L’IA può farci liberare tempo e risorse per nuove relazioni
Una lettura “controcorrente” delle formidabili questioni poste dal dilagare dell’intelligenza artificiale: se intesa anzitutto come opportunità da usare con realismo e saggezza, può cambiarci la vita (in meglio) e creare molta nuova occupazione. Il parere di un economista

Lunedì prossimo è in calendario un evento importante e inedito. In una conferenza stampa in Vaticano papa Leone XIV assieme al fondatore di Anthropic, una delle aziende pioniere dell’intelligenza artificiale, presenterà la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata al tema.
Trattasi di un evento grandemente atteso perché la transizione digitale è senz’altro il tema numero uno del momento per un motivo principale. La trasformazione è progressiva, assolutamente in corso, con una capacità di evoluzione impressionante che ci impedisce di prenderne le misure e circoscriverne con fiducia caratteristiche e impatto. Ed è proprio questo quello che un po’ ci turba.
Le due parole più adatte a descriverla sono “automazione cognitiva”, ed è impressionante osservarla come ulteriore accelerazione del processo non-lineare di aumento di velocità di circolazione e rielaborazione delle conoscenze che, dopo secoli di lento movimento, ha visto in poche decine di anni le due grandi rivoluzioni dei motori di ricerca e, appunto, dell’IA.
Come nel caso di ogni grande innovazione (e ancor più in questo frangente), questa fase è accompagnata da grandi timori, e ci sono enormi possibilità di effetti positivi o negativi a seconda di come l’umanità sarà in grado di maneggiarla.
Una delle paure maggiori è quella della disoccupazione tecnologica, ovvero della riduzione di posti di lavoro a causa della sua introduzione. Quello che osserviamo oggi è in realtà che, scomponendo un lavoro in un insieme di funzioni, l’IA si sostituisce agli umani per alcune e quasi mai per tutte. Nella stragrande maggioranza delle professioni la collaborazione tra umani e IA genera enormi aumenti di produttività, e con essi la possibilità di sviluppare prodotti e servizi prima inaccessibili o troppo costosi. Tutto questo stimola nuova domanda e non porta a una diminuzione ma a un aumento di occupazione. Molto spesso infatti ci si sofferma sugli alberi che cadono e non sulla foresta che cresce. Se i traduttori istantanei o online sono i dattilografi tagliati fuori dal nuovo cambiamento, e se le difficoltà dei giovani di ingresso nel mondo del lavoro fanno rumore, il numero totale delle occupazioni continua a crescere.
Accade in sostanza quello che chiamiamo il “paradosso di Jevons”, dove l’economista rassicurava l’opinione pubblica di allora sul fatto che l’invenzione delle gru non avrebbe sostituito operai edili ma, anzi, ne avrebbe aumentato la domanda consentendo di realizzare opere prima troppo difficili o costose. Non sappiamo cosa succederà domani ma da un anno fa a oggi l’IA è già molto diffusa e in Italia si sono creati circa 180mila posti di lavoro in più, 53 milioni nel mondo.
La vera partita di fronte a questa enorme trasformazione è però di carattere economico e culturale al tempo stesso. Nella stragrande maggioranza delle professioni dove la parte cognitiva è importante o dominante ci si accorge di poter fare in un centesimo del tempo il lavoro di prima. A questo punto, insegna l’economia, ci può essere un effetto “reddito” o un effetto sostituzione sull’offerta di lavoro: la nostra reazione a questa rivoluzione è di lavorare esattamente lo stesso numero di ore facendo cento volte di più di quello che facevamo prima, oppure di dedicare parte di quel tempo alle relazioni e alla cura. E, senza uscire dal lavoro, non accadrà forse che, anche senza ridurre significativamente il tempo di lavoro, lo stesso sarà necessariamente più dedicato a relazioni e cura dei rapporti tra umani visto che lo sforzo cognitivo può essere delegato ?
Restano questioni enormi come quella della potenziale manipolazione delle preferenze (l’IA è più insidiosa dei social perché il suo rapporto è uno a uno con i singoli umani e resta invisibile agli altri), e quella dello spiazzamento o meno delle relazioni faccia a faccia per le nuove generazioni, che già nascono nell’alveo di relazioni facilitate dalle macchine e possono trovare più difficile di noi non nativi digitali quel surplus di energia necessario nei rapporti tra umani faccia a faccia in contemporanea.
Un teologo visionario e ottimista come Tehillard de Chardin guardava con fiducia al progresso tecnologico affermando che «la funzione degli automatismi artificialmente creati dalla Vita riflessa non può essere che una: liberare, e questa volta a un livello mai raggiunto prima, una massa nuova di energia psichica»: questa energia è «immediatamente trasformabile in forme ancora più alte di comprensione e di immaginazione» (Machines à combiner et super-cerveaux, 1950). Sarà anche questa volta così ? Per quanti avverrà? E riusciranno gli altri a evitare nuove forme di manipolazione e sfruttamento ?
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