La speranza dopo la colpa: la lezione di Wiechert tra le macerie della Germania

Torna il "Discorso alla gioventù", pronunciato nel 1945. Il suo umanesimo religioso rappresentò il contraltare al raziocinio di Thomas Mann. Pagò l'opposizione al nazismo con l'internamento a Buchenwald
February 11, 2026
La speranza dopo la colpa: la lezione di Wiechert tra le macerie della Germania
Ernst Wiechert
Definire Ernst Wiechert un avversario di Thomas Mann è un’esagerazione, ma non c’è dubbio che la differenza fra i due autori faccia affiorare un’alternativa all’interno del Novecento tedesco. Il più anziano e longevo fu Mann, nato nel 1875 e morto nel 1955 con gli onori del Nobel ottenuto già nel 1929 e con lo statuto indiscusso di coscienza della nazione. Wiechert, che nelle fotografie ha un aspetto curiosamente antiquato, era il più giovane, classe 1887, e fu il primo ad andarsene nel 1950, poco dopo aver ultimato Missa sine nomine, che è considerato il suo capolavoro. In quel romanzo (la cui edizione italiana più recente risale al 2011, per i tipi di Àncora) Wiechert indicava come possibile e forse unica via d’uscita dagli orrori del nazismo e della guerra una rinascita spirituale che assumeva i connotati di un mistico e quasi sognante ritorno alla semplicità della terra. E La vita semplice è un altro titolo importante nella sua opera, uscito nel 1939 e attualmente disponibile da Servitium, mentre nei mesi scorsi La nave di Teseo ha riportato in libreria Novella pastorale, originariamente datata 1935. Da Bompiani, invece, esce oggi Dissotterrare l’amore (a cura di Gabriella Pandolfo, pagine 96, euro 13,00), ovvero il Discorso alla gioventù tedesca che Wiechert aveva pronunciato a Monaco di Baviera l’11 novembre 1945, a disfatta appena avvenuta, e che a suo tempo era arrivato in Italia per iniziativa di Ave, la casa editrice dell’Azione Cattolica.
La componente religiosa è uno degli elementi predominanti nell’ispirazione dello scrittore, che non per niente in Missa sine nomine assegna il ruolo di protagonista a un parroco di campagna molto diverso dal curé di Bernanos. Anche nell’analisi politica, laddove Mann è raziocinante fino alla Realpolitik, Wiechert si conserva fedele ai princìpi e perfino allo stile di una tradizione umanistica che può apparire inattuale, se non addirittura inefficace. La sua vicenda biografica va però in senso opposto. Nel 1933, quando Hitler sale al potere, Wiechert non sceglie l’esilio, come subito fa Mann, ma rimane in Germania, affrontando tutte le conseguenze del caso: il licenziamento dal Provveditorato di Berlino, il controllo poliziesco, l’internamento nel lager di Buchenwald, che in Dissotterrare l’amore viene ribattezzato Totenwald, La selva dei morti, come il libro al quale lo scrittore aveva messo mano negli anni della dittatura (Skira lo ha riproposto nel 2015). Wiechert fu insomma uno degli esponenti più illustri della cosiddetta Innere Emigration, l’“emigrazione interna” nei cui confronti lo stesso Mann si espresse in termini fortemente critici. Per l’autore dei Buddenbrook, il fatto di non lasciare la Germania configurava di per sé una situazione di connivenza con il regime: l’autoesclusione dalle attività pubbliche e il rifiuto di aderire alla propaganda non esentavano un intellettuale dall’accusa di complicità, neppure se quell’intellettuale era un narratore di talento come Wiechert. L’eco della polemica risuona in Dissotterrare l’amore, ma l’ammissione di una colpa collettiva («Rimanemmo a guardare. Sapevamo tutto. Tremavamo per l’indignazione e l’orrore, ma rimanemmo a guardare») non impedisce di immaginare un «nuovo inizio» che ha, una volta di più, i connotati di una risurrezione. Fin dalle prime battute del Discorso, segnate dal richiamo esplicito al «germe dell’Apocalisse», la riflessione ha un’intonazione religiosa, che non si esaurisce in mera esortazione morale. La Germania, osserva Wiechert, era il Paese in cui ogni casa aveva fiori alla finestra e ogni famiglia possedeva una Bibbia. Il peccato di questo popolo è consistito nel lasciarsi sedurre dai falsi dèi della croce uncinata, parodia blasfema della vera Croce.
Certo, Dissotterrare l’amore ha un andamento più suggestivo che persuasivo, è un atto di espiazione e non un’indagine sociologica. Ma la raffigurazione dell’Anticristo, e cioè del Führer, come un parvenu spinto da risentimento (meglio: «come un servo che si prende il palazzo del padrone, con gli stivali sporchi risonanti di catene rubate») conserva una forza e un’esattezza che vanno molto oltre gli espedienti della retorica. Non meno potente è l’appello rivolto ai giovani, la generazione che più di ogni altra ha patito l’inganno della violenza. Tocca a loro «dissotterrare l’amore dalle macerie dell’odio». La missione è ancora urgente, anche se in questi ottant’anni sono cambiate le mappe e le bandiere. Solo la guerra rimane sempre uguale a sé stessa.

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