La voce delle vittime alla Corte penale internazionale: gli 80mila nomi che i carnefici non possono cancellare
di Nello Scavo Inviato all’Aja (Paesi Bassi)
Intervista a Paolina Massidda, dell’Ufficio della Cpi che assiste le vittime: «In Libia non episodi isolati ma un sistema. La Corte ha una funzione: lo dimostra il fatto che si parli di sanzioni»

La “Lista di Massidda” ha 80 mila nomi. Torturati, stuprati, mutilati, schiavi, bambini abusati e altri diventati soldato fin dall’età di 4 anni. Sono le vittime dei peggiori crimini commessi contro i civili ovunque nel mondo negli ultimi vent’anni. Paolina Massidda lavora nel punto meno visibile e forse più delicato della Corte penale internazionale. Quello in cui la prova incontra il trauma, e il linguaggio del diritto deve tradurre senza cancellare la voce delle vittime. Fin dalla fondazione nel 2005 è “Principal Counsel” dell’ufficio indipendente del Tribunale internazionale che assiste le vittime davanti alla Cpi. Nel procedimento contro Khaled El Hishri, detto Al Buti, ha portato davanti ai giudici la voce di 64 superstiti del “sistema Mitiga”.
Cosa emerge?
Colpisce la costanza. Il racconto delle vittime è molto coerente. Parte quasi sempre dall’arresto o dal fermo. Poi arrivano i maltrattamenti, l’ingresso a Mitiga, la prima volta in cui vengono spogliate. Il racconto è univoco nel modus operandi. Cambia il vissuto individuale, ma la sequenza ritorna. Non sono episodi isolati: è una procedura che si ripete.
Si sono identificate nelle parole dette in aula?
Sì. Dopo l’udienza abbiamo ricevuto telefonate da vittime libiche che avevano seguito il procedimento. Ci hanno detto: mi sono riconosciuto in quello che avete detto. È il cuore del nostro lavoro».
Cosa accade quando la vittima rivede l’aguzzino?
Può essere devastante. Nel caso El Hishri una di loro era all’Aja durante la prima comparizione. Quando lo ha visto nella galleria del pubblico ha iniziato a tremare. Abbiamo dovuto accompagnarla fuori perché non respirava. Davanti a chi ti ha fatto del male personalmente, si riapre una ferita.
Nel caso Libia c’è differenza tra vittime libiche e migranti?
Alcuni libici leggono ciò che hanno subito come il potere nazionale che li ha schiacciati. I migranti percepiscono più spesso l’ingranaggio più ampio: intercettati in mare, riportati a terra, rinchiusi, abusati. C’è anche una componente razziale. Alcune vittime dicono: mi hanno preso perché sono nero.
Vale anche per le violenze sessuali?
Quasi nessuno le descrive dicendo “mi hanno stuprata”. Le vittime usano parole indirette: “Siamo andati a dormire insieme, siamo andati a letto insieme”. Nel loro racconto significano: “mi ha costretta”. Il nostro lavoro è far emergere parole giuridicamente rilevanti senza ferire di nuovo chi le pronuncia.
Perché è stato istituito il vostro ufficio?
Nei tribunali internazionali precedenti le vittime potevano entrare nel processo solo come testimoni. Alla Cpi possono presentare osservazioni e preoccupazioni. Non possono costituirsi parte civile né attivare la giurisdizione, ma hanno voce autonoma.
Autonoma anche dalla Procura?
Certo. Si pensa che l’interesse delle vittime coincida con quello della Procura. Nella mia esperienza, nel 99 per cento dei casi non è così. La Procura seleziona crimini, imputati, limiti temporali. Le persone colpite chiedono che sia compresa l’intera vittimizzazione: il fatto, il contesto, il prima, il dopo.
La selezione può lasciare fuori qualcuno?
Può produrre effetti durissimi. In Costa d’Avorio avevo due padri che avevano perso un figlio. Uno era morto pochi minuti prima della soglia temporale del capo d’imputazione, l’altro pochi minuti dopo. Uno poteva partecipare, l’altro no.
Riuscite ad arrivare anche prima della Procura?
A volte sì. Abbiamo aiutato vittime a redigere comunicazioni, notizie di reato, poi trasmesse al procuratore. In alcuni casi abbiamo portato alla Procura vittime diventate testimoni chiave.
Che cosa vi chiedono i sopravvissuti?
Molti dicono: quando parlo con il procuratore capisco che è interessato alla prova; quando sono con il mio avvocato posso parlare della mia vita. La vittima non vuole essere soltanto una fonte probatoria. Vuole che qualcuno sia interessato a lei.
E cosa chiedono davvero alla Corte?
Non cercano risarcimenti in denaro. Quello che hanno subito non è quantificabile. La grande maggioranza chiede riconoscimento. Dicono: voglio che questo sia raccontato, che la mia storia sia compresa come l’ho vissuta.
Il giornalismo ha un ruolo?
Quando nessuno parla di ciò che è accaduto, l’inchiesta giornalistica può essere una spinta. Prima della Corte, a volte, il giornale è il primo luogo in cui una storia esce dall’invisibilità.
C’è chi sostiene che la Corte va smantellata?
Non si può vivere senza diritto. Senza diritto vivremmo sbranandoci. Il diritto riconosce diritti inalienabili: magari oggi non puoi attivarli, ma non sono cancellati. La Corte ha una funzione: lo dimostra proprio il fatto che si parli di sanzioni e i tentativi di delegittimarla.
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