La storia di Ahmed, 5 anni, che non può curare il cancro a Tel Aviv. Perché è di Gaza
Il giudice Winograd ha negato al bimbo la possibilità di ricevere cure salvavita nello Stato ebraico. "Ha ancora l'indirizzo nella Striscia". Ma in realtà risiede a Ramallah, in Cisgiordania, dal 2022

Può un indirizzo di residenza diventare una questione di vita o di morte? Sì, se l’indirizzo in questione si trova a Gaza. Poco importa che la persona – Ahmed (il nome è di fantasia. il resto della storia no, ndr) un bimbo di cinque anni – manchi dalla Striscia dal 2022 quando, insieme alla madre vedova, era stato autorizzato a trasferirsi a Ramallah per ricevere cure adeguate per il tumore di cui soffre. Il male, però, è peggiorato con il tempo. Per salvarsi avrebbe necessità di sottoporsi al trattamento di immunoterapia con anticorpi e al trapianto di midollo osseo. Ma in tutta la Cisgiordania non è possibile. La mamma, con l’aiuto dell’associazione israeliana per i diritti umani Gisha, ha, dunque, chiesto di portare il figlio all’ospedale Tel Hashomer di Tel Aviv, a una sessantina di chilometri di distanza. Una petizione respinta dal giudice Ram Winograd per «ragioni di sicurezza».
Anche un bambino malato può costituire una minaccia se viene da Gaza, ha sostenuto. Dal massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, il confine dell’enclave è blindato «per impedire l’infiltrazione di terroristi». La decisione del governo di Benjamin Netanyahu ha lasciato intrappolati quattromila minori che avrebbero necessità di assistenza oncologica urgente, insieme a settemila adulti. Novecento, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono morti nell’attesa di un permesso sanitario di uscita. Proprio per non fare «differenze indebite» con questi ultimi, il magistrato Winograd ha negato la possibilità di essere sottoposto alla terapia necessaria anche al piccolo richiedente. Quattromila piccoli a rischio vita più uno sarebbe “più equo” di quattromila meno uno. In realtà, il nodo delle evacuazioni mediche dall’enclave è all’esame dell’Alta corte di giustizia di Israele. Il mese scorso, il premier ha ribadito il proprio «no», nonostante il cessate il fuoco. L’avvio – potenziale – della fase due attualmente non ha cambiato le cose: per il varco di Rafah, riaperto, il 2 febbraio, sono uscite in Egitto appena 225 persone. Altre 172 sono rientrare per un totale di 397, meno di un quarto dei 1.600 previsti.
Il piccolo in questione, tuttavia, è già oltre quella frontiera invalicabile e, dunque, non deve attraversarla per curarsi.
Non si tratterebbe, pertanto, di cambiare la legge per parafrasare la nota ballata di Fabrizio De Andrè. Da Ramallah gli spostamenti medici – previa autorizzazione – sono andati avanti dopo il 7 ottobre. Nemmeno questa, però, è stata considerata “un’attenuante” sufficiente per l’ammissione a Tel Aviv di Ahmed. Al contrario, il fatto di vivere a Ramallah – aggiunge la sentenza – rende più facile la sua partenza per la Giordania anche se non è detto che le cliniche di Amman possano dargli i soccorsi necessari. «Spetta ai familiari verificarlo», ha concluso il giudice. In realtà, questi ultimi hanno portato a sostegno della propria istanza referti in cui risulta che solo Israele abbia i mezzi adeguati. Winograd, però, non ha voluto prenderli in considerazione perché «troppo generici». Insomma, il bambino a Tel Aviv non può andare, trapianto o non trapianto.
«Era la mia ultima speranza», ha reagito, disperata, la mamma del piccolo Ahmed che ha già perso il marito, stroncato sempre dal cancro tre anni fa. Duro il commento di Gisha: «Una palese e continua violazione degli obblighi imposti a Israele in quanto potenza occupante dal diritto internazionale... La sentenza fornisce sostegno a una politica illegale che, di fatto, condanna a morte i bambini malati». Nel commento all’Antigone, lo psicoanalista Luigi Zoja afferma: «L’etica che si riduce a regola falcia la vita intorno a sé». In senso letterale stavolta.
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