Adesso gli attori di Ollivud sognano di vincere un vero Oscar
La casa di produzione aretina Poti Pictures è la prima al mondo a impiegare disabili intellettivi e psichici. Un progetto di inclusione che non cerca sconti: «Siamo attori veri, alle proiezioni per persone speciali non andiamo»

Esistono le star viziate ed isteriche di Hollywood e poi ci sono le stelle fisse e delicate della Poti Pictures: la prima casa di produzione cinematografica al mondo per e con persone con disabilità intellettive e psichiatriche. Una lucida follia, quella che vent’anni fa, ha indotto Daniele Bonarini a mettere in piedi una fabbrica di sogni di celluloide come questa, le cui origini partono dall’alto, dalle Alpi di Poti da cui prende il nome. «Poti è sulla via di Francesco, sul versante di San Sepolcro che porta a La Verna, e noi lassù, in cima a quella “collinona” di mille metri, abbiamo cominciato a fare cinema l’estate del 2005 usando una telecamerina e come set la colonia delle suore di Poti con i ragazzi della comunità dei Cappuccini e della Cooperativa Il Cenacolo», racconta il deus ex machina Bonarini che ricorda divertito quei primi sketch e quelle parodie dei film famosi registrate e presentate nelle serate sotto le stelle con proiezioni sponsorizzate dalla finta egida della Paramount o della Eagle Pictures con l’assegnazione degli Oscar ai migliori interpreti. «Ci accorgemmo subito che questo tipo di attività piaceva troppo ai nostri ragazzi. La notizia da un’estate all’altra si sparse a valle e ad Arezzo incontravo altri ragazzi con disabilità che mi fermavano dicendo: “Mi fai fare un film anche a me?”». Ciak dopo ciak, ed entrando a far parte integrante de “Il Cenacolo” (la cooperativa gestisce un ristorante e un’impresa di imballaggio scatole per Prada) la Poti Pictures ha iniziato a farsi un nome, scavallando al di là dell’aretino per conquistare un consenso popolare inaspettato. Tra corti e spot oltre 100 le opere cinematografiche realizzate in vent’anni e una bacheca dagli scaffali riempiti dai premi ricevuti. «Per arrivare a tutto questo abbiamo lavorato tanto e soprattutto siamo riusciti a trasmettere il messaggio più importante: noi non facciamo il cinema come terapia, ma per consentire a ognuno dei nostri attori di esprimere le proprie potenzialità tenendo conto dei limiti psicofisici da cui partono. Quando entrano alla Poti Pictures la prima cosa che gli diciamo brutalmente è: tu per come sei messo non potrai mai fare l’attore professionista. Però, con un corso di formazione di un anno, tanto ci vuole per imparare a realizzare un cortometraggio, riusciamo sempre a centrare l’obiettivo principale che è quello che si trova scritto nella Convenzione Onu del 2006. All’articolo 30 si parla di “cambiare i contesti e non le persone”. E il nostro contesto è fatto di professionisti che scrivono sceneggiature e di maestranze che creano set su misura per andare incontro a una trentina di ragazzi che con i loro limiti, uniti a una spontaneità disarmante, imparano ad esprimersi davanti a una cinepresa».
Tutto ciò accade ai Poti Pictures Studios in cui è presente l’Academy, di cui è madrina l’attrice Claudia Gerini e primo grande sostenitore l’attore e regista Alessandro Benvenuti. «Il nostro duplice scopo è abbattere il pregiudizio riguardo alla disabilità e farlo con una nuova narrazione in cui arriviamo a comprendere e valorizzare le diverse abilità dei ragazzi. Un percorso che si concretizza in tre fasi: la training class, in cui operano attori professionisti e mental coach che preparano e formano i ragazzi; la master class che li porta a lavorare a progetti cinematografici su commissione (l’ultimo spot l’ha commissionato la Regione); la social class, lavoro di sensibilizzazione su tematiche sociali che vengono divulgate anche attraverso i social, che usiamo e di cui insegniamo a non abusare». Questo percorso ha avuto il benestare dell’Università di Siena e a quello di Bonarini si è aggiunto l’impegno a tempo pieno del suo sodale, il produttore esecutivo Michele Grazzini. Una produzione vasta quella di Poti Pictures che ha ormai i suoi cult, come Uonted. «Il corto più costoso realizzato fino ad oggi, una troupe di 50 persone e un investimento economico importante. Ma va considerato che lavoriamo sempre in grande economia, perché per un prodotto di qualità serve almeno un budget da 1 milione e mezzo di euro, che noi non abbiamo mai. Risparmiare vuol dire far fare ai ragazzi anche 4 ruoli a testa». Uonted ha vinto 34 premi nei vari festival in cui è stato presentato e ottenuto l’ingresso nel prestigioso circuito Bafta. Attualmente è possibile vederlo sulla piattaforma di Amazon Prime. «Una grande soddisfazione, frutto di sacrifici condivisi con tutti i nostri attori. Non sopporto l’etichetta fatua di “ragazzi speciali” appiccicata a chi ha una disabilità. Di speciale in loro ho visto il peso sostenuto in certe riprese notturne durate anche 11 ore. Così come speciale è stata la risposta alla prima “crisi da prestazione” che prese al nostro Paolo Cristini che si bloccò davanti alla cinepresa e io non sapevo più cosa fare… I tecnici di Cinecittà che mi dicevano: “Aho, bombalo e annamo avanti”, cioè taglialo e chiudiamo il film. Ero disperato, allora mi ricordai della psicologa Sara Borri che lavorava da tempo con un certo tipo di disabilità e gli chiesi di raggiungerci. Con il suo aiuto Paolo si sbloccò, finimmo il film e dieci anni dopo i suoi genitori ci hanno detto: “Non sappiamo come ringraziarvi, Paolo con il cinema è cambiato tanto e in meglio”. Ai suoi silenzi tenebrosi oggi Paolo oppone i pugni sul tavolo e il suo legittimo “Voglio parlare!”».

