Con la gente di Niscemi, aggrappati a quella croce

Era lì, sull'orlo del burrone, a racchiudere ciò che è irrinunciabile: la speranza. Quando è precipitata qualcosa si è spezzato anche dentro di noi. Ben sapendo, però, che non tutto finisce lì, che oltre il baratro c'è la certezza di una luce. Che quando cadiamo nel vuoto, Dio non ci abbandona
February 12, 2026
Con la gente di Niscemi, aggrappati a quella croce
La zona rossa di Niscemi. La croce sull'orlo della frana /Ansa
Quando è caduta nel burrone che si apre sotto il paese, lunedì sera, è sembrato che sul destino di Niscemi calasse una sentenza. La croce che dal 1997 ricordava sull’orlo del baratro la precedente catastrofica frana che ha sfregiato la cittadina sicula ha seguito il destino di case, strade, auto. Ed è precipitata nel vuoto, come se nulla potesse sottrarsi ormai allo smottamento progressivo e inesorabile. A Niscemi sta mancando il terreno sotto i piedi, alla lettera. Ma se la caduta di ogni costruzione che si affaccia sul ciglio la consideriamo ormai solo questione di tempo – abbiamo tutti in mente la spaventosa foto del paese che sembra aspirato pezzo a pezzo da un buco nero –, la croce pareva misteriosamente resistere allo sgretolarsi della materia circostante, quasi non fosse fatta di pietra che nulla e nessuno può sottrarre a un destino già scritto, ma di una sostanza sconosciuta alla fisica e invece familiare alla nostra umanità, parte inseparabile di noi. Dentro quella croce c’era qualcosa che va oltre la fisica, lo sappiamo: la speranza di un’intera comunità che fosse possibile fermare un destino già scritto, come accaduto infinite volte nella storia dei nostri borghi davanti a terremoti, alluvioni, bombardamenti, calamità. Una chiesetta, una madonnina, la statua del santo patrono, come una mano invisibile e potente a fermare gli eventi, a dire che il dolore non può avere la meglio quando si trova davanti la fede di un popolo che nulla può abbattere. La croce, invece, è caduta. E il sindaco di Niscemi, costernato, dando la notizia ha parlato di un fatto che «appesantisce ancora di più il nostro già triste cuore».
A sera ormai fatta, la croce è sparita nel buio, uno schianto e via, in pezzi l’illusione che quel simbolo così carico di attesa e di auspici potesse arrestare il disastro, chissà come. Non è difficile immaginare il gelo sceso tra gli abitanti che alla spicciolata e col cuore in gola vanno a recuperare nelle loro case off limits, dopo l’essenziale, ora anche i ricordi di una vita prima che si inabissino: il quadretto con la laurea del figlio costata sacrifici, le foto di famiglia, la statuetta di santa Rita che stava proprio all’ingresso. Il buio sotto i piedi non può ingoiare tutto, non la memoria, non l’anima. Il crollo non può avere l’ultima parola su di noi.
Certo, c’è già un tetto di emergenza, da parenti o amici, e lo Stato dice che un’altra casa non la farà mancare a questi profughi del dissesto. Ma la loro lotta per fermare la frana, sapendo che ogni centimetro conta, ci sta dicendo che la nostra vita vuole disperatamente stare sopra quella collina, fragile come lo siamo tutti, che si sbriciola se solo piove: credevamo di stare su una rupe invece la sabbia ci scappa dalle mani. Ed è molto più dell’istinto di sopravvivenza. Forse è per questo che sentiamo anche nostra la sofferenza della gente che strappa con le unghie frammenti di vita al nulla e ci dice che non siamo fatti per cadere nel buio, che «qualcosa di noi resterà», come ha titolato il suo bel libro sul «sopravvivere alla morte» un giornalista laico come Antonio Polito. Vogliamo “restare”, lasciare un segno, consegnare esempi, ricordi, valori, idee, e custodirne l’eredità, come un lascito che resiste a qualunque cedimento della vita. Nessuna forza inesorabile del mondo può separarci da questa convinzione.
Per questo ci siamo tutti aggrappati, con la gente di Niscemi, a quella semplice croce, pur sapendola in cuor nostro destinata all’abisso. E quando ci hanno detto che era caduta qualcosa si è spezzato anche dentro di noi, che a distanza seguiamo con apprensione questo racconto popolare di attaccamento alla vita quando ti viene portato via tutto e capisci cosa ci è essenziale per vivere. La croce era lì, a racchiudere simbolicamente quello che è irrinunciabile: la speranza, alla quale rimanda quello che per il mondo è un emblema di morte, ben sapendo però (noi per fede, e ognuno per il segno cristiano che benedice la nostra terra) che non tutto finisce lì, che oltre il baratro c’è la certezza di una luce. E una verità che ci si mostra una volta ancora: quando cadiamo nel vuoto Dio non ci abbandona, è lì con la sua croce a portare la nostra. E ad assicurarci che cadremo, sì, ma ogni volta nelle sue mani buone.

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