Italia, Francia e Germania: tre modelli di politica industriale
di Giovanni Scanagatta, Stefano Sylos Labini
Il confronto mostra approcci opposti ed evidenzia come la differenza principale non risieda nella quantità di risorse impiegate, ma nella qualità della strategia e nella continuità delle politiche. Però ma mette anche in luce il nostro ritardo strategico

Negli ultimi decenni la politica industriale è tornata al centro del dibattito economico europeo, grazie alla globalizzazione, le crisi finanziarie, la transizione digitale ed ecologica e il confronto tecnologico con Stati Uniti e Cina. In questo contesto, il confronto tra Italia, Francia e Germania mette in luce modelli profondamente diversi di intervento pubblico nell’economia, non solo per strumenti utilizzati, ma soprattutto per visione strategica, ruolo dello Stato e capacità di incidere sulla struttura produttiva nel lungo periodo.
La politica industriale italiana si caratterizza per un approccio prevalentemente orizzontale e frammentato. Storicamente, dopo la fase delle partecipazioni statali e dell’Iri, l’Italia ha progressivamente rinunciato a una politica industriale esplicita, sostituendola con una pluralità di strumenti di incentivazione fiscale e finanziaria: crediti d’imposta per ricerca e sviluppo, agevolazioni per investimenti in beni strumentali, sostegni alle startup innovative e interventi straordinari in fasi di crisi. Strumenti come la Legge 46/1982, che aveva introdotto un sostegno selettivo alla ricerca applicata, rappresentano un’eccezione virtuosa, ma non hanno trovato continuità nel tempo. Le politiche più recenti, inclusi Industria 4.0 e Transizione 4.0, hanno avuto il merito di stimolare gli investimenti e l’adozione di tecnologie digitali, ma hanno inciso poco sulla trasformazione strutturale del sistema produttivo. In particolare, l’Italia continua a soffrire di una ridotta dimensione media delle imprese, di una specializzazione tecnologica medio-bassa e di una debole integrazione tra ricerca, industria e finanza. Il sostegno alle startup innovative ha migliorato il quadro normativo e culturale, ma non ha prodotto un ecosistema in grado di generare scale-up e grandi imprese tecnologiche. Nel complesso, la politica industriale italiana appare compensativa e difensiva, orientata a ridurre i costi dell’innovazione piuttosto che a indirizzarne la direzione.
La Francia rappresenta un modello profondamente diverso, basato su una tradizione dirigista e centralizzata. Qui la politica industriale è esplicita, dichiarata e coerente nel tempo. Lo Stato non si limita a incentivare, ma agisce come pianificatore, investitore e, in molti casi, azionista diretto di imprese strategiche. Attraverso strumenti come il Crédit d’Impôt Recherche, i Programmi di Investimenti per il Futuro e, più recentemente, France 2030, la Francia ha costruito una politica industriale orientata a missioni e priorità tecnologiche chiare: aerospazio, difesa, energia, digitale, intelligenza artificiale. Il sostegno alle startup e all’innovazione è fortemente integrato con la grande industria e con una banca pubblica per l’innovazione (Bpifrance) che svolge un ruolo cruciale di finanziatore paziente. Questo modello ha consentito alla Francia di creare e mantenere campioni nazionali e di rafforzare la propria posizione in settori ad alta intensità tecnologica. Il rovescio della medaglia è una maggiore esposizione al rischio di inefficienze e di selezione politica degli investimenti, ma l’impatto trasformativo sul sistema produttivo risulta elevato.
La Germania segue una terza via, meno centralizzata ma estremamente efficace. La sua politica industriale è coordinata, istituzionale e di lungo periodo, fondata sulla collaborazione tra Stato federale, Länder, imprese, sistema bancario pubblico e formazione professionale. Elemento centrale del modello tedesco è l’integrazione tra ricerca applicata e industria, incarnata dai Fraunhofer Institutes, che fungono da ponte stabile tra università e imprese. La politica industriale non punta tanto a creare nuovi campioni ex novo, quanto a rafforzare le filiere produttive esistenti e il Mittelstand, favorendo un’innovazione prevalentemente incrementale ma continua. Fondamentale è anche il collegamento con il sistema della formazione duale, che assicura competenze adeguate alle esigenze industriali. In questo modo, la Germania riesce a mantenere una forte base manifatturiera avanzata, elevata capacità di export e leadership tecnologica in numerosi settori.
Il confronto tra Italia, Francia e Germania evidenzia come la differenza principale non risieda nella quantità di risorse impiegate, ma nella qualità della strategia e nella continuità delle politiche. L’Italia dispone di numerosi strumenti di incentivazione, ma manca di una visione industriale coerente e stabile, capace di orientare l’innovazione e favorire la crescita dimensionale delle imprese. La Francia dimostra l’efficacia di una politica industriale strategica e mission-oriented, mentre la Germania evidenzia i vantaggi di un modello basato su coordinamento istituzionale, filiere e competenze. Per colmare il divario, l’Italia dovrebbe superare l’approccio puramente orizzontale, rafforzare la selettività degli interventi e integrare politica industriale, formazione e ricerca. In assenza di questo salto qualitativo, il rischio è che gli incentivi continuino a sostenere il sistema produttivo esistente senza riuscire a trasformarlo realmente per un futuro competitivo del sistema industriale. Infine, gli alti costi dell’energia stanno accelerando un preoccupante processo di deindustrializzazione mentre la crisi dell’ex Ilva e del settore dell’automobile hanno indebolito la spina dorsale della nostra industria. È possibile che nel futuro nuove forme di intervento dello Stato siano necessarie.
Giovanni Scanagatta è professore di Politica economica e monetaria all’Università Sapienza di Roma
Stefano Sylos Labini fa parte del Gruppo Moneta Fiscale
Stefano Sylos Labini fa parte del Gruppo Moneta Fiscale
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