Non c'è più pace, ormai dobbiamo disarmare anche le tregue

Tra inganni, violazioni e propaganda, i "cessate il fuoco" vengono traditi, mentre i conflitti continuano sotto altri mezzi e tutto diventa arma
February 13, 2026
Non c'è più pace, ormai dobbiamo disarmare anche le tregue
Operai montano un telo di plastica su una finestra in frantumi a Sumy, in Ucraina, dopo un attacco di droni russi/ FOTOGRAMMA
La proclamazione di una tregua durante un conflitto armato è spesso accolta con un senso di sollievo e comprensibile speranza. È un atto estremamente impegnativo, che ha, storicamente, una sua solennità. Eppure, anche l’idea di tregua viene spesso “militarizzata”, in quella tendenza denunciata da Mark Galeotti, quando ci parla della weaponization of everything, vale a dire della trasformazione di tutto (cibo, sanità, energia, clima) in un’arma, in uno strumento di offesa e di morte.  La presunta tregua viene banalizzata, quasi fosse una tattica tra le altre, un’ulteriore crudeltà inflitta ai civili, un inganno malevolo. Le popolazioni vittime delle guerre hanno perciò imparato, a loro spese, ad accogliere ogni promessa di tregua con scetticismo. L’annuncio di una tregua negli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina da parte della Russia di Putin rientra in questa concezione di guerra totale, in cui persino le parole perdono la loro rilevanza semantica. Naturalmente, non s’è vista nessuna tregua; anzi, le operazioni militari russe contro installazioni civili in Ucraina si sono intensificate. Con gravità analoga, se non maggiore, sono migliaia gli episodi di violazione della tregua a Gaza da parte di Israele, dopo la scenografica “pace eterna” decretata a Sharm-el-Sheik, con quasi 600 palestinesi uccisi (la metà sono donne e bambini) e oltre 1.500 feriti da droni o da cecchini dall’inizio del cosiddetto “cessate-il-fuoco”. Sul piano globale, sono caduti nel vuoto gli appelli per una tregua olimpica lanciati in occasione dei Giochi invernali di Milano-Cortina. Leone XIV aveva auspicato la tregua come «simbolo e profezia di un mondo riconciliato», e il Presidente Mattarella ne aveva chiesto il rispetto «con ostinata determinazione».  Il 19 novembre 2025 la stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva approvato un’articolata risoluzione – co-sponsorizzata da ben 165 Stati – per una tregua olimpica. Un consenso plebiscitario, ma dotato di una credibilità politica inversamente proporzionale al numero delle adesioni.
Al di fuori del contesto olimpico, il 23 marzo del 2020, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, all’apice della crisi pandemica mondiale, aveva drammaticamente invocato – senza esito - un immediato cessate il fuoco globale, chiedendo di fermare i conflitti armati e concentrarsi, tutti, “sulla vera battaglia delle nostre vite”, cioè sconfiggere il coronavirus. La biopolitica superava la geopolitica.  Senza una tregua vera, ogni processo di pace, reale o ipotizzato, diventa impraticabile. La tregua, infatti, è un punto di partenza, o un tassello di un piano complessivo, non solo la cessazione temporanea delle ostilità.  Il tragico paradosso delle “tregue armate” mina alle fondamenta il loro significato politico e negoziale, oltre che umanitario. In molti contesti, in realtà non c’è nessun piano, men che meno il cessate-il-fuoco. La pace ha bisogno di certezze, non di inganni letali per gli innocenti. Come scriveva Primo Levi nel romanzo La Tregua, si può pensare che una guerra sia finita, «come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi». Tranne dover affrontare, e possibilmente superare, l’obiezione fondamentale del greco Mordo Nahum: «Guerra è sempre». Una tregua armata è la continuazione della guerra con altri mezzi. Puntiamo ad una pace disarmata, ma bisogna disarmare anche le tregue.

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