Non basta dire "Amo" per amare

Un confronto in classe con gli studenti offre l'occasione per parlare con le ragazze e i ragazzi di cosa sia l'amore vero. Come quello puro e cristallino di due anziani che ho avuto la fortuna di conoscere
February 14, 2026
Non basta dire "Amo" per amare
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«Amo!». Negli ultimi anni ho sentito decine di volte ragazze adolescenti chiamarsi tra di loro così. “Amo”, diminutivo di “Amore”, usato non solo per riferirsi al fidanzato, ma anche a una amica, magari neanche troppo intima. Tutte Amo, tutte amori. A conferma che la parola amore è tra le più utilizzate e a volte usurate del mondo. L’affetto tra adolescenti è bellissimo, beninteso; la loro sintonia ha un’energia contagiosa anche per noi adulti. Amo il loro mondo (ecco, per l’appunto: il verbo amare è scappato fuori anche a me); però forse la festa di San Valentino può essere l’occasione per chiederci, parafrasando il titolo di un notissimo racconto di Raymond Carver, di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Sapendo, ovviamente, che rispondere in un articolo è impossibile; se però partiamo dagli adolescenti stessi, su qualcosa possiamo riflettere.
Comincio da una lezione di epica. Sto spiegando di Ulisse e della ninfa Calipso, che per sette anni lo tiene prigioniero sull’isola di Ogigia. Ulisse vorrebbe tornare a casa, a Itaca, da sua moglie e suo figlio, ma Calipso, innamorata di lui, non lo lascia partire: oggi potremmo definire quello di Calipso un “amore tossico”. A un certo punto però gli dei decidono che Calipso deve permettere all’eroe di tornare: lei gli comunica che può andarsene e Ulisse resta stupefatto, non ci crede, teme un tranello. Per far comprendere il suo stupore in una classe in stragrande maggioranza femminile, faccio questo esempio: «Immaginate se il ragazzo che vi piace da tantissimo tempo, che non vi risponde ai messaggi, che non vi considera, che non vi guarda mai, domani arrivasse e vi dicesse dal nulla: “Ti amo, fidanziamoci!” Come reagireste?». Mi aspetto reazioni dubbiose, risatine, e invece dal primo banco Roberta mi risponde: «Prof, magari! Io mi getterei tra le sue braccia!». Le fa eco Silvia: «Sì, prof, anche io. Subito!»; e dietro altre due o tre compagne.
Resto basito, provo a farle ragionare: «Ma come? Non vi chiedereste nulla? Non avreste dubbi?». Roberta replica decisa: «No, prof. Chi si fa domande non vive! Se senti una cosa, ti devi buttare!». Qualche tempo dopo, all’intervallo, Caterina mi parla del ragazzo che le piace da mesi. Lui lo sa e non contraccambia minimamente. Ma lei insiste: «Amarlo mi basta. Mi fa sentire viva. Anche se so che non ho speranze. Secondo lei cosa devo fare? Se continuo ad amarlo, forse lui cambierà idea». Le rispondo con la massima sincerità: «Caterina, pensare che le persone cambino perché tu lo vuoi è un’illusione. Ed è un’illusione che può diventare pericolosa. Le persone cambiano se si mettono liberamente in gioco, se lo desiderano. Un amore che pretende di cambiare l’altro è una forma sottile di violenza, rischia di essere manipolatorio». «Eh, prof, ma io non riesco a non amarlo. Che devo fare?». «Non ho una soluzione pronta. Forse però puoi cominciare a capire che se quella porta è chiusa, è inutile continuare a sbatterci la testa contro. Forse lo stai idealizzando. Non credi? L’amore è un cammino concreto. Non è una proiezione mentale». «Sì, prof, capisco. Però per me è più facile amarlo così, come irraggiungibile. Io non so se sono pronta ad essere amata davvero da qualcuno, giorno per giorno. Anzi, a dire il vero, io non so neanche se mi merito di essere amata».
Resto senza parole. Quanta fragilità, quanta sete di amore vero, quanta bellezza c’è in una frase così? Questi due episodi mi hanno molto colpito e mi hanno ricordato che cosa non è l’amore. L’amore non coincide col sentire. Certo, il sentire è parte dell’amore, ma il sentire non giustifica tutto. L’amore non è solo sentimento: è anche scelta, discernimento, impegno. Se fosse solo sentimento, una cosa che c’è o non c’è, sarebbe fin troppo simile all’influenza stagionale: o ce l’hai o non ce l’hai. Difficile fondare la vita su questo. L’amore non è pretesa di cambiare l’altro. Chi ama accoglie, non manipola. Chi ama lascia libero, non rinchiude. L’amore non è idealizzazione. L’amore si nutre dei limiti, li abbraccia, sa conviverci. L’amore non è il traguardo, l’obiettivo: è cammino quotidiano, è alleanza. Gli adolescenti desiderano amore, lo desiderano tantissimo, ma spesso fanno fatica a orientarsi. A una conoscenza sempre più profonda del loro e dell’altrui corpo fa spesso riscontro un diffuso analfabetismo affettivo. E noi adulti cosa possiamo fare? In primo luogo, possiamo educare a una parola magica, fin da quando abbiamo a che fare coi bambini. La parola magica è “no”: è la parola del limite, che insegna il rispetto degli altri e di sé stessi, che fa capire che non possiamo avere tutto, che le persone non si possiedono e sono sempre irriducibili ai nostri desideri.
In secondo luogo, possiamo raccontare storie. Storie vere, che sentiamo dentro: le storie generano empatia e aiutano a capire. Le storie sono testimonianza e l’amore non si può insegnare, si può solo testimoniare. Ultimamente ho condiviso spesso con i miei studenti un’immagine che per me è l’Amore con la A maiuscola: è una scena a cui ho avuto il privilegio di assistere più volte. Lui e lei, ormai avanti negli anni. Lui e lei, una vita insieme, tra traversie e gioie. Lei che comincia a non capire più, che perde colpi, che fatica a riconoscere le persone a cui vuole bene, che si chiude in se stessa. Capita, purtroppo, e fa malissimo: chi lo ha vissuto lo sa. Lei dimentica il mondo, ma una cosa la ricorda: la musica classica, che sempre la fa sorridere. E lui passa l’estate così: la porta, piano, sul balcone; mette la musica classica a tutto volume. La musica riempie il quartiere, diffonde bellezza. Lui si siede vicino a lei, in silenzio; rimangono accanto per tutto il pomeriggio, abbracciati dentro quelle note, l’ultimo ponte fra loro. Poche volte nella mia vita ho visto un’immagine tanto cristallina di cos’è l’amore. Poche volte ho avuto il privilegio di assistere a un cammino, a un’alleanza, che diventa dono totale di sé fino a dare la vita, per sempre.

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