Contro la prigione nel segno di Elvis Presley
di Davide Re
Da Drakeo the Ruler ai “lab” di don Burgio al Beccaria: i suoni si riprendono gli spazi. La cella consuma l’identità, il rock e il rap la riabilitano

Il carcere, almeno nelle sue intenzioni dichiarate, dovrebbe essere il luogo della riabilitazione e del reinserimento. Nella pratica è spesso altro: uno spazio di sospensione, in cui il tempo non educa ma consuma, e l’identità rischia di ridursi a una pratica amministrativa. È qui che la musica — e in particolare il rock, nelle sue genealogie più profonde — continua a svolgere una funzione che nessuna architettura penitenziaria è mai riuscita a sostituire: l’evasione. Non evasione dalla pena, ma evasione dalla disumanizzazione. Non fuga, ma resistenza.
Oggi questo non è un mito del passato. Negli Stati Uniti e in Europa esistono artisti che scrivono, incidono e pubblicano musica dal carcere, immettendola nei canali tradizionali del mercato culturale. Non si tratta di folklore rieducativo, ma di produzione reale. Il caso del rapper Drakeo the Ruler, che nel 2020 registra l’album mixtape Thank You for Using GTL utilizzando le telefonate dal carcere — ricostruite poi in studio all’esterno — è emblematico: lo strumento di controllo diventa mezzo creativo. Anche Kodak Black pubblica Bill Israel mentre è detenuto, trasformando la reclusione in materia narrativa diretta. In Italia, c’è l’esperienza di Kayros, fondata, fra gli altri, da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile di Beccaria di Milano. Al suo interno è stato creato uno studio di registrazione, generando così Kayros Music, affinché la musica abbia una funzione riabilitativa.
Da qui, il racconto si allarga e si innesta in una storia più lunga. Perché il carcere, nella musica popolare e nel rock, è sempre stato più di un luogo fisico. È la forma estrema del controllo sociale, il punto in cui una società rivela ciò che non sa - o non vuole - reintegrare. Già negli anni Cinquanta, Elvis Presley canta Jailhouse Rock. Musicalmente è un brano festoso, quasi giocoso, ma il testo è ambientato interamente dietro le sbarre. Il carcere diventa palcoscenico, micro-società, luogo normalizzato. Elvis non denuncia apertamente: rende il carcere parte dell’orizzonte americano. Ed è proprio questa normalizzazione a colpire. La prigione non come eccezione, ma come scenario ordinario della modernità. Con Bob Dylan il carcere cambia statuto. Hurricane non racconta una colpa, ma un’ingiustizia. La vicenda di Rubin Carter diventa una contro-narrazione civile: la ballata folk come atto politico, la canzone come indagine alternativa. Qui il carcere non è destino individuale, ma prodotto di un sistema che seleziona chi deve pagare. Bruce Springsteen sposta ancora l’asse. In Johnny 99 la prigione è l’ultimo anello di una catena economica: disoccupazione, disperazione, errore, condanna. Nessun eroismo, nessuna redenzione automatica. Il carcere come conseguenza sociale, non come deviazione morale. In Johnny 99, il detenuto chiede la pena capitale pur di non stare recluso in un carcere. È il paradosso che usa il “Boss” dire no all’istituto della pena capitale e dell’uso del carcere come afflizione. In State Trooper la prigione è addirittura anticipata: è la vita vissuta sotto sorveglianza, la paura di essere fermati, giudicati, incasellati. Nel rock britannico, il carcere diventa metafora del controllo. Jail Guitar Doors dei Clash racconta musicisti incarcerati per aver cercato libertà nel suono. Il punk qui è coscienza di classe: la consapevolezza che chi esce dai “recinti” paga un prezzo. Quelle di Nick Cave and The Bad Seeds sono quasi sempre canzoni-racconto, spesso centrate su temi di colpa, violenza e redenzione. Il repertorio è ampio e include la bellissima Let Love In. Lo stesso Cave ha conosciuto la prigione, anche solo per due giorni, quando fu arrestato a New York nell’ottobre del 1986, mentre cercava eroina ad Alphabet City. Rinchiuso in cella non riuscì a salire sul palco di un concerto organizzato assieme ai Bad Seeds. Il punto di non ritorno resta però Johnny Cash a San Quentin. Cash non entra in prigione come una star in visita, ma come uno che riconosce una continuità morale tra dentro e fuori. I concerti a Folsom e San Quentin non addolciscono il carcere: lo chiamano per nome. Il tempo che non passa, il treno che va e tu resti fermo, la colpa che non coincide mai interamente con una persona. Cash canta con i detenuti, non per loro. È un gesto politico prima che musicale. Quando i Metallica girano il video di St. Anger a San Quentin, nel 2003, il carcere torna come specchio del presente. Non c’è pietismo, non c’è redenzione: c’è rabbia. La stessa rabbia che attraversa il disco, compressa, rumorosa, imperfetta. Girare lì non è estetica shock, ma riconoscere che quella furia è una lingua condivisa. Che la prigione non è un altrove, ma una concentrazione del mondo esterno.
