Dal riso italiano al vino argentino: chi vince con i dazi Usa
I dazi americani non fermano gli scambi ma li deviano e alcune economie avanzate guadagnano competitività a scapito di molti Paesi in via di sviluppo. L'Unctad: "La competizione è sempre più basata sull’origine geografica delle merci"

Le recenti modifiche alla politica commerciale degli Stati Uniti non si limitano ad aumentare i dazi: stanno cambiando la struttura stessa della concorrenza internazionale. Dal 2024 all’inizio del 2026 la tariffa media applicata alle importazioni è cresciuta di quasi 15 punti percentuali e la quota di merci entrate con il regime Wto della “nazione più favorita” o a dazio zero è scesa da circa due terzi al 20 per cento. Il mercato americano è quindi passato da condizioni relativamente uniformi a un sistema fortemente differenziato per origine geografica.
La differenziazione ha effetti immediati sui prezzi relativi delle merci. Il vino sudafricano esportato negli Stati Uniti oggi risulta circa 17 punti percentuali più costoso rispetto agli altri principali Paesi fornitori rispetto alla situazione del 2024. Premiati invece i vini della Georgia, dell'Argentina, del Cile e dell'Australia. Il riso italiano ha invece guadagnato competitività: mediamente è circa 12 punti percentuali più economico, in termini tariffari relativi, rispetto ai concorrenti esteri. Per quanto riguarda la lana, risulta oggi più economica quella in arrivo da Mongolia e Uruguay, più cara quella cinese e quella neozelandese. Per gli importatori statunitensi, insomma, significa cambiare fornitori, non semplicemente pagare di più.
Questi scostamenti derivano da misure reciproche, accordi bilaterali, esenzioni settoriali e deroghe per beni non prodotti negli Stati Uniti. L’origine delle merci - sottolinea l’Unctad nel suo nuovo rapporto “Who wins when trade policies shift? - diventa un fattore di prezzo. L’ampiezza della variazione cambia molto tra i settori. Il rapporto evidenzia che ferro e acciaio hanno registrato forti aumenti tariffari ma applicati in modo relativamente uniforme tra i fornitori: la dispersione, cioè la distanza tra il trattamento del Paese più favorito e quello più penalizzato, è rimasta limitata. Nei prodotti chimici accade l’opposto: l’incremento medio dei dazi è più contenuto, ma la dispersione cresce sensibilmente, creando divari competitivi marcati tra esportatori. Il dato chiave non è quindi solo quanto salgono i dazi, ma quanto divergono.
L’effetto globale dipende anche dal peso degli Stati Uniti nei diversi mercati. Il rapporto indica che Washington rappresenta quasi il 20 per cento delle importazioni mondiali nel settore automotive e dei mezzi di trasporto e qui le tariffe medie sono aumentate di circa 20 punti percentuali: il potenziale impatto internazionale è elevato. Al contrario, nei comparti caffè, tè e spezie i dazi sono cambiati poco, anche perché la produzione domestica statunitense è limitata. Nei cereali l’aumento tariffario è maggiore ma gli Stati Uniti incidono poco sulle importazioni mondiali di quel comparto, quindi l’effetto globale resta contenuto.
La distribuzione degli effetti non segue una semplice divisione tra economie ricche e povere. Le economie avanzate risultano mediamente meno esposte: esportano quote minori verso gli Stati Uniti e hanno strutture produttive diversificate. I Paesi in via di sviluppo dipendono maggiormente da quel mercato e affrontano aumenti tariffari più alti. I Paesi meno sviluppati esportano meno verso Washington ma subiscono talvolta rialzi molto forti: per alcuni di questi Paesi l’aumento medio supera i 35 punti percentuali.
Guardando ai numeri, circa 37 economie hanno registrato aumenti medi inferiori a 5 punti percentuali, mentre un gruppo consistente di Stati supera i 20 punti. La dispersione spiega perché gli effetti siano così diversi anche tra Paesi simili. Le importazioni statunitensi non si riducono necessariamente: cambiano provenienza. Gli importatori tendono a sostituire i fornitori più penalizzati con quelli relativamente meno colpiti. Prima delle ultime misure gli esportatori dei Paesi avanzati avevano un vantaggio medio di circa 1,5 punti percentuali; oggi il margine è cresciuto di altri due. I Paesi in via di sviluppo sono passati da uno svantaggio di circa un punto a quasi tre, mentre i Paesi meno sviluppati registrano un disavanzo vicino ai due punti.
Tre quarti dei partner commerciali migliorano la posizione relativa nel mercato americano e un quarto la peggiora. Il rapporto cita esplicitamente alcuni grandi Stati emergenti tra quelli più penalizzati, in particolare Brasile, Cina e Sudafrica, colpiti da aumenti tariffari relativamente più elevati. In diversi comparti la competizione si sposta quindi tra esportatori stranieri più che tra produzione interna e importazioni. Il documento dell’Unctad indica in modo esplicito i settori dove il cambiamento può essere più evidente: macchinari, tessile e abbigliamento, alcune manifatture leggere e parte dei prodotti agricoli. Qui la riallocazione delle forniture è considerata probabile.
Le catene globali del valore sono coinvolte. Nel settore cacao-cioccolato i semi entrano negli Stati Uniti senza dazi, ma il prodotto lavorato paga tariffe più alte, recentemente aumentate e non in modo uniforme. Paesi trasformatori consolidati, come Canada, Messico, Belgio e Svizzera, hanno subito incrementi più contenuti rispetto ai produttori di materia prima come Costa d’Avorio o Ghana. Esportare cacao resta possibile, sviluppare un’industria di trasformazione diventa più difficile.
Nel complesso la politica commerciale statunitense non blocca la globalizzazione ma la riorganizza. Le imprese adeguano le catene di approvvigionamento, i Paesi cercano nuovi mercati o sfruttano vantaggi tariffari temporanei. Il commercio continua, ma con equilibri più instabili e sempre più legati a scelte politiche oltre che economiche.
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