Ecco cosa prevede la strategia di difesa nazionale degli Usa
di Carlo Trezza
Il documento del Pentagono reso pubblico a fine gennaio conferma l’intenzione di un disaccoppiamento transatlantico. L’avversario è la Cina e si pensa a una Nato europea: come cambiano le valutazioni su Vecchio continente, Russia e Ucraina

«Per troppo tempo, alleati e partner si sono accontentati di lasciarci sovvenzionare la loro difesa». È questo il messaggio principale – tutt’altro che nuovo – rivolto all’Europa nel documento sulla Strategia di Difesa Nazionale (National Defense Strategy, Nds) degli Stati Uniti, reso pubblico dal Pentagono a fine gennaio nella sua versione non classificata. Il testo rappresenta lo strumento attuativo, sul piano militare, della Strategia di Sicurezza Nazionale presentata dal Presidente Trump nel dicembre scorso. La linea di fondo è chiara: gli Stati Uniti concentreranno ormai le proprie energie primarie sulla difesa della “homeland”, riducendo progressivamente l’impegno diretto in altri teatri.
Lo sguardo verso l’esterno resta, ma è sempre più circoscritto a un’area che coincide sostanzialmente con il continente americano. I nuovi cardini strategici sono il Golfo del Messico – ribattezzato da Trump “Golfo dell’America” (che il presidente aveva persino pensato di intitolare a se stesso), il Canale di Panama, la Groenlandia e l’area artica. Sul piano delle minacce, l’avversario principale da dissuadere diventa ormai la Cina, con la quale, tuttavia, il documento lascia intendere che una forma di convivenza sia possibile. La Russia rimane una minaccia persistente, ma viene definita “gestibile” e valutabile esclusivamente in relazione agli interessi americani, rientrando così tra le minacce considerate meno severe. L’Amministrazione statunitense è convinta che, sotto il profilo economico, demografico e globale, Mosca sia un “nano” rispetto all’Europa e che non sia in grado di egemonizzarla. Da qui la conclusione americana: gli alleati europei sarebbero ormai in una posizione tale da assumere responsabilità primarie nella difesa convenzionale del proprio continente, con un supporto statunitense limitato alle sole situazioni definite “critiche”. Questo approccio varrebbe anche per l’Ucraina, la cui difesa dovrebbe avvenire sotto la guida degli alleati europei della Nato – come in parte già accade – sebbene l’Europa resti esclusa dagli attuali negoziati tra Stati Uniti, Russia e Ucraina.
Il messaggio complessivo è quello di un arretramento dell’impegno americano, che non riguarda solo l’Europa ma anche altri Paesi tradizionalmente protetti dall’ombrello di Washington, come la Corea del Sud (curiosamente, nel documento non viene menzionato il Giappone). Una scelta che solleva numerosi interrogativi. Al vertice Nato dello scorso giugno all’Aja, gli europei erano riusciti a strappare a Trump un impegno definito “iron clad” sull’applicazione dell’articolo 5 del Trattato Atlantico, in cambio della promessa di aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2029. Nel nuovo documento americano l’aumento al 5% viene ormai dato per scontato, mentre dell’articolo 5 non vi è più alcuna menzione.
È prevedibile anche una riduzione della presenza militare statunitense in Europa, oggi pari a circa 100.000 soldati, ma resta da capire entro quali limiti. Inoltre, un ruolo centrale nella Nato è sempre stato riservato alla dissuasione nucleare, esercitata in primo luogo dagli Stati Uniti. Quando il Pentagono parla di un appoggio americano «limitato alle situazioni critiche», si riferisce alla minaccia nucleare o alla presenza di armi nucleari statunitensi sul suolo europeo? Si tratta di questioni che forse sono affrontate nella parte classificata del documento o che saranno rinviate a un futuro testo sulla strategia nucleare vera e propria.
Completamente assenti dal documento del Pentagono sono, invece, i riferimenti agli strumenti diplomatico-negoziali, che rientrano più propriamente nelle competenze del Dipartimento di Stato. Nel suo intervento al Senato del 27 gennaio, il Segretario di Stato Marco Rubio ha confermato una sintonia con l’impostazione del Pentagono parlando della necessità di «ri-immaginare fondamentalmente la Nato» per garantire agli Stati Uniti maggiore flessibilità nel rispondere a sfide globali che vanno oltre l’Europa.
Nel documento della Difesa si arriva persino a evocare un ruolo accresciuto di una «European Nato», un termine mai impiegato da parte americana e che converge, almeno in linea di principio, con le posizioni di quanti in Europa hanno da tempo sostenuto la necessità di un maggiore protagonismo del continente all’interno dell’Alleanza. La condizione essenziale, tuttavia, è che questa transizione non avvenga in modo unilaterale, senza contropartite e che un alleggerimento della presenza americana in Europa non si traduca in un “decoupling” transatlantico, obiettivo storicamente perseguito dalla Russia sotto l’Unione Sovietica e oggi sotto Vladimir Putin.
Già ambasciatore italiano per il Disarmo
Consigliere Scientifico dell’Istituto Affari Internazionali
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Consigliere Scientifico dell’Istituto Affari Internazionali
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