Paolo è uno dei due attori a libro paga della Poti Pictures con Tiziano Barbini, affetto da malattia rara (cromosoma 15 ad anello, due casi in tutta Europa) il protagonista di Uonted che rivendica la sua professionalità: «Io il cinema non lo faccio per gioco, mi pagano. E quando entro sul set mi sento “ramboso”». Il suo “ramboso” intanto lo giriamo al vaglio dell’Accademia della Crusca. Con Tiziano e Paolo si muove una piccola tribù di altri venti aspiranti “protagonisti”, come Angelo Giardili, mago degli stop motion dei Lego, tecnica con cui è stato girato Gerry, un corto drammatico che parla della elaborazione di un lutto per la morte della zia. La produzione avanza senza sosta e quello che era un sogno di una notte di mezza estate di tanto tempo fa si è realizzato sul serio. «Come nelle favole, la vera Eagle Pictures alla fine è arrivata e, grazie soprattutto all’aiuto del produttore e amico Salvatore Lizzio, ha prodotto il nostro corto Il portiere. Una storia ambientata in un orfanotrofio, nel 1944, con i nazisti che rapiscono il portiere della squadra di calcio e i suoi compagni fanno di tutto per andare a liberarlo – spiega orgoglioso Bonarini -. Il protagonista è Alessio Boriosi, un ragazzino che come Paolo e molti altri, a detta dei genitori è cambiato tanto dopo questa prova». “Ragazzino/a” è l’espressione ricorrente usata per un gruppo composto per lo più da under 25, come Sara Senesi.
«Sara, che è affetta dalla sindrome di Williams, ci metterebbe la tenda alla Poti Pictures e senza giri di parole ti dice: “Io voglio fare l’attrice!”. Tempo fa ci avrei riso su, ora dopo che al Festival di Venezia siamo stati ammessi nella short list tra più di 2mila titoli selezionati, al termine della proiezione de Il portiere ho sentito dire al produttore: “Ma i disabili dov’erano? Questo per me è il vero senso dell’inclusione. La prova provata rispetto a una parola di cui in troppi si riempiono solamente la bocca». Fare inclusione alla Poti Pictures vuol dire rischiare in proprio. «Noi ci mettiamo la faccia ogni volta e non possiamo fallire, anche quando i finanziamenti non bastano siamo chiamati a fare il massimo. Però, più che i soldi a noi servono continuamente professionisti che mettano a disposizione dei ragazzi il loro tempo e la loro esperienza sul campo». In passato, un finanziamento importante è arrivato anche dalla Chiesa cattolica con l’8 per mille. «Fondi che sono serviti a far crescere la Poti Pictures Academy. Successivamente, anche il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ci hanno commissionato 4 video in cui abbiamo raccontato il contributo dei fedeli con disabilità provenienti da 5 continenti, in risposta all’invito di Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti: “Bisogna avere il coraggio di dare voce a quanti sono discriminati per la condizione di disabilità”. Papa Francesco purtroppo non siamo riusciti ad incontrarlo, perciò ora uno dei sogni sarebbe conoscere papa Leone XIV. I nostri ragazzi morirebbero di gioia, e poi noi proveniamo dal Terzo Ordine Francescano Secolare». L’altro sogno della Poti Pictures è realizzare il primo lungometraggio. «Da nove anni lavoriamo a Ollivud, lo spinoff di Uonted, storia di due ragazzi che scappano dalla Casa del Sorriso. Un vero film dal costo di un milione e mezzo, che per il cinema è low budget. Nel frattempo, sperando che arrivi qualche risorsa per coronare il sogno, lavoriamo per realizzare il nostro obiettivo: trasformare la visione della disabilità guidati dallo spirito di “rinascimento” della persona e puntando anche alla partecipazione in festival importanti. Ormai capita sempre di meno, ma quando ci hanno invitato a proiezioni nella sezione film per “persone speciali” ci siamo rifiutati di prendervi parte. Per noi, lo ribadisco fino allo sfinimento, non esiste l’accezione speciale abbinata alla disabilità. I nostri attori oggi sanno che anche se cammini o parli male, non per questo devi rinunciare alla bellezza che è anche quella di fare un film. Perciò, tra noi ce lo diciamo spesso e senza dover passare per matti: ora vogliamo l’Oscar, ma quello vero».

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