Reddito di creatività, un passo avanti irlandese

Dopo tre anni di sperimentazione, Dublino rende stabile la misura economica di sostegno all’arte. In 2.000 hanno ricevuto 325 euro a settimana. Un modello?
February 10, 2026
Reddito di creatività, un passo avanti irlandese
Daniel Von Appen / Unsplash
Se non è una svolta storica per la politica culturale europea, poco ci manca. L’Irlanda ha deciso di trasformare in misura permanente, a partire da quest’anno, il cosiddetto Basic Income for the Arts (BIA), un reddito di base destinato specificamente agli artisti e ai lavoratori creativi. Dopo tre anni di sperimentazione, il governo di Dublino ha confermato l’inserimento della misura nella legge di bilancio come parte integrante delle politiche sociali e culturali del Paese, segnando un momento senza precedenti nella storia della tutela della creatività in Europa. Il programma, lanciato nel 2022 dal Ministero della Cultura irlandese, era nato in via sperimentale per contrastare la precarietà economica che da sempre caratterizza il lavoro artistico e creativo. Duemila persone, scelte attraverso un sorteggio anonimo, hanno ricevuto per tre anni un sostegno di 325 euro a settimana senza condizioni particolari, se non la dimostrazione di essere impegnate in attività artistiche professionali.
I risultati della sperimentazione, stando ai dati ufficiali, sono stati molto significativi. Gli artisti coinvolti hanno potuto dedicare più tempo al proprio lavoro, incrementando la produzione culturale e ottenendo benefici in termini di salute mentale, stabilità economica e partecipazione sociale. Un rapporto del Dipartimento della Cultura, elaborato in collaborazione con Alma Economics, ha stimato oltre 100 milioni di euro di benefici sociali ed economici, con un ritorno di 1,39 euro per ogni euro speso. I costi complessivi del programma sono risultati peraltro inferiori alle previsioni iniziali: 72 milioni di euro invece dei 105 preventivati.
La scrittrice e sceneggiatrice Cat Hogan, risultata nell’elenco dei beneficiari del triennio di sperimentazione, ci confessa che il reddito di base le ha davvero cambiato la vita: «Da genitore single con un reddito modesto fuori dal settore artistico, ho potuto ridurre le ore di lavoro e andare a prendere mio figlio a scuola ogni giorno. Negli ultimi tre anni ho scritto due romanzi. Il contributo è stato importante anche sul piano psicologico: non si trattava di un sussidio o di assistenza sociale, ma di una forma di impiego». Alla base della misura c’è l’idea che chi produce cultura debba essere messo nelle condiIrlanda chiama Europazioni di lavorare per il bene della società intera. Eppure l’Irlanda è un Paese che ha fragilità sociali significative legate al costo della vita e una grave crisi abitativa amplificata dalle disuguaglianze economiche. È dunque lecito domandarsi perché il governo abbia deciso di sperimentare il reddito di base proprio per chi lavora nelle arti piuttosto che in altri campi. L’idea del Basic Income for the Arts è nata durante i lockdown per il Covid – periodo in cui l’importanza della cultura è stata amplificata –, ha ottenuto un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica e tutti i partiti dell’arco istituzionale si sono impegnati a estenderlo.
Tuttavia, il programma non è privo di criticità. «Premetto che non ho presentato domanda per ottenere il reddito di base perché fortunatamente non ne ho bisogno – ci dice lo scrittore William Wall – ma il primo limite è fin troppo chiaro. Si tratta di un salario minimo per alcuni artisti, una selezione di essi, non per tutti. Inoltre, temo che un artista pagato dal governo rischi di diventare in un certo senso un dipendente dello Stato, con conseguenze sulla libertà di espressione. In Irlanda molti scrittori evitano già con cautela di esporsi politicamente per non rischiare di compromettere la propria carriera. Sarebbe stato preferibile un sistema basato sul reddito complessivo dell’artista, come accade con le agevolazioni fiscali sui libri, che hanno comunque contribuito alla creatività del Paese».
Il BIA ripartirà a settembre per un nuovo gruppo di duemila beneficiari escludendo in partenza chi ha già partecipato alla fase sperimentale. Quelli come Cat Hogan si trovano quindi nella posizione di dover cercare un impiego al di fuori del settore creativo: «Nella zona in cui vivo non è affatto facile trovarlo», ci confessa. «Il programma mi aveva permesso di concentrarmi sulla mia arte, ma adesso sarò costretta a inserirmi di nuovo nel mercato del lavoro».
L’Irlanda ha una lunga tradizione di sostegno agli artisti. Nel 1969, anno del Nobel per la Letteratura a Samuel Beckett, fu introdotto per legge il principio che gli scrittori non dovessero pagare tasse sulle loro opere. Una legge pensata per trattenere i talenti irlandesi, come ricordò il ministro delle Finanze dell’epoca, Charles Haughey, durante una memorabile polemica con lo scrittore inglese Frederick Forsyth, che chiese la cittadinanza irlandese per approfittare degli sgravi fiscali. Dal 2015 l’esenzione è limitata a 50mila euro annui, con ulteriori forme di supporto per i professionisti della scrittura.
A livello europeo, l’esperienza irlandese resta per ora un caso isolato. In Francia, gli intermittents du spectacle ricevono un’indennità di disoccupazione vincolata ai contributi e al lavoro effettivamente svolto; in Germania, la Künstlersozialkasse copre i costi assicurativi e previdenziali; nei Paesi nordici, borse artistiche pluriennali garantiscono stabilità solo a una platea ristretta. L’Irlanda compie un passo ulteriore, riconoscendo il lavoro creativo come attività da sostenere in via continuativa, indipendentemente da bandi o risultati immediati.
John Baker, politologo dell’University College di Dublino, resta comunque critico nei confronti dell’iniziativa: «È come un farmaco sperimentale per una malattia cronica che dimostra di funzionare. La cosa naturale sarebbe estenderlo a tutti, invece viene concesso soltanto un gruppo selezionato che cambia ogni volta. Il governo lo considera un sostegno alle arti, non alle persone in condizione di precarietà: è una scelta politica, ma rischia di limitare il potenziale reale del programma».
Nonostante le critiche, la decisione di rendere permanente il BIA posiziona l’Irlanda come laboratorio politico e culturale in Europa. La trasformazione di un esperimento in politica pubblica solleva domande fondamentali: quale valore attribuiamo all’arte? In che modo uno Stato moderno sostiene la creatività, se non attraverso bandi occasionali? A settembre, con l’avvio della prima fase permanente, l’Irlanda offrirà un caso di studio prezioso per altri Paesi interessati a modelli analoghi, anche in presenza di condizioni socioeconomiche differenti. In un momento in cui molte nazioni riflettono sul ruolo dello Stato sociale e sul valore del lavoro non standardizzato, la scelta irlandese lancia un segnale chiaro: la cultura non è solo un bene simbolico, ma un investimento reale per la società intera.

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