Censis, Italia prima in Ue per spesa pensionistica, terzultima per salari
A parità di anni lavorati e di continuità contributiva, i più giovani sperimenteranno pensioni significativamente più contenute rispetto all'ultima busta paga

«Un taglio di 17 punti percentuali sul reddito pensionistico rispetto all'ultima busta paga. È questa la prospettiva che attende chi oggi entra nel mercato del lavoro rispetto a chi va in pensione adesso», così Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative commenta con preoccupazione uno dei dati che emergono dal Focus Censis Confcooperative "Pensioni, ipoteca sul futuro?".
La situazione descritta dall'indagine è frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni, a partire dal calo demografico che porterà a una perdita di ben 7,7 milioni di lavoratori entro il 2050: una contrazione del 20,5%. A questo si aggiunga un altro divario trentennale tra il nostro Paese e gli altri Stati europei: l'Italia è terzultima in Unione Europea per quota dei salari sul Pil (appena il 28,9%, contro il 44,9% della Germania) e parallelamente prima per spesa previdenziale (il 15,5% rispetto al Pil nel 2023, contro una media Ue del 12,3%). Un dato che riflette ulteriormente l'invecchiamento demografico del Paese – quasi la metà della popolazione ha più di 50 anni – oltre alle politiche previdenziali degli ultimi decenni.
Andando a guardare i dati nello specifico, il divario generazionale è sempre più evidente. Chi è andato in pensione a 67 anni, spiega l'analisi, dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto (ossia di una percentuale di pensione rispetto all'ultimo stipendio) dell'81,5%. Suo figlio o sua figlia, che oggi ha 33 anni ed è entrato nel mercato del lavoro nel 2022, sempre con una carriera continuativa di 38 anni, quando andrà in pensione nel 2060, sempre a 67 anni, avrà un tasso di sostituzione del 64,8%. Vuol dire che a parità di continuità contributiva (ammesso che con la precarietà attuale nel mondo del lavoro sia possibile averla), le nuove generazioni sperimenteranno comunque pensioni più basse, con una distanza tra ultima retribuzione e prima pensione che quasi raddoppia: dal 18,5% attuale al 35,2%.
La dinamica demografica, avvertono nell'elaborazione, renderà ancora più persistenti le fragilità sociali del Paese, come i livelli di povertà già elevati e di una quota rilevante di occupati in condizioni di vulnerabilità economica: già oggi sono 2,4 milioni gli occupati a rischio povertà. Un'incidenza del 10,3% sul totale degli occupati tra 18 e 64 anni, che sale al 12% tra 20 e 29 anni. Del resto, i lavoratori junior (20-34 anni) guadagnano il 39,8% in meno rispetto ai senior (over 50), quasi 11.880 euro in meno all'anno. Allo svantaggio dei lavoratori più giovani, in Italia si aggiunge quello di genere, con disuguaglianze che poi si riflettono inevitabilmente anche sull'importo pensionistico. Nel nostro Paese ci sono oltre 16,3 milioni di pensionati, con importi medi mensili lordi di 2.142 euro per gli uomini e 1.595 euro per le donne. Il gender pay gap raggiunge il 29,1%: gli uomini percepiscono in media 8mila euro in più all'anno rispetto alle donne.
Il quadro pensionistico descritto – che si somma ai salari tra i più bassi d'Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori – «è una vera ipoteca sul futuro», sintetizza Gardini.
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