Fulminacci: «Ricostruisco i sentimenti dalle macerie»

In gara a Sanremo con l'ironica "Stupida sfortuna" il cantautore romano si conferma una delle penne più interessanti del nuovo panorama italiano
February 12, 2026
Fulminacci: «Ricostruisco i sentimenti dalle macerie»
Il cantautore romano Fulminacci, 28 anni /Foto Alberto Signorello
C’è un’immagine che racconta meglio di tante parole il ritorno di Fulminacci al Festival: quella dei «tremendi palloncini al posto del pubblico», nell’edizione Covid in cui si sentiva «un bambino sperduto». Oggi, tornando all’Ariston con Stupida sfortuna, il cantautore romano sembra aver attraversato quel tempo sospeso per approdare a una consapevolezza nuova. Le spalle sono «un po’ più larghe», lo spirito «allegro e rilassato». Ma soprattutto più saldo è il passo di un artista che, senza clamori, si è ritagliato un posto tra le migliori nuove leve della canzone d’autore, nel solco più autentico della scuola romana.
Il brano sanremese ha colpito proprio per questa misura. Non è un pezzo costruito a tavolino per l’occasione, «che è sempre un po’ una forzatura», ma una canzone «giusta perché onesta», nata il giorno stesso dell’incontro con Golden Years, produttore del nuovo album e direttore d’orchestra sul palco. Fin dall’inizio aveva un arrangiamento naturale per l’orchestra, come se portasse in sé una vocazione corale. E in quell’inciso – «E passeranno classifiche e Sanremi / Taxi treni aerei» – c’è già la cifra di Fulminacci: uno sguardo disincantato sul successo, la coscienza che tutto passa, mentre restano le relazioni e le canzoni.
Ironizza sulla «posizione ideale», quel quinto posto che sarebbe «perfetto» perché al riparo dalle tensioni del podio. Scherza sul Premio della Critica, convinto che «lo daranno a qualcuno con testi seri». Ma dietro l’autoironia si coglie una libertà rara: «Il mio obiettivo è essere leggero e divertirmi. Per me il successo è vedere la gente ai concerti che canta». È la misura di un artista che non rincorre classifiche ma comunità, non cerca picchi effimeri ma una crescita fedele. Non a caso rivendica con orgoglio «un pubblico molto fisso», presenza discreta e costante.
Il Festival è solo l’inizio di un percorso che prosegue con Calcinacci, quarto album in uscita, titolo che nasce da una frattura personale: «Ho concluso una relazione importante e mi trovo in mezzo alle macerie». Ma i calcinacci non sono solo detriti; sono anche materia di ricostruzione, cantiere aperto. In questa immagine c’è tutta la maturità di Fulminacci: guardare le rovine senza compiacersene, trasformarle in possibilità. Il suono si fa più minimale, meno chitarra acustica, scrittura diversa, influenzata anche dall’ascolto – tardivo ma decisivo – di Franco Battiato, di cui riconosce «il minimalismo» e una «furba ingenuità» in qualche modo “rubata”. È un passaggio di testimone ideale tra generazioni, nel rispetto di una tradizione che non è mai nostalgia ma ricerca.
Accanto al disco, un cortometraggio di venti minuti, con la partecipazione di Pietro Sermonti: non semplice videoclip ma racconto cinematografico. E poi il “Palazzacci Tour”, approdo nei palasport che segna un salto di dimensione, ma non di identità. Persino nella scelta della cover al Festival, Parole parole con Francesca Fagnani, si legge il desiderio di rievocare la grande televisione degli anni Sessanta e Settanta, con un omaggio «amorevole e ironico» che evita la sfida al mito. Fulminacci confessa di avere «paura di toccare i mostri sacri» e di non sentirsi definito dalle doti vocali quanto dalle canzoni che scrive.
Così la “stupida sfortuna” delle piccole disavventure quotidiane – un parcheggio che non si trova, un’auto graffiata – si relativizza di fronte alla gratitudine: «Faccio il lavoro più bello del mondo». In un tempo che esalta l’urlo e l’eccesso, Fulminacci sceglie la misura, la leggerezza pensosa, e a 28 anni si afferma a pieno titolo nel panorama della nuova canzone d’autore italiana.

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