Banche e biodiversità da difendere. I campioni e le radici

Il nuovo risiko del credito crea gruppi più grandi e solidi, ma accanto ai colossi restano realtà capaci di garantire capillarità territoriale, presidio mutualistico e vicinanza alle comunità. Un patrimonio che l’Italia farebbe bene a preservare
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June 9, 2026
Banche e biodiversità da difendere. I campioni e le radici
Se avrà successo l’offerta di Intesa Sanpaolo su Banca Monte dei Paschi di Siena, accompagnata dall’accordo con Unipol, l’attività bancaria che potremmo definire più “tradizionale” di Mps – compresi il marchio, circa 635 filiali e una parte rilevante delle strutture centrali – sarà integrata in Bper Banca, di cui Unipol è il primo azionista con il 19,9%. La banca che nascerebbe da questa fusione si chiamerebbe Banca Monte dei Paschi. In un colpo solo, dal nome della nuova entità sparirebbero il riferimento alla città di Siena, che aveva resistito per oltre mezzo millennio – Mps è la banca più antica del mondo tra quelle ancora in attività – e quello alla Regione Emilia-Romagna, più giovane ma comunque presente da qualche decennio, da quando la Banca Popolare di Modena si allargò fino a diventare Banca Popolare dell’Emilia-Romagna. Questa trasformazione della denominazione degli istituti di credito non è in sé un male e nemmeno un bene, ma è certamente un segno della trasformazione che il nostro sistema bancario, e più in generale la nostra economia, sta attraversando.
Ci siamo abituati a perdere i riferimenti geografici dai nomi delle nostre grandi banche. È successo ad alcune delle città più importanti del Paese: tra le altre, hanno perso la loro “targa geografica” la Banca di Roma, oggi confluita in UniCredit, il Banco di Napoli, oggi parte di Intesa Sanpaolo, o l’Istituto Bancario San Paolo di Torino, sempre dentro Intesa. Lo stesso Banco Bpm, che ha presentato una proposta alternativa di aggregazione con Mps, ha finito per perdere dal suo nome i riferimenti alle vecchie Banche Popolari di Verona, Novara e Milano. La piccola città di Sondrio, nemmeno 25mila abitanti, era abituata ad avere due grandi banche cittadine, la Banca Popolare di Sondrio e il Credito Valtellinese, e ora non ne ha più nemmeno una, dopo che i due istituti sono stati inglobati rispettivamente in Bper e in Crédit Agricole Italia. Questo elenco delle “città perdute” – o delle “banche perdute”, a seconda della prospettiva che vogliamo adottare – potrebbe essere lunghissimo e forse inutilmente nostalgico. Ma quello che c’è dietro è anche più rilevante.
Perché questa nuova fase di aggregazioni bancarie è anche il risultato voluto di una stagione di riforme delle regole del credito spinte dall’Europa, a cui l’Italia, non sempre con convinzione, si è adeguata. Su tutte la riforma delle banche popolari, avviata nel 2015, che ha obbligato le principali banche popolari italiane – quelle con attivi superiori agli 8 miliardi di euro, soglia poi alzata a 16 miliardi nel 2024 – a trasformarsi in società per azioni. Era e resta difficile prendere il controllo di una banca popolare “vecchia maniera”, dove vige il voto capitario e quindi ogni socio ha un voto solo, a prescindere dal numero di azioni che possiede. Non bastano i soldi, per convincere i soci: vincere in assemblea richiede capacità e sforzi più politici che finanziari. Trasformate in Spa, invece, le grandi banche popolari sono diventate più contendibili e più facilmente aggregabili. Nei fatti, molte si sono fuse o sono state acquisite. Sono diventate più grandi, più patrimonializzate e più governabili secondo logiche di mercato, slegandosi però anche dall’antico legame con il territorio all’interno del quale erano nate.
È una traiettoria quasi inevitabile: se vogliamo completare l’Unione bancaria e costruire un vero mercato unico dei capitali, evoluzione naturale dell’integrazione economica europea, abbiamo bisogno di esserci con banche grandi. Intesa Sanpaolo, con questa operazione, punta a diventare la seconda banca della zona euro per capitalizzazione e rafforzerebbe un baricentro italiano attorno a Generali, che resta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei. La crescita nel settore bancario della stessa Unipol garantisce all’Italia la presenza di un altro gruppo finanziario di grandi dimensioni, difficilmente scalabile dall’estero. Avere grandi realtà finanziarie con la testa in Italia, per quanto mosse da logiche di mercato, non è un dettaglio. Lo ricorda, per contrasto, la resistenza che il governo tedesco continua a opporre all’avanzata di UniCredit in Commerzbank, altra potenza bancaria italiana.
A spingere tanto fermento ci sono logiche politiche e industriali ma anche tipicamente finanziarie, che consolidano o indeboliscono posizioni di forza vecchie e nuove. È il “sale” del risiko, che però stride con un’economia reale che annaspa, tra prezzi in rialzo e salari fermi, e con diseguaglianze sempre più ampie. In una partita che si gioca principalmente tra Milano, Parigi e Francoforte, è auspicabile che tutti stiano con i piedi per terra, e con gli occhi puntati sui territori – fatti di famiglie, imprese, comunità locali – che quelle banche hanno fatto nascere e crescere. L’interesse per reti commerciali può essere visto come un segnale del fatto che le grandi banche italiane continuano a investire sul territorio, e nell’era della “desertificazione bancaria” e dei mutui definiti via smartphone qualcosa vuole ancora dire. Dall’altro, grazie alla riforma completata nel 2016, l’Italia è riuscita a difendere – pur modificato – il modello del Credito Cooperativo, organizzato oggi su due grandi gruppi di scala nazionale (Iccrea e Cassa Centrale Banca) più il sistema delle Raiffeisen dell’Alto Adige. Un assetto capace di combinare capillarità territoriale, presidio mutualistico e maggiore solidità di sistema. Merito, soprattutto, della capacità del mondo delle Bcc di contribuire attivamente alla definizione di una riforma tutt’altro che neutrale per banche così legate alle comunità di riferimento.
A dieci anni di distanza da quelle riforme grandi e sofferte, e nel pieno svolgimento del nuovo turno del “risiko bancario”, forse possiamo dire che l’Italia ha superato questa prova meglio di altre. Le cronache dell’emergenza “sofferenze” sembrano passato remoto, mentre un’Intesa Sanpaolo che ambisce al podio bancario europeo e una UniCredit impegnata nella campagna di Germania convivono con piccole realtà come le Bcc di Pratola Peligna o la Cassa Rurale ed Artigiana di Castellana Grotte. Non c’è un solo modo di essere banca, per fortuna. E questa biodiversità del credito è qualcosa che, da italiani, dobbiamo ricordarci di difendere.

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