Guerre, energia e transizione in un «mondo ad alto rischio»
di Barbara Gallavotti, Giorgio Parisi
Il dialogo tra la divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti e il Premio Nober per la Fisica Giorgio Parisi al Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso da ASviS. «Ci sentivamo esposti anche durante la Guerra fredda. Ma oggi abbiamo più pericoli, che si alimentano a vicenda. E non ne siamo consapevoli avendo “archiviato” il nucleare»

Pubblichiamo il testo del dialogo tra la divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti (che formula le domande) e il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi all'evento conclusivo della X edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, promosso, alla Camera, dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), diretta da Enrico Giovannini. Il loro intervento si è focalizzato sulle prospettive legate alla “Transizione energetica ed ecologica in un mondo ad alto rischio”.
Siamo in un mondo ad alto rischio. Eppure questa sembra essere una condizione frequente: ci sentivamo ad altissimo rischio anche durante la Guerra fredda. Guardando indietro, lei pensa che questa volta sia diverso? Corriamo più rischi o ne siamo più consapevoli?
Me lo chiedo spesso, perché ho vissuto da bambino la crisi di Cuba e da adulto gli anni degli euromissili a Comiso. Ricordo che guardavo Monte Cavo, nei Castelli romani, dicendo tra me e me: bene, non hanno ancora lanciato niente. Quella era una paura concentrata su un solo pericolo, la guerra atomica, dentro un mondo bipolare che, per quanto possa sembrare paradossale, aveva una sua perversa stabilità: la distruzione reciproca assicurata teneva fermi entrambi i contendenti. Oggi credo che la situazione sia diversa, e per due motivi. Il primo è che i rischi non sono più uno solo: abbiamo il cambiamento climatico, le emergenze ecologiche, i conflitti tornati in Europa e in Medio Oriente, l’intelligenza artificiale, e queste cose si alimentano a vicenda. Il secondo è che la rete di trattati costruiti tra Stati Uniti e Unione Sovietica a partire dalla crisi di Cuba del 1963 si è in gran parte sfilacciata: trattati scaduti, denunciati, firmati e non ratificati. Abbiamo ancora circa diecimila testate nucleari, e bastano a devastare completamente l’emisfero settentrionale. Corriamo più rischi, e in alcuni casi ne siamo anche meno consapevoli di allora, perché il pericolo nucleare lo avevamo creduto archiviato. Non è così.
Me lo chiedo spesso, perché ho vissuto da bambino la crisi di Cuba e da adulto gli anni degli euromissili a Comiso. Ricordo che guardavo Monte Cavo, nei Castelli romani, dicendo tra me e me: bene, non hanno ancora lanciato niente. Quella era una paura concentrata su un solo pericolo, la guerra atomica, dentro un mondo bipolare che, per quanto possa sembrare paradossale, aveva una sua perversa stabilità: la distruzione reciproca assicurata teneva fermi entrambi i contendenti. Oggi credo che la situazione sia diversa, e per due motivi. Il primo è che i rischi non sono più uno solo: abbiamo il cambiamento climatico, le emergenze ecologiche, i conflitti tornati in Europa e in Medio Oriente, l’intelligenza artificiale, e queste cose si alimentano a vicenda. Il secondo è che la rete di trattati costruiti tra Stati Uniti e Unione Sovietica a partire dalla crisi di Cuba del 1963 si è in gran parte sfilacciata: trattati scaduti, denunciati, firmati e non ratificati. Abbiamo ancora circa diecimila testate nucleari, e bastano a devastare completamente l’emisfero settentrionale. Corriamo più rischi, e in alcuni casi ne siamo anche meno consapevoli di allora, perché il pericolo nucleare lo avevamo creduto archiviato. Non è così.
Per transizione energetica intendiamo la rinuncia alle fonti fossili; per transizione ecologica il passaggio a sistemi di produzione, consumo e abitudini che garantiscano la salute del pianeta e di tutte le specie. Sono davvero i due passaggi chiave da cui dipende il nostro futuro?
