L'impegno nell'accoglienza e lo sguardo (diverso) sull'immigrazione

Nelle periferie e nelle parrocchie, chi vive ogni giorno l’accoglienza conosce difficoltà e speranze dell’integrazione, contrastando paure e stereotipi con gesti concreti di solidarietà
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May 24, 2026
L'impegno nell'accoglienza e lo sguardo (diverso) sull'immigrazione
/Foto Siciliani
C’è un “realismo della carità” che porta a guardare ai problemi posti dall’immigrazione con occhi diversi sia dal buonismo d’ufficio di certa sinistra salottiera, sia dal cinismo di una destra che usa anche dei più drammatici episodi di cronaca per aizzare la gente contro gli immigrati, specialmente quelli di fede musulmana.  Proprio chi è impegnato nella capillare rete di accoglienza delle comunità cattoliche sa, per esperienza, quanto sia impresa complicata l’integrazione nel nostro tessuto sociale della seconda generazione di immigrati. Non chiude gli occhi di fronte alla realtà: giovani che crescono in situazioni di povertà ed emarginazione, strattonati tra due culture – quella dei Paesi di origine dei propri familiari e quella dei loro coetanei italiani – in continua e talvolta irrisolta tensione. Chi pratica “la carità dal basso”, nelle parrocchie di periferia, vede la realtà di famiglie bisognose, italiane, esasperate da una mancanza di sicurezza che fanno risalire, non sempre senza ragioni, alla presenza di una immigrazione fuori controllo.
Come vede, anche, quelle stesse famiglie italiane spesso “adottare” con simpatia l’immigrato di colore che davanti al supermercato di zona si offre di aiutare le donne più anziane a portare le buste o vende calzini o tovaglie disposte a basso prezzo in un carrello della spesa. Volti e contraddizioni di una stessa realtà. Regolare l’afflusso di immigrati può essere visto, in questi contesti, non come un atto di odio ma come una necessità, per rendere più gestibile una convivenza. Perché, lo ha detto più volte anche papa Francesco, un’accoglienza senza integrazione crea solo ghetti, e quindi frustrazione, risentimento: miscela di sentimenti che possono esplodere in violenza. Questo vede una carità operosa e realista, che non si compiace di sé stessa ma prova a dare gratuitamente una mano a chi ne ha bisogno, italiani e immigrati.
Ma questa carità vede anche, con ripugnanza e indignazione, certi talk show televisivi e i titoli martellanti dei giornali filoleghisti che fomentano solo gli umori peggiori della gente, diffondendo ad arte pregiudizi e menzogne. Come se dietro a ogni immigrato si celi un potenziale delinquente o un latente terrorista, per il solo fatto di essere arrivato su un barcone e osservare la religione islamica. L’idea malsana che l’integrazione di uomini e donne musulmane nel nostro Paese sia quasi geneticamente impossibile. Campagne di disprezzo e falsità che, per alimentarsi, devono nascondere la realtà di tante esperienze positive. Basti pensare al fiero contributo che tanti figli di immigrati di colore stanno dando ai successi dei colori azzurri nell’atletica leggera. O al volto sano e pulito di Sayf al festival di Sanremo. Ma anche ai giovani nordafricani che a Modena, come in precedenti episodi, non hanno esitato a correre in difesa degli aggrediti o a disarmare l’autore di atti di barbara violenza. Si tratta solo delle punte più visibili di una realtà sociale più estesa. In Italia gli immigrati musulmani sono circa un milione e mezzo: la grande maggioranza è composta da famiglie oneste, che accettano i lavori più umili rifiutati dagli italiani, con paghe ai limiti dello sfruttamento ed orari massacranti. Padri e figli musulmani che meritano solo il nostro rispetto, anche quando vanno in moschea a pregare o praticano il digiuno del Ramadan. Grida vendetta al cospetto di Dio l’offesa che viene loro arrecata da questa propaganda becera, finalizzata solo a guadagnare lettori o consensi elettorali.

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