Addio a Cees Nooteboom, poeta di redenzione
Il grande scrittore olandese è scomparso a 92 anni. Il suo è stato un grande viaggio letterario ed etico attraverso il mistero del vivere

Cees Nooteboom è scomparso l’11 febbraio a Minorca a novantadue anni: chissà se proprio nella casa amatissima cui aveva dedicato uno dei suoi libri più singolari, Pioggia rossa (2007), pubblicato poi come sempre da Iperborea - benemerita non soltanto per questa ragione - che negli ultimi trent’anni ha tradotto per la gioia di tutti noi italiani ben diciannove suoi libri. Quella Minorca - occorrerà aggiungere - che sarebbe ritornata nel 2016 in 533. Il libro dei giorni. Già, la morte, che è l’assoluta protagonista del suo capolavoro, Tumbas (2007), corredato dalle fotografie dell’inseparabile moglie, Simone Sassen: una sorta di Spoon River contemporanea, dedicata però a poeti e pensatori e scritta per celebrare la vita, con finalità assai diverse da quelle di Edgar Lee Masters, che in quelle sue straordinarie poesie si esaltava soltanto quando poteva emettere una condanna definitiva e feroce, consegnando il concittadino di turno alle fiamme eterne. A pensarci bene, alcuni suoi libri, già dal titolo, sono nutriti dal senso del commiato e della perdita: Il giorno dei morti (1998), Perduto il paradiso (2004), il breviario di Avevo mille vite e ne ho preso una sola (2011), le poesie di Addio (2020). Ma Nooteboom, come Sebald, ha avuto un suo speciale modo di convertire continuamente la vita in cultura e la cultura in vita. Prendete 533. Il libro dei giorni. Lo scrittore olandese sta parlando di Xec, uno scultore che, durante l’inverno, controlla per amicizia il giardino di Nooteboom. Sentite qua: «Il giorno in cui sono arrivato, dopo qualche ora è comparso Xec con un libro sulla morte» di Elias Canetti, «un uomo che non voleva morire», in mano ad un altro uomo che - ci dice Nooteboom - era «stato operato al piede per un cancro della pelle». Ecco: l’inaccettabilità della morte da sempre proclamata da Canetti e la circostanza di un male che non dà scampo portano Nooteboom a esercitare l’arte di cui è maestro, quella della divagazione, mentre appunto si insinua in lui il pensiero della morte. Cito: «Mi è tornata alla mente la tomba di Canetti, che ho visitato una volta a Zurigo, non lontana da quella di Joyce». E più avanti: «L’unico ornamento sulla tomba di Canetti era la sua firma, che aveva un che di rabbioso, di incattivito». E poi: «La chiusura di una furiosa lettera a un avversario troppo stupido: ecco cosa sembrava».
No, un Nooteboom così insolentito da Canetti - lo confesso - non me lo sarei mai aspettato: ma è sempre stupefacente il giuoco di sentimenti e risentimenti che può scatenarsi tra due grandi scrittori. Soprattutto quando perseguono un fine che non è dissimile, qui attraverso la contaminazione di tutti i generi letterari: e nel loro caso, e al loro meglio, praticando una scrittura spuria, continuamente nutrita di idee, cosmopolitica, aperta alle più sorprendenti sollecitazioni. Un altro capitolo di un’esistenza movimentata e piena di tutto (di libri, di gioia di vivere) è rappresentato dai libri di viaggio. Ricordo Verso Santiago. Digressioni sulle strade di Spagna (1992); Saigoku. Il pellegrinaggio giapponese dei 33 templi (2013); Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone (2015); Venezia. Il leone, la città e l’acqua (2019). Dove lascia ammirati la grande apertura di compasso culturale, ma soprattutto un’altra sua grande qualità, la capacità di essere dentro e fuori un mondo qualche volta lontanissimo (il Giappone, la Venezia dei mille racconti, Santiago di Compostela), e sempre in vista d’una continua riflessione sul Sacro. Basterebbe, a tal proposito, pensare a un altro singolare e precocissimo romanzo e cioè Rituali (1980), da cui sorge almeno una domanda ineludibile, che orienterà tutto il viaggio letterario e etico di Nooteboom: c’è una redenzione possibile all’insensatezza del vivere?
Sfoglio ora quasi con venerazione Tumbas e mi soffermo davanti a quella di Chateaubriand, che si trova su L’ile du Grand Bé, la minuscola isola davanti a Saint-Malo, che ha la singolare sorte di restare a lungo sommersa a seconda del giuoco delle maree. Nooteboom riporta alcune considerazioni del grande scrittore e diplomatico francese ricavate dalle Memorie d’oltretomba, un uomo che ha avuto l’incredibile idea di scrivere la sua autobiografia dal punto di vista di sé sepolto. Si tratta d’una mezza pagina al massimo grado di temperatura romantica: «Ma ciò che davvero si deve ammirare in Bretagna è la luna che si alza sulla terra e cala nel mare. Nominata da Dio governatrice dell’abisso, come il sole la luna ha le sue nuvole, i suoi vapori, i suoi raggi, le sue ombre. A differenza del sole, però, non si ritira in solitudine: un corteggio di stelle l’accompagna». E poi: «Quanto più, sulla mia riva natale, la luna discende verso il limite del cielo, tanto più accresce il suo silenzio, che comunica al mare. Ben presto cala sull’orizzonte, lo attraversa, mostra ormai solo la metà della sua fronte che si assopisce, si inclina e scompare nella molle intumescenza delle onde». Questa scelta sorprendente rispetto a tante altre possibili (psicologica, politica, storica), considerato che Chateaubriand è stato un grandissimo ritrattista, ci fa considerare un altro aspetto della personalità di quest’uomo coltissimo: la sua grande attenzione per il paesaggio, la sua capacità di interpretarlo con categorie non riconducibili a nessuna disciplina specifica. Come faremo adesso senza più nuovi libri? Come faremo a rinunciare a quello che è stato il suo più vero territorio, la fantasticheria? Sì, la fantasticheria, ma d’un passeggiatore non solitario, che viaggiava almeno in due. No, non si può rinunciare alle sue pagine, che si lasciano ancora dietro sempre un’eco: di sogni e curiosità, di buoni propositi, di felicità, quella che sempre ti regala la conoscenza.
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