Roma-cometa: il nucleo e una scia in espansione
La capitale è uno spazio che si disegna di continuo, superando la frattura tra centro e margini. Un territorio poroso, attraversato da flussi e memorie che ne ridiscutono i confini

Immaginare Roma da New York è uno shock geometrico. L’isola di Manhattan si allunga… mentre Roma, la nostra calda e bella Roma, è una conchiglia col suo centro storico che è il centro di cerchi che si allargano in periferia come quando si getta un sasso nell’acqua. Ma bisogna riavvolgere il nastro della pellicola dell’immaginazione. Forse abbiamo sbagliato. Non perché il Tevere sia come l’Hudson, ma un po’ sì nel senso che in entrambe le città il fiume ha modellato l’immagine che se ne ha, e dunque la nostra immaginazione. La comprensione di una città come Roma, infatti, può essere notevolmente arricchita se la si osserva con uno sguardo capace di unire elementi apparentemente opposti: il centro e la periferia, il sacro e il quotidiano, l’architettura e la vita, la forma e la narrazione. Insomma, se non la guardiamo più come il guscio statico di una conchiglia. Lo spazio non è mai neutrale, bensì un palinsesto di tensioni, significati e memorie stratificate.
Sarebbe riduttivo definire la Capitale un museo a cielo aperto confinato entro il perimetro monumentale del centro storico. Si rivela invece un organismo urbano molto più esteso e complesso. Roma si estende ben oltre i confini immaginati del centro storico, configurandosi come una costellazione di anime diverse, quartieri con identità distinte e storie che si intrecciano. La vera città non coincide solo con i luoghi iconici che si fotografano, ma anche con ciò che sfugge all’inquadratura del turista. Panchine solitarie all’ombra di parchi incolti, il silenzio sospeso di un quartiere operaio nel primo pomeriggio, il sommesso mormorio del Tevere – tutti questi frammenti quotidiani, spesso ignorati, tessono la rete di significati reali della metropoli. In questo contesto, il volume Roma è una cometa (Moebius) – ideato sotto la direzione di Umberto Vattani e impreziosito dalla splendida copertina realizzata da Mimmo Paladino – ci offre una metafora illuminante: la città possiede un nucleo visibile e brillante, ma anche una scia di luoghi ed esperienze che si allunga oltre i suoi confini tradizionali, tracciando una traiettoria in continuo divenire.
Uno sguardo integrale su Roma richiede di superare la rigida dicotomia tra un centro valorizzato e periferie relegate ai margini. In realtà Roma è una città con troppi centri per averne solo uno, e troppi margini per fingere che siano solo periferie. Il centro non è più un punto unico, così come la periferia non è un mero contorno esterno privo di identità: la città eterna si articola in una galassia di centri plurali. Roma stessa può essere intesa come un esperimento radicale sul significato dei margini, dove le antiche mura – da quelle aureliane alle moderne barriere immaginate – non chiudono ma interrogano la città sul proprio senso. Varcare le mura significa entrare nel tessuto della Roma in cui i monumenti lasciano il posto alla vita quotidiana, e la storia diventa tangibile e vissuta. Qui le rovine convivono con i mercati rionali, e la grande storia dialoga con le vicende quotidiane dei suoi abitanti. Già negli anni Sessanta Pier Paolo Pasolini vagava per le borgate periferiche alla ricerca di questa autenticità liminare, cogliendo come le borgate, allora come oggi, non sono fuori Roma; sono Roma in atto di rigenerarsi, cercare, osare il futuro. Le periferie non sono quindi esterne all’idea di Roma, ma rappresentano Roma stessa nel suo farsi e trasformarsi, luoghi di rigenerazione e di futuro. Unendo centro e periferia in uno sguardo unico, la città si rivela per quello che è: non una conchiglia, ma un’entità porosa, mobile e in espansione, impossibile da imprigionare entro un perimetro statico. Così come New York è più un arcipelago con i suoi cinque borough piuttosto che una vertical forest o un man-made canyon.
Lo sguardo allargato amplia la comprensione di Roma, restituendone la vera scala e complessità territoriale. Questa lettura di Roma come organismo plurale, poroso e in movimento ha trovato un riscontro particolarmente significativo anche nella riconfigurazione del territorio diocesano voluta da papa Francesco. Con il Motu Proprio La vera bellezza del 1° ottobre 2024 il pontefice era intervenuto sulla geografia ecclesiale della città mettendo in questione il modo stesso di pensare il territorio, il suo centro, le sue soglie, le sue periferie. Ha eliminato l’antica suddivisione in cinque Prefetture centrali, integrandole nei quattro Settori periferici (Nord, Sud, Est e Ovest): è sparita la distinzione tra centro e periferia. Papa Leone, a un anno di distanza e dopo lo stress test del Giubileo, ha ripristinato il settore centrale con una correzione funzionale, riconoscendo il centro storico di Roma come un ecosistema pastorale altamente specifico, affermando però che restano immutate “la motivazione, le premesse e le considerazioni fatte” dal suo predecessore nella visione della città. Può essere utile così ritornare a quelle considerazioni, ai fondamenti e alla visionarietà del documento di Francesco proprio per non perderne la motivazione, come chiede Leone, appunto. Bergoglio – primo Papa davvero “metropolitano” della storia recente – aveva assunto come dato di partenza il fatto che Roma non è più una città organizzabile secondo uno schema concentrico. La sua visione poneva in evidenza come fosse inadeguata qualsiasi visione che presuma un unico baricentro stabile.
