Se i bambini non sono primi
Denatalità, maternità penalizzata e carenza di visione strategica rivelano una società che proclama il valore dei figli ma non li sostiene concretamente, né economicamente né culturalmente

Vediamo sempre meno bambini intorno a noi. Così si riducono le classi, sembrano meno insufficienti i nidi, le donne diventano mamme in età piuttosto matura, i nonni nel frattempo vengono meno. Non faccio queste osservazioni da sociologa, psichiatra infantile, psicologa, economista o demografa, ma il fenomeno implica tutte queste discipline per una riflessione non accademica e di impegno collettivo. Ci impressiona e preoccupa il fenomeno della denatalità ma alle analisi non corrisponde ancora una visione strategica di come favorire le nascite. La maternità, si dice, è valore sociale e dunque non può essere caricata solo sulle spalle delle donne. Oggi, mediamente, la pensione delle donne è inferiore del 26% a quella degli uomini. Ma allora, ci chiediamo: se la maternità comporta interruzione di carriera, riduzione di stipendio nei mesi di congedo e quindi riduzione di pensione in età in cui si acuiscono anche necessità non solo sanitarie, il valore sociale del diventare madri non dovrebbe comportare stipendio pieno e servizi come i nidi?
Purtroppo, come ha notato di recente Avvenire, accade che per garantire la carriera un’azienda come Diesel abbia offerto alle sue dipendenti di sostenere le spese per la crioconservazione degli ovociti perché le donne scelgano quando affrontare la gravidanza. È un rovesciamento del valore sociale della maternità: oltre a mamme in difficoltà con l’avanzare dell’età c’è anche un coinvolgimento del sistema sanitario con diverse implicazioni. Non è prioritariamente una questione economica, ma gli adulti e le istituzioni cosa si aspettano dal futuro? La nostra vita biologica è percepibile: si manifesta con la nascita. Da quel momento la comunità assume delle responsabilità. La vita è un diritto umano primario cui ogni altro diritto (e dovere) deve conformarsi; è esplosione di intelligenze, ricchezza per la comunità.
Vite di bambini mai nati o sepolti nel mare: tanti Liam – il bimbo di 5 anni arrestato dall’Ice a Minneapolis – abbandonati con il tenero viso nella sabbia, o arrestati come scudi umani, o trappole per mettere le mani su genitori migranti... Gesù in modo esplicito ha invitato gli adulti a non ostacolare i bambini per lasciarli avvicinare a Lui: il Regno dei Cieli appartiene a chi ha la fede e la semplicità dei piccoli (Mt 19,14: Mc 10,14; Lc 18,16). Agli adulti tocca essere interpreti e tutori della debolezza e fragilità dell’infanzia. Anche il nostro diritto definisce il “superiore interesse del minore” come principio ermeneutico. Eppure non è così.
I bambini sono vittime del più grave tradimento del diritto internazionale umanitario: come tutte le persone più vulnerabili e non combattenti non possono essere attaccati, uccisi, usati come scudi umani, eppure siamo testimoni – purtroppo anche apatici – di quanto avviene sotto gli occhi di tutti, in tutto il mondo. Con orrore apprendiamo di abusi e violenze. Quali strumenti attiviamo (le norme ci sono) per combatterle e, soprattutto, per formare le coscienze con una cultura che considera “the best interest of child”, il principio del superiore interesse del minore come riconoscimento al bambino di diritti propri, al fine di consentire al giudice la valutazione concreta delle peculiarità della situazione sottoposta al suo esame, perché adotti la decisione che a suo giudizio realizza quel “miglior interesse”? Con la maternità surrogata si è imposto un nuovo, impegnativo grave problema per riconoscere i diritti del nato. Si è affidato ai tribunali un carico di responsabilità: rimediare a un atto di estremo egoismo di genitori “a qualsiasi costo”, dimentichi della identità da gestire in futuro in figli che – succede anche questo – alla nascita non sono più accolti perché non rispondenti alle aspettative: gemelli, disabili o altro.
Prima i bambini è stato l’insolito e tenero titolo scelto dalla Cei per la 48esima Giornata per la Vita di domenica 1° febbraio: non sono cose, prodotti da acquistare e di cui selezionare la qualità. Già scrivere queste parole mi turba. Ma nella nostra società i bambini non sono “primi”: per esempio, nelle cause di separazione o divorzio, nelle quali sono spesso strumenti di conflitti dolorosissimi, perché ostaggi delle liti di genitori che se ne servono per finalità che riguardano i loro interessi. Chi rimedierà ai danni psichici e fisici che segneranno l’infanzia? Il tribunale ordinario è destinato a dirimere situazioni che riguardano gli adulti. Quand’anche il giudice fosse particolarmente sensibile, deve maneggiare norme non fatte per gli interessi dei minori. Molti anni fa con Maria Eletta Martini sottoscrissi una proposta di legge per istituire il “Tribunale della Famiglia”. Ebbene, solo con la Riforma Cartabia (legge n. 206 del 26 novembre 2021 e successivo decreto legislativo n. 149/2022) si è prevista l’istituzione di un Tribunale unico specializzato per le persone, i minorenni e le famiglie, che riunisce competenze oggi divise tra tribunale ordinario, tribunali per i minorenni e giudice tutelare in un unico organo. Il decreto di attuazione della riforma è stato convertito in legge ma fino a oggi la riforma esiste solo “sulla carta”. E nel frattempo continuano a funzionare gli organismi attuali. Chissà che Prima i bambini dia una spinta per assicurare, almeno in Italia, una “giustizia giusta” per i nostri piccoli.
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