via nell’essenziale (vito e alloggio) a parte il lusso di qualche sigaretta. «Abitiamo in case diverse. Siamo andati dove c’era posto. Sembra impossibile trovare un’abitazione qui (a Modena, ndr) o a Milano». Hanno fatto diverse richieste in passato. L’ultima sarebbe stata archiviata dopo un colloquio in cui, secondo il suo racconto, non ricordava le generalità del connazionale che lo ospita in casa propria. «È da due mesi che non riesco più a pagare l’affitto», confessa. Questo mese finiscono anche i lavori nel cantiere. E di conseguenza il contratto. «Toccherà cercare di nuovo un lavoro. Magari non più come muratore. È troppo impegnativo».
Impossibile ripercorrere quei trent’anni in Italia, senza che si accenni al discorso della cittadinanza. «Ho sbagliato. Ho fatto la richiesta molto tardi, l’anno scorso». Cioè, ventinove anni dopo il suo arrivo in Italia. Prima non era del tutto a conoscenza del suo diritto e, al massimo, ha sempre puntato sul rinnovo del permesso di soggiorno. «Dovevo farlo ogni due anni. Ora per fortuna ho quello illimitato». Qualche giorno fa, su Change.org, è stata lanciata una petizione rivolta al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con la finalità di «concedere a cittadinanza onoraria» a Osama e Mohammed, poiché «entrambi hanno dimostrato di incarnare i valori che ammiriamo: coraggio, responsabilità civica e solidarietà». Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier Antonio Tajani, che pur aprendo a premi e riconoscimenti ha ricordato che «la cittadinanza non si regala: si dà e si regola, se ci sono dei requisiti». Osama - che la cittadinanza la vorrebbe, eccome - non pretende però alcuna ricompensa dopo il suo intervento. «L’ho fatto perché la fede mi ha motivato a intervenire e perché sono stato spronato da mio figlio, che quel giorno mi ha dato un grande esempio di coraggio». Per il resto Osama si mostra scettico. Crede poco alle parole di circostanza. Mentre parliamo lo chiama un altro giornalista. Una trasmissione televisiva. Osama però non si monta la testa. Conosce bene l’Italia e sa che, prima o poi, i riflettori si spostano, puntando altrove. In cuor suo si sente anche italiano: «Ho dedicato a questo Paese più della metà della mia vita: gli anni migliori». E spera di risolvere la sua situazione. Una parte delle sue preoccupazioni riconducono alla sponda sud del Mediterraneo, in Egitto, dove vivono la moglie di 45 anni e un altro figlio 15enne. «Vorrei portarli tutti qui un giorno, ma torniamo di nuovo a capo: è impossibile senza casa e senza un lavoro stabile». Anche Mohammed sogna un futuro in Italia. Ha lasciato tutto - casa, terra e amici - per venire qui. È un po’ timido e ancora non parla del tutto l’italiano. Quanto al lavoro: «Ci provo in tutti i modi, seguendo l’esempio di papà. Che non si è mai arreso». È difficile tirarli dentro il dibattito politico, poiché dicono, con semplicità: «Dobbiamo tutti rispettare le regole». Ed entrambi sognano cose concrete: «Una vita normale. Una famiglia unita. E una casa». E già questo fa riflettere: sono diritti che sembrano scontati ma in molti nell’Italia di oggi, anche se vengono chiamati «eroi», devono sopravvivere senza.

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