I patti per non "rubarsi" i dipendenti finiscono nel mirino dell'Antitrust
Per la prima volta l’Autorità garante della concorrenza interviene sul fronte del lavoro: il caso è quello del distretto dell’imballaggio Garnero: «Può allargarsi ad altri settori». Cazzola: «I lavoratori devono potersi muovere»

Un vero e proprio “blocco” della mobilità. Per evitare di “rubarsi” a vicenda degli operai altamente specializzati, alcune aziende emiliane attive nella famosa packaging valley avrebbero stretto un “patto di non belligeranza” che impedirebbe ai lavoratori di «ottenere miglioramenti economici e di carriera attraverso la competizione tra datori di lavoro, ostacolando il normale funzionamento della concorrenza nel mercato del lavoro». Lo scrive, nero su bianco, l’Antitrust che, per la prima volta nella sua storia, ha avviato un’istruttoria focalizzata esclusivamente sul mercato del lavoro.
Un’indagine che ipotizza un accordo tra aziende leader del comparto dell’imballaggio che impedirebbe ai “tecnici validatori” – lavoratori specializzati nel collaudo finale dei macchinari – di passare da un’azienda all’altra. Questo patto, che sarebbe stato applicato in modo sistematico, porterebbe a “ingessare” le dinamiche di selezione del personale. Al di là di come finirà la vicenda - l’Antitrust ipotizza che questo “cartello” costituisca una violazione dell’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Ue - di certo si è acceso un faro su alcuni meccanismi che potrebbero andare ben oltre il settore preso in esame dall’Autorità garante della concorrenza. «Non sarei stupito se in futuro emergessero casi simili in altri ambiti - spiega ad Avvenire Andrea Garnero, economista che lavora alla Direzione per l’occupazione dell’Ocse – sappiamo per esempio che in Italia ci sono stati in contratti di franchising di una grande società di fast food». Quel che è certo è che questi «accordi di non assunzione riducono la mobilità dei lavoratori, soprattutto quella voluta, limitando le alternative disponibili per i lavoratori». Per Garnero «bisogna fare in modo che i lavoratori abbiano una libera scelta, si promuova una sana riallocazione del mercato del lavoro che è nell’interesse dei lavoratori ma anche della produttività e della crescita economica». Servirebbe anche «da parte dei sindacati che di questi argomenti non si sono mai interessati» una riflessione «sull’uso e abuso di questi strumenti così come le “clausole di non concorrenza” che sono legali, regolate dal Codice Civile, ma che se sono usate in maniera eccessiva possono restringere la mobilità a svantaggio dei lavoratori ma anche delle stesse imprese che poi non trovano il personale che cercano perché questi lavoratori, di fatto, sono bloccati».
Insomma, quando poche imprese si dividono un mercato del lavoro, un lavoratore che voglia fare “il salto”, magari per guadagnare di più, non può farlo se queste aziende si sono messe d’accordo per non fare offerte ai rispettivi dipendenti. Sarebbero così loro stesse a guadagnarci, a scapito dei lavoratori. «Gli accordi no-poach contestati dall'Agcom alle imprese emiliane rappresentano una delle forme più insidiose di distorsione del mercato del lavoro» ci spiega l’avvocato Domenica Lenato, socia di Polis Avvocati – «dal punto di vista giuslavoristico, questa vicenda tocca il cuore stesso del diritto al lavoro: bloccando la mobilità, si comprime il potere contrattuale dei lavoratori e si deprime la dinamica salariale. L'intervento dell'Antitrust segna un precedente importante». La giuslavorista Rosita Zucaro, autrice del volume “Il diritto all’equilibrio vita-lavoro” ci ricorda che «in tempi in cui la parola trasparenza è ricorrente nelle politiche del lavoro – si pensi, tra le altre, alla direttiva sul gender pay gap che l’Italia dovrà recepire entro giugno – gli accordi di non assunzione si collocano in un’area molto opaca. L’istruttoria dell’Antitrust sta portando all’emersione di un fenomeno in grado di acuire problematiche strutturali del nostro mercato del lavoro. Tutelare la concorrenza in tale ambito significa infatti non solo difendere la crescita salariale, eque opportunità e il benessere della popolazione lavorativa, ma anche incidere sullo sviluppo e la competitività del mercato stesso, che passa dal capitale umano».
E allora come se esce? Un sindacalista di lungo corso come Giuliano Cazzola annota come «l'Antitrust abbia meritoriamente aperto un altro campo di indagine ed è giusto intervenire se davvero si dovesse riscontrare un racket della manodopera qualificata». Per Cazzola infatti «la libera circolazione dei lavoratori è un presupposto di una società aperta e di un’economia libera, altrimenti si ritorna, sia pure in modo indiretto, ad una moderna forma di servitù della gleba. Ma queste pratiche sono un segnale dei tempi». Cosa vuol dire? «La retorica catastrofista dominante ci porta a ragionare di un mondo che non esiste più. Il classico “esercito di riserva” ha ceduto il passo, per la prima volta, ad una grave crisi del mercato del lavoro sul lato dell'offerta determinata dal concorso di diversi fattori: la denatalità che ha ridotto il numero dei giovani, l'inadeguatezza dei percorsi di formazione, la mancanza di strumenti di politica attiva, l'atteggiamento protettivo del welfare familiare. Questi limiti scoraggiano – conclude amaramente Cazzola - anche gli investimenti delle aziende in nuove tecnologie perché non hanno il personale adeguato a gestirle e ammortizzarne il costo».
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