Accanto a questo filone maschile e spesso muscolare, esiste un controcampo femminile fondamentale. Billie Holiday, con Strange Fruit, non canta il carcere penitenziario, ma la prigione razziale: «corpi neri appesi agli alberi» come conseguenza di un sistema di segregazione. È una canzone-cella, claustrofobica, in cui non c’è via di fuga se non la memoria. Nina Simone radicalizza questa tensione: molte sue canzoni parlano di costrizione, controllo, impossibilità di essere liberi in una società che ti assegna un ruolo. La prigione qui è sociale, culturale, quotidiana. Più tardi, Patti Smith porterà la poesia dentro la reclusione simbolica: il carcere come gabbia mentale, come imposizione di identità. E nel rock alternativo, figure come PJ Harvey lavorano spesso sul tema della colpa, del giudizio, della punizione del corpo femminile, che diventa una forma di detenzione invisibile. L’idea di evasione si amplia, e il rock diventa lingua delle prigioni immateriali. È qui che in Italia Liberi tutti dei Subsonica, soprattutto dal vivo, funziona come manifesto minimo: l’ossessione della libertà detta in forma corale, quasi infantile, proprio perché la libertà è una richiesta primaria. Non parla solo di sbarre: parla di paure, dipendenze, costrizioni sociali, della cella invisibile che ciascuno si porta dietro: «Mani in alto fuori di qua. Non resteremo più prigionieri. Ma evaderemo come Steve McQueen. O come il grande Clint in fuga da Alcatraz...». E poi c’è la radice più profonda, americana e insieme universale: blues, gospel, jazz come risposta alla prigione della segregazione. Qui il carcere non è soltanto penitenziario, ma ordine sociale. Nashville, Memphis, Mississippi, New Orleans: luoghi in cui la musica nasce come contropotere, come diritto al respiro. Anche Malcolm X, attraversa il carcere. La prigione può spezzare o riforgiare, dipende da che cosa trovi dentro.
Fuori dall’America, l’Irlanda offre un capitolo cruciale: canzoni nate attorno ai prigionieri repubblicani durante i Troubles, e in particolare alle carceri come Long Kesh o Mountjoy. Qui la musica ha svolto una funzione di memoria e identità politica (controversa, divisiva, spesso contestata), e va raccontata per ciò che è: un archivio emotivo di una comunità in conflitto. Brani come The Helicopter Song (Wolfe Tones) narrano l’evasione del 1973 da Mountjoy con un tono quasi da ballata. Men Behind the Wire è un classico del repertorio repubblicano legato all’omaggio ai prigionieri politici e anche ai soldati dell’Ira. Raccolte discografiche come Irish Republican Jail Songs (Dublin City Ramblers) mettono in fila titoli e storie di quella stagione. Qui l’evasione non è romantica è appunto identitaria. Tutte queste storie, insieme, dicono la stessa cosa: il carcere è una costante della modernità, e il rock — dal blues al punk, dal folk al metal — è stato uno dei suoi principali traduttori emotivi. Non sempre per denunciare, non sempre per salvare. Ma per ricordare che nessuna persona coincide interamente con la sua colpa, e che nessuna società è davvero libera se ha bisogno di ridurre i suoi scarti al silenzio. L’evasione di cui parla la musica non è la fuga dalla legge. È la fuga dalla riduzione dell’uomo a numero. È quel varco di tre minuti in cui una voce — anche stonata, anche rabbiosa — restituisce a qualcuno il proprio nome. Dove il carcere fallisce, una canzone, a volte, riesce ancora ad aprire una porta. Anche solo per respirare.
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