Sono due passaggi decisivi, ma non li metterei da soli. La transizione energetica, cioè uscire dai combustibili fossili, è la condizione necessaria per fermare l’effetto serra. La transizione ecologica è più ampia e, a mio avviso, più profonda: significa accettare che la vita sulla Terra è un sistema interconnesso in cui l’uomo non è più un parametro assoluto, e che dobbiamo prenderci cura della bellezza e della fragilità di questo ecosistema, esattamente come faceva il Piccolo Principe con il suo pianeta. Ci sono anche i problemi drammatici dell’inquinamento, dell’esaurimento delle risorse. Aggiungerei però che da soli non bastano. La lotta al cambiamento climatico non può essere separata dalla lotta alle diseguaglianze: i costi sono enormi e, se non vengono distribuiti in modo equo, i ceti e i Paesi piu poveri non potranno sostenerli, e tutto si bloccherà. E serve un mondo senza guerre, perché la solidarietà tra Paesi ricchi e poveri e impossibile in un mondo che brucia risorse sterminate in armamenti. Quindi i passaggi chiave sono quattro, intrecciati tra loro: energia, ecologia, giustizia sociale e pace.
Partiamo dalla transizione energetica: la si può fare in diversi modi. Secondo lei le rinnovabili sono sulla buona strada?
La tecnologia è sulla buona strada, su questo i numeri non lasciano dubbi. Il costo livellato dell’energia del fotovoltaico industriale è oggi tra 35 e 50 dollari per megawattora, e dal 2009 a oggi è sceso di cinque volte. È una tecnologia che percorre una curva di apprendimento virtuosa: più se ne installa, meno costa. Nel 2025, in Europa, solare ed eolico insieme hanno per la prima volta superato tutti i combustibili fossili nella produzione di elettricità. La strada è giusta, ma noi la stiamo percorrendo troppo lentamente. La Germania, che ha meno sole di noi, ha circa 70 gigawatt di fotovoltaico installato, noi siamo intorno a 30. E ci sono due cose da fare prima ancora di costruire impianti. La prima è il risparmio energetico: la domanda di energia non è un dato naturale, dipende da quanto sprechiamo. Trasporti collettivi al posto di quelli individuali, coibentazione delle case, modernizzazione degli impianti industriali sono interventi che riducono il fabbisogno e quasi sempre migliorano anche la qualità della vita. La seconda è che la rete va completamente rimodernata, perché deve gestire una produzione intermittente che chi la progettò non aveva neppure immaginato, e servono gli accumuli, le batterie, l’idroelettrico di pompaggio e in prospettiva i carburanti sintetici. Senza rete e accumuli, le rinnovabili restano un’occasione mancata.
Si parla di centrali nucleari di quarta generazione e di piccole centrali nucleari. Sono una possibilitaà interessante?
Bisogna distinguere bene le due cose, perché vengono spesso confuse. I piccoli reattori modulari, gli SMR, non sono una tecnologia nuova: è sostanzialmente la fissione dell’uranio con neutroni lenti dei reattori di terza generazione, con qualche variante ingegneristica. Essere più piccoli li rende un po’ più sicuri, perché in caso di incidente c’è più tempo per intervenire. Ma sul costo, chi fa stime economiche serie non ritiene che producano energia a prezzi inferiori al solare. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima per i primi impianti europei costi intorno ai 10.000 dollari per kilowatt, contro i 6.600 dei reattori convenzionali, che già di per sé costano tre o quattro volte il fotovoltaico.
I reattori di quarta generazione sono invece un approccio genuinamente nuovo: neutroni veloci, oppure torio come combustibile. Hanno vantaggi reali, soprattutto la possibilità di bruciare parte delle scorie a lunga vita. Sulla carta sono progetti molto interessanti, e vale la pena finanziarne la ricerca. Ma il problema è la realizzazione pratica. Esistono solo prototipi, e la storia non incoraggia. Il Superphenix, costruito tra il 1976 e il 1985, in undici anni di vita funzionò per soli 53 mesi e costò l’equivalente di circa 12 miliardi di euro, tutti buttati, con perdite pesanti anche per l’Enel e quindi per i cittadini italiani. Presentare la quarta generazione come una soluzione disponibile con certezza nei prossimi dieci o quindici anni, allo stato attuale, è azzardato.
