Un team di scienziati e un bunker nel ghiaccio che scongela emozioni
Il film “Antartica-Quasi una fiaba”: un piccolo miracolo cinematografico che merita di essere visto

Il cinema italiano non gode di buona salute, lo dicono, anzi lo denunciano gli stessi addetti ai lavori (attori, registi, produttori). Un po’ perché il cinema di casa nostra è ostaggio dei continui rimpastoni gerarchici e delle miopi politiche “culturali”, un po’ perché la fantasia, specie in un contesto del genere, non ce la farà mai ad andare al potere. Eppure, anche sul grande schermo i piccoli miracoli, almeno nella sezione “poveri ma belli” (film a basso costo con massima riuscita), possono ancora accadere. E non è un caso, il caso è la provvidenza degli stolti mi insegna don Carlo, a questo piccolo miracolo cinematografico di Antartica-Quasi una fiaba ho assistito, insieme a pochi eletti spettatori, in una piccola ex sala parrocchiale, il cinema Palestrina che compie 90 anni e il primo film che qui venne proiettato, nel 1936, fu il Don Bosco di Goffredo Alessandrini. Non so se Silvio Orlando, abbia mai visto quella pellicola salesiana, io però invito tutti ad andare a vedere il film di Lucia Calamaro di cui è protagonista. E per una volta fidatevi del passaparola, che spesso genera mostri, ma in questo caso posso assicurare che siamo oltre la segnalazione e la recensione critica che diventa secondaria rispetto ai tanti messaggi che la regista, drammaturga di lungo corso ma al debutto dietro la macchina da presa, è riuscita a trasmettere in appena 93 minuti. Il tempo di una partita di calcio in cui gli attori in scena, perché si tratta di una grande opera di teatro per immagini, portano con sé il loro personale “senso della vita”. E ognuno di voi sono certo che si riconoscerà almeno in uno di questi scienziati che vivono e operano fuori dal mondo. Un team di giovani (categoria indefinita) che per mesi vivono in un bunker dell’Antartide (ricreato nel romanissimo Monte Soratte) nella modesta base scientifica italiana di Sidera.
Primo messaggio da nave in bottiglia: abbiamo i migliori scienziati, ma sempre sedi e condizioni precarie che mettono inesorabilmente i nostri “cervelli” in fuga. I fondi scarseggiano e provano a togliere l’ossigeno anche a Sidera, fondi che servono a realizzare la grande utopia del professore e capo ricercatore, Fulvio Cadorna (Silvio Orlando): la “Città del ghiaccio”. Un deserto dei ghiacci dove ospitare in futuro quel che resta dell’umanità prigioniera di un mondo che abbiamo contribuito, chi più chi meno, a devastare. E questo film ci fa riflettere sul fatto che la devastazione non è solo climatica e ambientale, che certo ha il suo peso, ma lo tsunami quotidiano dipende dalle relazioni feroci, violente, in uno scenario globale da homo homini lupus. A questa sanguinosa ricerca di scontro in presenza di gravità, direbbe Alessandro Bergonzoni, cioè di situazioni gravi, ci si difende, o almeno si tenta, con un nichilismo che sconfina nell’isolamento. Quanti giovani oggi vivono nella loro Sidera? Nella cameretta ghiacciata che diventa un laboratorio di solitudini senza voce in cui si cerca la formula giusta per dire al mondo: “Sono qui, esisto anch’io”. E’ tutto un morire dentro. Qualcuno ha detto che una volta si nasceva vivi e si moriva poco alla volta, oggi accade il contrario. I social ci illudono di essere connessi con il mondo, mentre abbiamo smarrito, tutti, il filo del discorso diretto, la gioia dell’incontro, il gusto antico dello stare insieme solo per il piacere di esserci.
Non è un altro caso, ma la logica degli eventi, se la Calamaro nel suo racconto poco fanta e molto scientifico chiama in causa il filosofo dell’esserci, Hegel. E allora la reminiscenza del cattivo studente ritrova nelle relazioni pericolose del film quel monito hegeliano: «Il non umano, l'animalesco, consiste nel fermarsi nel sentimento, e nel dar contezza di sé solo per mezzo di questo». L’educazione sentimentale che riceviamo condiziona molto del nostro percorso, in cui siamo costantemente attratti da quello che non sappiamo e da quello che forse non conosceremo mai. Perciò ci sentiamo un po’ tutti come Maria (Barbara Ronchi) la crio-genetista che studia il ghiaccio per rintracciare dei segni di vita che appartengono a un passato remotissimo, forse perennemente ignoto. Ma ciò che conta nella vita dell’uomo di oggi è ciò che lo mantiene sempre giovane e figlio, rinnegando l’adulto che è in sé e ancor più quello che lo ha generato. E’ un talent questo mestiere di vivere, in cui vince solo chi crede nell’immortalità, e allora la scoperta di Maria, una membrana che consente di ibernare anche l’uomo e non solo le povere tartarughe della destabilizzata collega Rita (Valentina Bellè), sepolte nei ghiacci, diventa l’affare del secolo. Ma l’etica e la difesa della scienza giusta, per chi ancora ci crede come Maria e non solo, appartengono ai valori non negoziabili e non possono finire nel listino della spesa dei potenti. Non si commercia con i sentimenti, con l’amore di un padre ritrovato che sarebbe rimasto comunque un vero padre anche senza la prova del dna. “Non si regala l’amicizia e la compagnia”, canta Ivano Fossati e questo film dall’ambientazione gelida ha il potere di ricordarcelo e lo fa scongelando le emozioni e sciogliendo come neve al sole i tanti nodi dubbiosi che si strozzano in gola, ogni giorno. Chi è padrone della propria vita, può affrontare le mille insidie, le trappole celate sotto i nostri piedi e quell’ottavo peccato capitale che è l’indifferenza, e può farlo a testa alta, con la sola forza dell’umanità. Ma Antartica ci pone il dilemma: chi è davvero padrone della propria esistenza? A questo ha provato a rispondere sempre Hegel, quando scrive: «La storia del mondo non è altro che il progresso della consapevolezza della libertà». E allora quel progresso, è come il passato, una terra straniera, anche più fredda e lontana dell’Antartide, ma forse, è ancora possibile sperare di arrivarci.
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