Annunci e ambizioni, luci e ombre: a che punto è il piano Mattei?

La premier Meloni in Etiopia farà il primo tagliando sui lavori in corso per i Paesi del continente africano: tra risorse mobilitate minori delle attese, importanti progetti idrici e freni legati alla lenta burocrazia locale, ecco la situazione in loco
February 12, 2026
Annunci e ambizioni, luci e ombre: a che punto è il piano Mattei?
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla sede dell'Unione africana, ad Addis Abeba, per l'incontro nel 2023 con l'allora presidente Moussa Faki Mahamat / Ansa
Giorgia Meloni raddoppia sull’Etiopia. E per il tanto strombazzato “Piano Mattei”, annunciato dalla premier come un cambio di paradigma nei rapporti con l’Africa e una vera “strategia d’interesse nazionale”, giunge l’ora di un primo tagliando, operativo e anche politico. A due anni dal primo vertice a Roma, il governo di centrodestra torna a riunire i partner africani – nel frattempo cresciuti da 9 agli attuali 14 Paesi, in attesa di ulteriori ingressi nel 2026 – e a farlo in loco. Per l’occasione si è scelta l’Etiopia, Nazione legata all’Italia per ragioni storiche, dove la presidente del Consiglio torna per la terza volta in meno di tre anni.
I passi avanti non mancano, a sentire le fonti diplomatiche che da oltre 48 mesi lavorano ai progetti che cominciano a prender forma. Solo un paio di esempi: quest’anno è prevista l’apertura, nel sud algerino, di un centro d’eccellenza per la formazione di tecnici, specie in campo agricolo, con l’obiettivo di fare dell’Algeria un Paese esportatore. L’Italia concorre poi, con 110 milioni di euro, a realizzare ad Assuan, in Egitto, un impianto destinato a diventare nel Continente la più grande centrale fotovoltaica e di stoccaggio di energia.
Sono tasselli di una strategia che verrà messa a fuoco nella missione della signora di Palazzo Chigi che, reduce da Bruxelles, si articolerà su due appuntamenti: domani, alle ore 18, accompagnata dal viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, parteciperà al vertice Italia-Africa, all'Aicc Convention center, con una ventina di capi di Stato e di governo. Mentre sabato Meloni prenderà parte, da ospite d'onore, alla plenaria della 39esima Assemblea dei leader dell'Unione Africana, massimo organo politico continentale. Ad Addis Abeba, che ospita il tutto, sono attesi anche i segretari generali dell’Onu, Antonio Guterres, e della Nato, Mark Rutte. Incontri di alto livello per ragionare, tutti assieme, sugli sviluppi di un piano che, bene o male, rappresenta una novità per un Continente spesso descritto come oggetto delle scorribande cinesi o russe.
L’Italia ci prova con un approccio diverso, basato su stabilità e crescita locale, e che ha già prodotto una nostra presenza in Africa «più strutturata e continuativa rispetto al passato». E con un’ottica bidirezionale, che presuppone stabilità anche da questa parte: per questo chi segue da vicino il dossier spera che il suo destino non sia legato alle elezioni 2027 perché, si spiega, «c’è una forte aspettativa africana, non capirebbero se tra un anno chiudesse tutto. È un patrimonio da non disperdere».
Il bilancio che Meloni presenterà indica che, dei 5,5 miliardi di euro annunciati nel 2024, sono stati mobilitati finora oltre 1,3 miliardi. Le risorse provengono dal Fondo italiano per il clima (800 milioni deliberati), dal “Plafond Africa” di Cassa Depositi e Prestiti e anche da una linea multinazionale attivata con la Banca africana di sviluppo. Una modalità innovativa: a ogni euro investito da Roma corrisponde un cofinanziamento dell'istituzione africana, generando un effetto-leva che ha già attirato contributi di Nazioni come Emirati Arabi Uniti e Danimarca. L'impostazione perseguita dal Governo «non si limita a progetti spot», viene spiegato, e ha come punto di partenza «il metodo dell’ascolto».
Dal confronto è emersa la priorità data alla disponibilità di acqua, principale variabile per la sicurezza alimentare e anche sociale. In Marocco, così, l'Italia è capofila di un ambizioso progetto idrico insieme a Francia, Germania e Commissione Europea, segno dell'integrazione del Piano Mattei nel quadro del “Global gateway” dell'Unione Europea. Seguono altri 5 capitoli: energia (basilare in un’area dove ancora 7-800 milioni di persone ne sono privi, a questo scopo proseguono interventi in Mozambico e Tanzania), sanità, agricoltura, formazione (a Caserta è appena stata inaugurata una scuola per 1.320 dirigenti africani) e infrastrutture (vedi la partecipazione italiana al “Corridoio di Lobito”, infrastruttura di 1.600 chilometri che collegherà l'Africa dall'Angola allo Zambia, passando per la Repubblica democratica del Congo).
Inevitabile è l’intreccio con l’obiettivo di contenere le migrazioni illegali, anche se a Palazzo Chigi si punta a tenerlo sullo sfondo. Tuttavia, gli addetti ai lavori sostengono che «se riusciamo a migliorare l'accesso ai servizi essenziali, a formare e, forse, creare lavoro, questo consente alle persone di scegliere se restare nel proprio Paese o migrare legalmente. È una conseguenza indiretta». Un esempio è la Tunisia: il memorandum siglato avrebbe contribuito a una riduzione definita significativa degli arrivi irregolari. Analogamente, progetti in Senegal e Costa d'Avorio, realizzati con l'Ifad in aree particolarmente fragili, contribuiscono a stabilizzare territori esposti a forti pressioni migratorie. Un’ultima sottolineatura riguarda l’interesse raccolto: del piano, Meloni si è trovata a parlare, su richiesta, anche in Corea del Sud, tappa di una delle ultime missioni all’estero. Resta, però, l’ostacolo delle burocrazie africane: ben più lente di quella italiana (che qui anzi vorrebbe “correre”), per ora stanno frenando diversi progetti.

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