Paghe da fame, telefoni sotto controllo, documenti sequestrati: gli schiavi del kebab e del sushi

Solo a Bergamo in un anno la Cgil ha raccolto una ventina di casi tra paghe da fame, orari stressanti e violenze. «Serve una rete che prenda in carico chi ha il coraggio di sporgere denuncia». Spuntano altre irregolarità 
da Brescia a Riccione
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June 9, 2026
Paghe da fame, telefoni sotto controllo, documenti sequestrati: gli schiavi del kebab e del sushi
Un addetto allla preparazione del kebab / IMAGOECONOMICA
L’ultima frontiera dello sfruttamento schiaccia i lavoratori dentro un panino. Settanta ore a settimana per 900 euro lorde, con finto contratto part time, per preparare kebab o sushi sette giorni su sette. Non c’è domenica che tenga, e persino le pause assomigliano a uno stato di libertà vigilata. «Quando alcuni lavoratori sono venuti da noi a denunciare – spiega Paola Redondi, della segreteria Cgil di Bergamo –, i loro smartphone squillavano in continuazione. Rispondevano e si sentivano chiedere: dove sei? Cosa fai? Erano i datori di lavoro che li controllavano…».
Nell’ultimo anno, il sindacato ha preso in carico una ventina di migranti stanchi di essere spremuti nelle botteghe di cibo etnico. Un dato in brusco aumento, che a Bergamo sta facendo emergere una situazione diffusa. «I casi si sono verificati in città, ma anche in provincia. Purtroppo arrivano da noi quando è troppo tardi: o dopo un infortunio, oppure dopo aver subito minacce o violenze dopo aver chiesto un aumento». Il padre padrone non gradisce rivendicazioni, soprattutto se provengono da persone del suo gruppo etnico. Esiste un flusso di manodopera sommerso proveniente soprattutto da Nord Africa e Pakistan di cui si sa pochissimo, gestito da chi lucra sugli stranieri - spesso connazionali - che versano in uno stato di ”fragilità documentale”. Come spiega Redondi, questi ragazzi «necessitano di aiuto per richiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, e chi li assume li ricatta: se non sottostai alle mie condizioni ti arrangi. Oppure si vedono sottrarre direttamente i documenti. Ci sono gli estremi per il reato di sfruttamento previsto dall’articolo 603 bis del codice penale, anche perché molti sono costretti ad alloggiare in appartamenti sovraffollati e fatiscenti, dormendo a volte anche in cucina». La Cgil ha informato la procura, le indagini sono in corso. Chi trova il coraggio di denunciare dovrebbe usufruire di un permesso di soggiorno concesso “con immediatezza”, secondo l’articolo 18 ter del testo unico sull’immigrazione, “per consentire alla vittima e ai membri del suo nucleo familiare di sottrarsi alla violenza, all’abuso o allo sfruttamento”.
«Di fatto, però, non avviene sempre – sottolinea Redondi – e questo compromette la possibilità di ottenere informazioni tempestive e utili alle indagini. Con ricadute anche sulla stessa volontà di collaborare, anche perché manca una rete sociale che si preoccupi di fornire alternative pratiche e rapide». Se un altro lavoro lo si può anche trovare, la questione è più complicata per quanto riguarda la sistemazione abitativa: impossibile lasciare il “dormitorio” se non si sa dove andare. «Il caporale invece è più veloce ed efficiente: non solo ti trova una sistemazione a buon mercato, ma si occupa anche del trasporto sul luogo di lavoro» dice Redondi. Un sistema che si può smantellare solo offrendo aiuto concreto: a Bergamo la rete di assistenza è ancora da imbastire, magari applicando il protocollo firmato da Ente bilaterale del Turismo e ministero del Turismo per favorire percorsi formativi rivolti a migranti vulnerabili. Si guarda però anche al modello integrato di presa in carico introdotto in Toscana. Il progetto Soleil, che coinvolge terzo settore, servizi sociali e sindacati, ha consentito l’emersione di oltre mille casi di sfruttamento grazie a un percorso di tutela e reinserimento lavorativo che prevede anche la garanzia di un alloggio dignitoso.
La piaga dello sfruttamento nella ristorazione etnica è emersa alcuni giorni fa anche nel Bresciano, a Darfo: i carabinieri hanno chiuso una pizzeria-kebab bar dopo avervi trovato alcuni lavoratori in nero, che non avevano ricevuto la minima formazione circa i rischi dell’attività da svolgere. Non solo, i “dipendenti” erano scrutati in diretta da telecamere nascoste. Una pratica non nuova: a Riccione, tre anni fa, fu chiusa la tavola calda di una famiglia turca che sorvegliava cuochi e camerieri con occhi elettronici. I titolari sequestravano i passaporti o i permessi di soggiorno dei migranti e li costringevano a lavorare 15 ore filate, per poi farli riposare in un ripostiglio ricavato sopra la cella frigorifera. Un regime di semischiavitù che fu interrotto anche in questo caso dai carabinieri, grazie alla collaborazione di uno straniero che non ce la faceva più. Il coraggio paga, a patto però di non essere lasciati soli.

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