Eppure Google e altri giganti della IA hanno annunciato di volere costruire centrali nucleari per alimentare i propri centri di calcolo. La preoccupa il bisogno di energia della IA?
Si, il fabbisogno energetico dell’Intelligenza artificiale mi preoccupa, ed è un tema che andrebbe affrontato. Il fatto stesso che Google e altri grandi attori annuncino di volersi costruire centrali dedicate dice quanto sia diventato grande quel consumo. Vale la pena di stare attenti sui numeri, perché non esiste una cifra unica e concordata e molto dipende da come si definiscono i «server di IA». Il dato più solido riguarda i data center nel loro complesso: l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima un consumo elettrico globale di circa 415 terawattora nel 2024, pari a circa l’1,5 per cento del consumo elettrico mondiale, quasi tre volte il consumo per produrre nuovi bitcoin. Nel 2025 la domanda dei data center sarebbe cresciuta di circa il 17 per cento, e stime indipendenti la collocano intorno ai 450 terawattora, in proiezione fino a circa 980 terawattora entro il 2030. La quota attribuibile specificamente all’Intelligenza artificiale è invece molto più incerta: alcune stime indicano un 5-15 per cento del consumo dei data center oggi, forse il 35-50 per cento entro il 2030. Applicato al 2024, vuol dire dell’ordine di alcune decine di terawattora, grosso modo tra 20 e 60, ma con grandi incertezze, le comunicazioni delle aziende sono opache e i metodi di calcolo disomogenei. Il quadro generale è chiaro, la decomposizione «solo IA» resta una stima molto approssimata. Ma poi, non è detto che la crescita dell’IA sia decisa solo dalle grandi compagnie che gestiscono l’attuale situazione di oligopolio. I governi potrebbero intervenire in maniera coordinata. Dipenderà anche da chi vincerà le elezioni presidenziali americane del 2028. La vera questione è un’altra, e l’abbiamo posta nel Manifesto per un centro europeo di ricerca sull’IA : l’efficienza energetica deve diventare un tema centrale della ricerca sull’intelligenza artificiale. Servono modelli meno esigenti in termini di calcolo e di dati. Non possiamo accettare che il progresso dell’IA si scarichi semplicemente come domanda aggiuntiva di energia su un sistema che stiamo faticosamente cercando di decarbonizzare.
Per molti anni si scherzava dicendo che la fusione è quella cosa che, in qualsiasi anno se ne parli, e sempre quarant’anni più in là. Ultimamente però ci sono stati avanzamenti importanti. Potrà un giorno essere la risposta al nostro bisogno di energia?
C’è una vecchia battuta che conosco bene: cinquant’anni fa si diceva che alla fusione mancavano cinquant’anni, e oggi molti dicono trent’anni; qualche progresso è stato fatto. Vedremo tra trent’anni a che punto saremo. L’Eni ha promesso un primo reattore a fusione entro il 2035: a me sembra una stima ottimistica, e lo stesso direttore del consorzio ITER, Pietro Barabaschi, sostiene che oggi non è possibile sapere quando la fusione sarà disponibile a livello commerciale. Per arrivarci servono ancora alcuni salti tecnologici, e nessuno sa se e quando avverranno. Forse un giorno la fusione sarà una grande risposta al nostro bisogno di energia, ed è giusto continuare a investire nella ricerca, perché sarebbe una conquista straordinaria. Ma non possiamo basare la pianificazione dei prossimi decenni su di essa, che sono proprio quelli decisivi per il clima. Aspettare la fusione per agire sarebbe l’errore più grave: dobbiamo usare adesso le tecnologie che già funzionano.
Il pianeta e i suoi abitanti sono un sistema complesso con molte retroazioni: le emergenze climatiche ed ecologiche generano conflitti, e i conflitti esacerbano i cambiamenti climatici. Ma i sistemi complessi sono anche il terreno di elezione di chi fa ricerca, e lei in particolare ha dato contributi fondamentali. Come può la scienza di base aiutarci a capire come fare le transizioni necessarie?
