Infrastrutture (e sogni) per l'Europa

Eurobond ed euro digitale sono due progetti che possono segnare il destino del processo di integrazione europea, nel bene o nel male. E che la dicono lunga su quanto sia difficile "scaldare il cuore" agli europei
February 13, 2026
Infrastrutture (e sogni) per l'Europa
Roberta Metsola nell'aula dell'Europarlamento a Strasburgo / ANSA
Gli eurobond e l’euro digitale, tornati d’attualità con il vertice di ieri nella campagna belga, sono due progetti – non i soli – che possono segnare il destino del processo di integrazione europea, nel bene o nel male. Ma sono anche un segno tangibile della difficoltà con cui i leader europei e quelli nazionali maneggiano questioni in sé complesse, con cui è difficile interessare e “scaldare” un’opinione pubblica per lo più animata da pregiudizi negativi su quanto bolle in pentola a Bruxelles e dintorni.
Partiamo dagli eurobond, i titoli del debito comune europeo. In passato sono sempre stati un argomento caro ai Paesi della periferia d’Europa, quelli abituati a pagare interessi maggiori sui propri titoli di Stato e quindi i maggiori potenziali beneficiari di emissioni collettive. Ora la situazione è un po’ cambiata, nel mondo, sui mercati finanziari ma anche nei rapporti di forze tra i singoli Paesi europei, dove i tassi si sono appiattiti e oggi la Francia vede il proprio debito a dieci anni pagare il 3,37% di interessi, appena lo 0,02% in meno dell’Italia: non a caso a tirare fuori l’argomento è stato proprio Emmanuel Macron, trovando la prevedibile freddezza del governo tedesco (ma non della banca centrale) e quella molto meno scontata dell’Italia, dove Giorgia Meloni oggi può fregiarsi di uno spread ai minimi storici con Berlino, alle prese con un Bund che attualmente “paga” il 2,8%. Valori, questi, che hanno radicalmente asciugato i vantaggi immediati di un debito comune europeo: sul breve termine, in pratica, c’è molto meno da risparmiare di qualche anno fa, ma ciò non toglie che in un orizzonte più ampio la creazione di un titolo continentale potrebbe radicalmente cambiare la percezione del rischio-Europa, la forma e le dinamiche del mercato che vi ruota intorno. La Banca d’Italia, ad esempio, ha stimato che l’eurobond, unito al progressivo consolidamento del mercato unico dei capitali, potrebbe mettere a disposizione dell’Europa 150 miliardi in più ogni anno, utilizzabili per investimenti pubblici e privati.
L’euro digitale è un tema ancora più ostico, fin qui sviluppato per lo più dalla Banca centrale europea, ma che ora ha bisogno dell’appoggio delle istituzioni comunitarie e dei singoli Paesi, come ha auspicato in settimana la presidente Bce Christine Lagarde, anche lei francese. In ballo non c’è la creazione di una criptovaluta stile bitcoin, ma una vera alternativa digitale all’euro “di carta”, cui potrà progressivamente e sempre più affiancarsi, diventandone il parente più stretto e maneggevole – con il suo portafoglio virtuale nei nostri smartphone, utilizzabile anche senza connessione – anche per gli acquisti online. Il progetto è dunque tecnico ma dal forte significato politico e dall’enorme impatto sulla vita quotidiana dei risparmiatori europei, che oggi vedono buona parte delle proprie transazioni digitali gestite da operatori americani, da cui dipendiamo e a cui passiamo tutte le informazioni che ci riguardano: ne sa qualcosa chi in questi giorni intende acquistare un gadget o un panino nei siti olimpici di Milano Cortina, dove si può pagare soltanto con una carta di credito Visa, sponsor dei Giochi, oltre che in contanti.
Ecco il punto in comune tra i due progetti. Sia sul debito che sui pagamenti digitali, nel breve, conviene lasciare tutto com’è, per abitudine e per la salvaguardia di tutte quelle rendite di posizione che ognuno si è costruito nel tempo. Cambiare strada spaventa perché implica uno sforzo mentale e materiale, ma è l’unico modo per aprire a scenari completamente nuovi, in cui l’Europa possa presidiare meglio i propri interessi e trovare le risorse per uno sviluppo sostenibile nel tempo. Il debito comune e l’euro digitale oggi si pongono entrambi come strumenti: il primo per osare un’Europa più ricca, il secondo per rendere l’Europa più sicura. Il traguardo è questo, se riusciamo a centrarlo – e solo il tempo potrà dirlo – la vita degli europei può essere significativamente migliore di oggi. Raccontare tutto questo è difficile, soprattutto per leader deboli in casa, vedi Francia e Germania, che sul breve periodo si giocano tutto. Ma finché proprio loro non riusciranno a separare il fine dai mezzi, sull’Europa continuerà a pesare un deficit narrativo che la renderà “matrigna”, alimentando la spinta delle forze politiche che vogliono distruggere il cantiere dell’integrazione. Sfidando la geologia, oltre che vanificando gli sforzi e il percorso compiuto dal Dopoguerra a oggi.

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