Il "Futuro" di Vannacci svela la crisi dei partiti (e non solo del centrodestra)
La democrazia interna alle forze politiche è un tema cruciale. Perché fin quando i partiti saranno ridotti a “cerchi magici” del capo che decidono chi deve essere eletto e chi no, sarà difficile veder aumentare la partecipazione

Il “Futuro” del generale Vannacci agita i palazzi della politica più di quanto non si immagini all’esterno e più di quanto i leader siano disposti ad ammettere, ora che i riflettori si sono spenti, dopo il clamore seguito all’annuncio del nuovo partito. Come è comprensibile a fare il tifo per l’ex vicesegretario della Lega, che si è rimangiato il giuramento di Pontida e si è messo in proprio, sono da ricercare nello schieramento opposto, dove sperano che la sua defezione – sebbene accreditata non oltre, al momento, il 3% o anche al di sotto – possa spostare l’ago della bilancia a favore di un campo largo ancora tutto da costruire. Come al solito gli strateghi occulti della politica stanno pensando di aggirare l’ostacolo con la legge elettorale, uno strumento che poco interessa la pubblica opinione e che invece farebbe bene a occuparsene, perché non è proprio indolore, e forse anche costituzionalmente a rischio, la soluzione alla quale si sta pensando, quella cioè di innalzare al 4% la soglia che attualmente è al 3, per poter ottenere una presenza in Parlamento e non mandare al macero una quota significativa della rappresentanza. Ma al di là degli alambicchi e delle stregonerie c’è un tema politico, anzi ce ne sono due, che non possono essere elusi. Il primo, riguarda la coalizione di centrodestra, che non si è mai dato un confine chiaro alla sua destra, e ora dovrà scegliere se darselo o meno, nel momento in cui certe istanze nostalgiche, a dir poco border line rispetto al dettato costituzionale, hanno deciso uscire allo scoperto e di sfidare la destra di governo, con la prospettiva ancora tutta da chiarire di potercisi eventualmente alleare. Non “a gratis” naturalmente. È un film ancora tutto da scrivere, e sarà interessante vedere il dipanarsi della sua trama e il suo finale, essendo destinata a essere gravida di conseguenze sia l’eventuale alleanza sia la scelta del centrodestra di rinunciare a quell’area di consenso, che da ora in poi avrà bisogno di marcare il territorio con iniziative destinate scientificamente a fare rumore.
Ma c’è un secondo tema che il generale-scrittore ha sollevato, e che invece non viene colto. Si accusa Vannacci di aver tradito e di aver usato la Lega come un “taxi”. Ma il racconto a parti invertite dice tutt’altro, dice di un partito che veniva descritto in difficoltà, alla viglia del voto europeo, e tutti gli osservatori sono stati concordi nel ritenere che proprio l’apporto del discusso generale abbia portato il Carroccio a un risultato soddisfacente, e a giovarsene è stato proprio il leader Matteo Salvini, che oggi attacca duramente il suo ex vice. Al quale aveva offerto oltre alla candidatura anche la vicesegreteria, nonostante mezzo partito che non fosse d’accordo, non solo Zaia, persino il prudentissimo presidente della Camera Lorenzo Fontana si era sentito in dover precisare – a domanda, alla cerimonia del “Ventaglio” – che i libri di Vannacci non li aveva mai letti e non aveva intenzione di farlo. Il generale, da neofita della politica si è inserito con grande astuzia e spregiudicatezza nella patologia dei partiti “personali” patteggiando con il leader e solo con lui, non essendo nemmeno iscritto alla Lega, una responsabilità che dovrebbe riguardare un’intera comunità di impegno politico e non due persone solo. Si può condannare il generale per il suo comportamento e per le sue idee, ma un minuto dopo ci si dovrebbe chiedere: chi volesse oggi dare il suo contributo – nei partiti attuali, come sono oggi organizzati e con questa legge elettorale – come può fare per portare in modo dialettico le sue idee in un libero confronto democratico, senza veder marginalizzata o, peggio, respinta la sua posizione?
Il problema riguarda anche i grossi partiti di opposizione come il M5s e il Pd, che non possono pensare di risolverlo una tantum, con investiture plebiscitarie, senza spiegare come e dove, nel giorno per giorno, il confronto potrà avvenire. Basti pensare allo scontro sanguinoso in atto nel Pd per la posizione sul referendum, o al disagio più volte manifestato dai cattolici democratici nel vedere riconosciuto il loro apporto. La democrazia interna ai partiti è un tema cruciale, che va affrontato al più presto e – comunque la si pensi sul Csm e sulla separazione delle carriere – per la politica sarebbe stato doveroso mettere ordine in casa propria prima che in casa altrui. Se ci sono, e ce ne sono, patologie nella magistratura ce n’è una vistosa dentro la politica, che si chiama partecipazione. Una vera emergenza in un Paese che era ai primi posti al mondo per affluenza alle urne e ora è precipitata al 40%. Una tendenza che non si inverte la sera per la mattina, certo, ma fin quando la legge elettorale sarà usata solo a beneficio dei leader o per neutralizzare i Vannacci di turno, fin quando i partiti saranno ridotti, come sono in larga misura, a dei “cerchi magici” del capo che decidono chi deve essere eletto in Parlamento e chi no, in cui è impossibile dare un contributo da non “allineati”, sarà difficile che le cose, in termini di partecipazione, possano migliorare.
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