Potremmo dire che La vera bellezza di Francesco – anche assumendo lo sguardo pasoliniano – ha visto Roma come una cometa: un nucleo storico e simbolico che continua a brillare e, insieme, una scia di luoghi e di vite che si allunga e si trasforma, chiedendo alla Chiesa di non identificarsi con il solo centro, ma di riconoscere la propria forma nella relazione con i margini. I confini pastorali sono diventate soglie mobili, strumenti adattivi, capaci di seguire i flussi della città: migrazioni interne, nuove povertà, mutamenti culturali, solitudini diffuse. In questa prospettiva, la riconfigurazione diocesana è diventata un atto eminentemente narrativo: ha raccontato una Chiesa che rinuncia a una forma compatta per assumere una figura esposta, relazionale, incompiuta. Roma, ecclesialmente, diventava non una città da presidiare, ma una traiettoria da accompagnare.
Parlando di una riconfigurazione del territorio diocesano, inevitabilmente ci riferiamo anche al fatto che la ricchezza di Roma risiede anche nell’intreccio fra dimensione sacra e vita quotidiana. La città è disseminata di spazi sacri – chiese, cappelle, edicole votive – che punteggiano tanto il centro storico quanto i quartieri periferici, tessendo un continuo dialogo tra il trascendente e l’immanente della vita urbana. Allora si rivela guida preziosa il volume Luoghi e percorsi del Giubileo. Le chiese romane del Terzo Millennio, anch’esso ideato da Vattani, e a cura di Andrea Bruschi. Nel corso del Novecento, la Chiesa cattolica ha compreso che per mantenere vivo questo dialogo doveva uscire dal centro ed accompagnare lo sviluppo della città verso le nuove periferie. Dopo che Roma divenne capitale d’Italia e si espanse ben oltre le mura, la Chiesa continuò ad espandere la propria presenza, andando incontro là dove la nuova popolazione si stava insediando: nuovi edifici sorsero per accogliere, sostenere e accompagnare. Nascono così parrocchie nei quartieri di recente urbanizzazione, spazi pensati non solo per la preghiera, ma anche come luoghi di comunità, servizio e incontro. Le nuove chiese costruite negli ultimi decenni sono state ripensate. Queste chiese moderne danno identità ai quartieri, custodiscono la memoria, nutrono la relazione. Sono santuari di umanità, aperti a tutti. L’architettura religiosa diventa presenza familiare, parte integrante del paesaggio di vita degli abitanti, contribuendo a dare un’anima ai luoghi e a tessere legami sociali.
La mappa urbana tradizionale di Roma fatica a cogliere la dimensione viva della città, poiché tende a fissare confini e categorie statiche: costruire a Roma significa aggiungere un capitolo al racconto ininterrotto della città. Lo documenta l’importante mostra Roma Terzo Millennio. La scia della cometa che il 22 gennaio inaugurata negli spazi di WeGil e aperta fino al 30 giugno. Occorre abbandonare la città come forma chiusa: questa la motivazione che Leone coglie ne La vera bellezza di Francesco e vuole mantenere, pur ripristinando per motivi pratici la riconfigurazione del territorio diocesano. Ma in realtà, Roma eccede qualsiasi singola rappresentazione univoca; è una città che si espande come una narrazione aperta – ad libitum, ad infinitum – al ritmo lento, sinuoso e imprevedibile del Tevere. La forma urbana di Roma è dunque essa stessa una narrazione aperta: un racconto plurale che scorre lungo le anse del Tevere, mescolando passato e presente, ordine e caos, grandi piani urbanistici e crescite spontanee. Comprendere la città attraverso questa lente narrativa significa riconoscere che ogni luogo – dal vicolo del centro storico alla nuova piazza di periferia – contribuisce al romanzo corale di Roma. Roma non può più essere catturata dalle sole vedute cartoline del Colosseo o di San Pietro: richiede nuove mappe concettuali per essere compresa e narrata. In queste nuove mappe, la metafora della cometa aiuta a tenere insieme ciò che è centrale e ciò che è marginale, il sacro con il vissuto profano, l’architettura formale con la narrazione delle vite che la attraversano. In ultima analisi, guardare Roma in questo modo significa riconoscerne la natura dinamica e inclusiva: una città che continuamente eccede sé stessa, rigenerandosi ai margini, e che trova la propria identità in un equilibrio sempre nuovo tra la forma e la vita.
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