Il pianeta con i suoi abitanti è davvero un sistema complesso, fatto di un gran numero di componenti che si influenzano a vicenda e pieno di retroazioni: le emergenze climatiche generano conflitti, i conflitti aggravano le emergenze, e l’insieme ci porta in una zona ad alto rischio. È un terreno che la fisica conosce bene. Negli ultimi 70 anni abbiamo capito che aumentare il numero di componenti di un sistema produce non solo un cambiamento quantitativo ma qualitativo, e che il problema vero è il legame tra le regole microscopiche e il comportamento collettivo. Lo abbiamo studiato negli storni: bastano semplici regole di interazione tra i singoli uccelli per generare quei movimenti collettivi così articolati. La scienza di base contribuisce in due modi. Il primo è concettuale: studiando i vetri di spin abbiamo imparato a riconoscere gli equilibri multipli e le transizioni improvvise. Sono le stesse strutture che ritroviamo in sistemi completamente diversi, e capirle ci aiuta a riconoscere i punti di non ritorno, le soglie oltre le quali un sistema cambia bruscamente stato. Il secondo modo è il metodo: la scienza fa previsioni oneste, sulle quali si forma gradualmente un consenso. E come guidare di notte: la scienza sono i fari, ma la responsabilità di non andare fuori strada resta del guidatore, cioè della politica, che deve anche sapere che i fari hanno una portata limitata.
L’Intelligenza artificiale è un problema, perché molto energivora e perché può essere usata con fini pessimi, ma può anche contribuire alle soluzioni, accelerando la nostra conoscenza. Come fare a far si che sia più soluzione che problema?
L’Intelligenza artificiale può fare entrambe le cose, e dipende da noi. È già una risorsa preziosa: accelera la ricerca scientifica, individua dettagli invisibili nelle immagini mediche, scopre correlazioni inattese, elimina il lavoro ripetitivo lasciandoci piu spazio per quello creativo. Ma comporta rischi seri, dalla disoccupazione alla disinformazione, dalla sorveglianza di massa alle armi autonome letali, fino all’impatto ambientale. Perché prevalgano le soluzioni servono, a mio parere, alcune cose. Primo, la ricerca di base: dobbiamo capire come funzionano davvero questi sistemi, oggi non lo sappiamo, e senza una teoria siamo come chi costruiva macchine a vapore prima della termodinamica. Secondo, regole: alcuni problemi possono essere affrontati dai singoli Stati o dall’Europa, altri richiedono risposte globali, e conviene riflettere prima che la situazione diventi ingovernabile. L’IA deve restare uno strumento, non diventare un’autorità: la scelta di chi uccidere non può essere lasciata a un algoritmo. Terzo, la politica deve governare l’impatto sociale: se l’IA aumenta la disoccupazione e i profitti, come prevede Hinton, la risposta non è fermare la tecnologia ma distribuirne i frutti, per esempio con una forte riduzione dell’orario di lavoro. Lavorare meno, lavorare tutti, è uno slogan che mi è sempre piaciuto. E per dare un contributo a tutto questo che con altri abbiamo proposto un centro europeo di ricerca sull’IA, con la sicurezza e l’etica al centro.
La cosa che possiamo fare tutti da oggi.
Le decisioni che contano davvero sono collettive, non individuali, e sarebbe ingannevole far credere che il problema si risolva con i buoni comportamenti di ciascuno. Detto questo, qualcosa possiamo farlo tutti, e da subito. Sul piano dei comportamenti, le cose più semplici sono anche quelle che migliorano la nostra vita: usare più spesso i trasporti pubblici, ridurre gli sprechi e accettare che la temperatura nelle nostre case non resti quasi identica tra estate e inverno. Finché pretendiamo quello, sarà difficile fermare le emissioni. Ma la cosa più importante che possiamo fare è un’altra: informarci, capire come lavora la scienza, imparare a distinguere le fonti affidabili e poi pretendere dalla politica misure all’altezza del problema. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. La scienza ci avvisa, ma l’uomo avvisato è salvato solo a metà. Non dobbiamo rifugiarci nel pessimismo, che non migliora le cose. Serve, ancora una volta, l’ottimismo della volontà anche quando il pessimismo della ragione non può essere ignorato. Noi possiamo condizionare la politica con il nostro voto. Usiamo anche questo strumento!
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