Il sorpasso che cambia la storia americana: gli Usa per la prima volta hanno un saldo migratorio negativo

di Elena Molinari, New York
Nel 2025 il numero dei cittadini statunitensi che hanno lasciato il Paese ha superato (di 295mila unità) quello di chi vi è entrato. Effetto delle politiche “zero ingressi”. Non succedeva dagli anni Trenta
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May 23, 2026
Alcuni passeggeriin fila per i controlli di sicurezza nell’aeroporto internazionale di Hartsfield–Jackson ad Atlanta, in Georgia
Alcuni passeggeri in fila per i controlli di sicurezza nell’aeroporto internazionale di Hartsfield–Jackson ad Atlanta, in Georgia / ANSA
Per la prima volta dalla Grande Depressione degli anni Trenta, più persone lasciano gli Stati Uniti di quante scelgono di abitarvi, tanto che il Paese costruito sull’arrivo di nuove popolazioni ha chiuso il 2025 con uno storico saldo migratorio negativo. E la tendenza non accenna a interrompersi. Secondo le stime del Pew Research Center e della Brookings Institution, lo scorso anno vi sono stati circa 295mila più emigrati che immigrati negli Usa. Non è ancora un dato definitivo, anche perché l’Amministrazione Trump ha ridotto la trasparenza delle statistiche migratorie. Ma il quadro è chiaro: il Paese sta vivendo una brusca inversione di tendenza. Il fenomeno ha due facce. Da una parte ci sono gli americani che se ne vanno. Pensionati, professionisti del lavoro remoto, famiglie della classe media soffocate dai costi sanitari, giovani preoccupati da una polarizzazione politica sempre più tossica cercano una qualità di vita diversa. Il Messico è la meta principale, con circa 1,6 milioni di cittadini statunitensi residenti. Il Portogallo ha visto aumentare la presenza americana di oltre il 500% negli ultimi anni e in Irlanda i trasferimenti sono raddoppiati. Sicurezza, sistemi sanitari più accessibili, costo della vita e, per molti, un clima politico meno lacerante fanno parte dell’attrattiva. Ma questa non è la sola causa principale del sorpasso. Il vero motore è il crollo degli ingressi.

La stretta di Trump


Donald Trump aveva promesso una guerra senza tregua all’immigrazione irregolare. Ma il primo anno della sua seconda Amministrazione ha prodotto una stretta molto più vasta, che investe in pieno anche l’immigrazione legale. I numeri mostrano che la contrazione non deriva soprattutto dalle deportazioni, ma dal prosciugamento dei nuovi arrivi. Le persone entrate con permessi umanitari o con procedure d’asilo, che nel 2024 erano state circa 1,4 milioni, l’anno scorso sono precipitate a 67mila. I rifugiati ammessi, circa 105mila nel 2024, sono crollati a 7.600. Trump ha fissato per il 2026 un tetto di 7.500 rifugiati: il più basso della storia americana. Anche le “green card” rilasciate sono scese. I visti non turistici — studenti, lavoratori altamente qualificati, lavoratori stagionali — sono passati da 2,2 milioni a meno di 2 milioni. Le misure che spiegano la frenata sono numerose. La Casa Bianca ha chiuso l’applicazione che consentiva di fissare appuntamenti ufficiali alla frontiera, ha cancellato i programmi umanitari creati sotto Biden, ha revocato lo status di persone protette per diverse nazionalità, ha rallentato o sospeso le pratiche per asilo e ha reintrodotto un bando per 19 Paesi. Anche le uscite forzate o volontarie sono aumentate. Le deportazioni formali del 2025 sono stimate tra 310mila e 315mila, poco sopra il 2024, ma con una differenza sostanziale: oggi colpiscono molto più spesso persone integrate nel tessuto sociale, non migranti appena fermati alla frontiera. A questo si aggiungono tra 210mila e 405mila partenze volontarie di immigrati spinti dal timore di detenzione, separazione familiare o impossibilità di regolarizzazione.

Economia

Il cambiamento ha conseguenze economiche immediate. Negli ultimi anni quasi tutta la crescita della forza lavoro americana era dipesa dagli immigrati, perché la popolazione nata negli Stati Uniti in età lavorativa cresce troppo lentamente per sostenere da sola l’espansione economica. Ma gli immigrati non portano solo manodopera: consumano, affittano case, comprano automobili, aprono piccole imprese, sostengono la domanda interna, pagano le tasse. La frenata sposta radicalmente molti equilibri. Brookings stima che nella seconda metà del 2025 il numero di nuovi posti di lavoro necessari ogni mese per mantenere stabile la disoccupazione sia sceso a 20-50mila. Nel 2026 potrebbe addirittura diventare negativo. In altre parole: vedremo un mercato del lavoro debole che riflette semplicemente la presenza di meno persone disponibili a lavorare. I comparti più vulnerabili sono quelli che tradizionalmente dipendono dalla manodopera immigrata, come agricoltura, edilizia, ristorazione, alberghi e assistenza agli anziani. Nei consumi, Brookings stima una riduzione della spesa interna tra 40 e 60 miliardi di dollari lo scorso anno, con ulteriori perdite tra 10 e 40 miliardi nel 2026. L’effetto sul Pil sarebbe visibile: tra meno 0,2 e meno 0,3 punti percentuali annui, abbastanza da incidere sulla crescita economica.

Il significato politico

Per Trump, è il compimento della promessa elettorale di riprendere il controllo dei confini e ridurre la pressione migratoria. Per la sua base elettorale, infatti, il saldo negativo è un trionfo. Ma il cambiamento potrebbe avere conseguenze politiche più profonde. Gli Usa hanno storicamente attratto non solo manodopera povera, ma anche studenti, imprenditori, ricercatori e lavoratori altamente qualificati. Oggi il messaggio che questi ricevono è diverso: entrare è difficile e restare incerto, persino per chi utilizza canali legali. Questo potrebbe tradursi in un’America meno dinamica, più anziana e molto meno competitiva nella corsa globale ai talenti. Brookings prevede che anche il 2026 potrebbe chiudersi con nuovo saldo migratorio negativo, fino a meno 925mila persone. Se la tendenza si consolidasse, sarebbe il segnale che la più grande potenza costruita dall’immigrazione sta scegliendo deliberatamente la contrazione.

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