«Noi, schiavi di Almasri e Al Buti». In aula all’Aja le torture libiche riaprono le ferite delle vittime

di Nello Scavo, inviato all’Aja (Paesi Bassi)
I giudici decideranno entro luglio se aprire il processo, che potrebbe allargarsi alle responsabilità internazionali. E Almasri presenta documenti “vecchi”
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May 22, 2026
«Noi, schiavi di Almasri e Al Buti». In aula all’Aja le torture libiche riaprono le ferite delle vittime
il libico “Al Buti” durante l’udienza di convalida delle prove nel procedimento davanti alla Corte penale internazionale per i crimini commessi in Libia
«Sappiate che potete uscire in qualsiasi momento». L’avvertenza del giudice Iulia Antoanella Motoc non era immotivata. Per tre giorni nell’asettica aula della Corte penale internazionale sarebbero andati in scena quelli che l’Onu aveva già definito «orrori indicibili» nei campi  libici. Lui, Khaled Mohamed Ali El Hishri, detto Al Buti, imperturbabile, a tratti si morde le labbra, pulisce gli occhiali da lettura, aggiusta la postura sulla sedia mostrando la stazza che gli ha permesso di incutere timore. Nei tre giorni di udienza preliminare ha accuratamente evitato di volgere lo sguardo alla sua sinistra, dove avrebbe potuto incrociare i volti di chi la sua faccia non la dimenticherà mai. I giudici hanno due mesi per comunicare la loro decisione. Ma trapela la volontà di non arrivare alla scadenza del 21 luglio. Per la Procura della Cpi, quello di Mitiga non fu soltanto un luogo di detenzione. Ma un sistema. Arresti, sparizioni, pestaggi, spoliazioni, torture, lavori forzati, violenze sessuali, morti in cella, abusi per provocare aborti dopo gli stupri. Un ingranaggio nel quale l’identità veniva cancellata e la persona ridotta a funzione: obbedire, lavorare, sopravvivere. E accontentare i capricci perversi dei guardiani. «Anche in dieci per volta, per anni, a giorni alterni», ha ricostruito l’accusa citando la sorte di una delle minorenni subsahariane. 
I documenti depositati da Almasri nei quali sostiene che è aperto un processo in Libia per gli stessi reati e che quindi non può essere processato all’Aja. In realtà si tratta di reati differenti e i documenti che ha prodotto sono vecchi di un anno
I documenti depositati da Almasri nei quali sostiene che è aperto un processo in Libia per gli stessi reati e che quindi non può essere processato all’Aja. In realtà si tratta di reati differenti e i documenti che ha prodotto sono vecchi di un anno
Neanche la sterilizzazione lessicale di un’aula di tribunale internazionale può però impedire ad alcune vittime di star male, di tremare, di sentire il respiro che manca. Succede quando la loro storia diventa capo d’imputazione letto in faccia a El Hirshi. «L’angelo della morte» di Mitiga, lo chiamano. L’esecutore dei piani del generale Almasri, i due boss della prigione nell’aeroporto di Tripoli. Fermi, a volte con la testa tra le mani, altre tenendosi stretti tra loro, sulle poltroncine riconosciamo molte delle vittime. Le loro voci erano state raccolte da “Avvenire” per anni. C’è chi nell’ultimo giorno dell’udienza preliminare ha voluto indossare un vestito tradizionale africano. Come a ritrovare la propria identità negata, nel giorno che avvicina il tempo del giudizio degli uomini. Il sud-sudanese David Yambio, che dopo l’accoglienza in Italia si è trasferito all’estero ma è tornato in Europa per rivedere El Hishri e stare vicino agli altri superstiti. Era il 2019 quando venne catturato nel Mediterraneo. Trasferito a Mitiga, ha raccontato di essere stato torturato personalmente da Almasri e di avere visto all’opera nelle prigioni proprio “Al Buti”.  Proprio Almasri ha chiesto nelle ultime ore di essere escluso dalle attenzioni dell’Aja perché starebbe subendo identico processo in Libia.  Per farlo ha presentato a distanza alcuni documenti, visionati da “Avvenire”. Si tratta di atti giudiziari libici dell’aprile 2025, che riferiscono genericamente di alcune accuse ma non confermano l’avvio né la calendarizzazione di un processo. Una mossa per rallentare la corte, che dovrà rispondergli entro giugno. Anche Al Buti tace. Non ha voluto intervenire lasciando che a farlo fossero gli otto avvocati difensori, «di diversi Paesi e religioni», hanno voluto sottolineare.
Altri documenti depositati da Almasri 
Altri documenti depositati da Almasri 
In Italia era sbarcato anche Lam Magok, sud-sudanese assistito dagli operatori di “Baobab” a Roma. Ha riferito con precisione che Almasri lo ha picchiato e che, durante una fuga fallita da Mitiga, lui e altri sono stati «torturati per cinque giorni». Le prove resteranno per sempre sul suo corpo. Foto e filmati sono nei cassetti dei magistrati. A tempo debito verranno mostrati. Chi le ha viste per tracciare i capi di imputazione dice che forse non basterebbe neanche Hanna Arendt per spiegare nel 2026 «la banalità del male». Anche la fredda architettura è pensata per separare il giudizio dal mondo esterno. Tutti i peggiori crimini di guerra, genocidi, crimini contro i diritti umani sono passati da questi tavoli bianchi. Dalla ex Jugoslavia, al Ruanda, Kenya. La galleria del pubblico, dove siedono sotto anonimato anche le vittime, è una tribuna che osserva da tre metri di altezza, separata da una barriera di vetro. In aula non arrivano le voci da fuori. E dalle scalinate dell’uditorio chi ascolta può farlo solo indossando delle cuffie. «Ci sono molte speranze adesso che questo processo possa andare avanti e che i crimini possano essere confermati in sede dibattimentale», spiega Chantal Meloni, avvocato e docente alla Statale di Milano che con il “Centro europeo per i diritti costituzionali e umani” (Ecchr) aveva presentato numerose denunce approdate ora sui tavoli della corte.  «Casi come quello di Mitiga ci devono fare considerare le responsabilità anche dei livelli più alti e al di fuori della Libia - osserva Meloni -. Di chi permette ai gruppi criminali di prosperare, continuare a torturare, abusare e addirittura schiavizzare, se non uccidere, le persone che si trovano illegalmente detenute in questi centri».
 Alice Basiglini, portavoce di Baobab,  spera in «un possibile accertamento delle responsabilità istituzionali e politiche, ovvero dei mandanti europei di quei crimini». E Luca Casarini, tra i fondatori di “Mediterranea”, lascia l’Aja con una certezza: «Le procuratrici e i procuratori dell’accusa continueranno a dare voce alle testimonianze dei sepolti vivi di Mitiga». Non furono solo le percosse, secondo l’accusa. Fu anche l’abbandono. Malati di tubercolosi senza assistenza. Feriti lasciati nelle celle. Una bambina lasciata morire senza cure solo perché femmina e nera. Un giorno i detenuti chiesero aiuto per un anziano malato: «Che volete, muli? Smettetela, aspettate che diventi freddo», urlarono le guardie. Il vecchio prigioniero morì in cella.

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