Trump ha visto Netanyahu a porte chiuse e ha insistito sul negoziato con l'Iran

di Elena Molinari, New York
Gli obiettivi di Usa e Israele non sono del tutto sovrapponibili, al momento: all'America interessa impedire che Teheran sviluppi l'atomica, mentre Tel Aviv chiede garanzie ampie su missili e milizie, temendo un accordo al ribasso. Intanto Netanyahu è entrato nel Board of Peace per Gaza
February 11, 2026
Trump ha visto Netanyahu a porte chiuse e ha insistito sul negoziato con l'Iran
Manifestanti anti-Israele a Washington, in occasione dell'incontro tra Trump e Netanyahu alla Casa Bianca / Afp
Un incontro lungo, interamente a porte chiuse, senza conferenze stampa né immagini ufficiali. Dal colloquio alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu (il settimo da quando il presidente Usa è tornato al potere) è emerso soprattutto un punto: la diplomazia con l’Iran deve continuare, almeno per ora. Il presidente americano ha definito il faccia a faccia «molto buono», ma ha chiarito che nessuna decisione definitiva è stata presa, se non la volontà di proseguire i negoziati per verificare se un accordo con la Repubblica islamica sia possibile. «Se si potrà raggiungere un’intesa sarà la soluzione preferibile — ha scritto sui social –. Se non sarà possibile, vedremo quale sarà l’esito». Un riferimento a un possibile intervento armato ribadito anche dal vicepresidente americano J.D. Vance: «Il presidente punta a un accordo – ha detto – ma se non sarà possibile, altre opzioni restano sul tavolo». Il capo della Casa Bianca ieri ha anche ricordato i bombardamenti americani di giugno contro siti nucleari iraniani e ha avvertito che, se Teheran rifiutasse un’intesa, Washington potrebbe adottare «misure molto dure».
Gli Stati Uniti insistono su un obiettivo non negoziabile: impedire che Teheran sviluppi l’atomica. Trump ha ribadito che un buon accordo dovrebbe garantire «niente armi nucleari, niente missili». La pressione sull’Iran si gioca su più livelli. Da un lato, il negoziato avviato in Oman sul nucleare, dall’altro, il rafforzamento militare statunitense nella regione, con l’ipotesi di inviare una seconda portaerei nel Golfo. Israele spinge perché l’accordo non si limiti all’atomica ma includa anche i missili balistici e il sostegno iraniano ai gruppi armati regionali. Teheran, però, ha già fatto sapere che la propria capacità missilistica è «non negoziabile» e accetta di discutere solo il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni.
L’Iran afferma che le sue attività nucleari hanno fini civili, mentre Stati Uniti e Israele temono un ritorno a progetti militari, visti anche i recenti segnali di ricostruzione delle capacità missilistiche e di difesa del Paese. Dopo la guerra di dodici giorni dello scorso anno e i raid congiunti contro infrastrutture nucleari iraniane, la Repubblica islamica ha visto indebolirsi la propria influenza regionale, proprio mentre le milizie alleate in Gaza, Libano, Yemen e Iraq venivano colpite e la caduta dell’alleato siriano Bashar al-Assad riduceva la portata strategica di Teheran.
Questa presunta debolezza dell’Iran fa temere al premier israeliano che gli Stati Uniti possano accettare un accordo limitato al nucleare. Per questo Netanyahu ha presentato ai funzionari del governo americano un dossier di prove che il regime iraniano avrebbe continuato a massacrare i suoi cittadini anche dopo che questi avevano dichiarato che avrebbero smesso, e che gli iraniani non avrebbero mai avuto intenzione di discutere alcuna questione non nucleare.
Nonostante la tradizionale sintonia tra i due leader, dunque, emergono sfumature diverse, con Israele che chiede garanzie più ampie su missili e milizie. Se per ora la diplomazia resta aperta, il margine per un accordo appare stretto. E, come hanno riconosciuto entrambi i leader a Washington, molto dipenderà dalle prossime mosse di Teheran.
Ieri intanto Netanyahu è entrato ufficialmente nel Board of Peace per Gaza, mentre Londra ha condannato con forza le recenti decisioni israeliane di espandere la presenza nei territori occupati della Cisgiordania, definendo «inaccettabile» qualsiasi tentativo unilaterale di modificare geografia e demografia palestinese.

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