Perché sono ancora nella Chiesa, io che scrivo questo articolo?

Dalla domanda che si pose Ratzinger al Vangelo che genera domande: perché restare, contro il "quiet quitting" della fede? La risposta nasce da tanti volti di persone che si sono affidate a Cristo e non hanno chiesto nulla in cambio
February 10, 2026
Perché sono ancora nella Chiesa, io che scrivo questo articolo?
La statua del Cristo Salvatore della cattedrale armena di Leopoli, in Ucraina, viene rimossa insieme ad altre opere d'arte della città e portata al sicuro in un bunker
Perché sono ancora nella Chiesa?, si chiedeva nel 1970, a Concilio da poco concluso, il teologo Joseph Ratzinger, che nel 2005 sarebbe diventato Papa con il nome di Benedetto XVI. La sua risposta di allora è importante, ma più importante ancora – anzi, esemplare e decisiva – rimane la domanda, che ogni credente non può fare a meno di porsi in qualche momento della vita. Se questo non accade, se l’abitudine prevale sull’inquietudine, è perché anche nella Chiesa esiste ed è ormai consolidato il fenomeno noto come quite quitting: non si lascia il proprio posto, non si danno le dimissioni, semplicemente ci si limita a fare il minimo indispensabile. Il problema è che l’esperienza di Chiesa è espressione della fede e nella fede non esiste la modica quantità. La fede è un modo di amare e l’amore, finché resta vivo, è forte come la morte, e cioè tenace, ostinato, senza misura.
Perché siamo ancora nella Chiesa, dunque? E da dove viene una domanda come questa? Qui la risposta è facile: è il Vangelo a generare la domanda che Ratzinger sceglie di assecondare in un momento storico già caratterizzato dallo smarrimento tra i battezzati. Il Vangelo, infatti, è un libro di domande, meravigliose domande che il Signore rivolge alla comunità dei discepoli e, nello stesso tempo, a ciascuno di loro, individualmente e personalmente. Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? Volete andarvene anche voi? E ancora, nel marasma della folla che gli si stringe attorno, l’imprevedibile e commovente «chi mi ha toccato?» che costringe l’emorroissa a pronunciare la sua preghiera. Indimenticabile, tra tutte, la domanda destinata a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Che gli altri mi amano lo so già. Ma tu, proprio tu: tu mi ami? Le risposte di chi ci ha preceduto o ci accompagna nel tentativo di diventare cristiani possono essere d’aiuto, a patto che non diventino un alibi o, peggio, un nascondiglio. Ognuno deve trovare la sua risposta, perché è a ciascuno e a ciascuna di noi che il Vangelo parla. Alla nostra scalcinata umanità, alla nostra storia irripetibile e imperfetta. Per quel che vale, provo a formulare la mia, di risposta. Non deriva dai libri che ho letto né dalle conferenze che ho ascoltato. Non deriva neppure dai capolavori dell’arte, della musica e della letteratura, non dai monumenti del pensiero. Sono grato per ogni parola e immagine, per ogni armonia e sillogismo, ma dentro di me so che non è questo ad avermi persuaso, a persuadermi anche oggi. Troppi ne ho conosciuti che citano Dante a memoria e non credono nel Paradiso. Nemmeno Dante – l’immenso, il prodigioso Dante – dà la risposta. Permette di dare forma alla risposta, questo sì. Ma la risposta va trovata in solitudine. È sempre una questione privata. La più privata, la più segreta delle questioni. Perché sono ancora nella Chiesa, io che scrivo questo articolo? Perché ho avuto la grazia di vedere che cosa può fare il Vangelo nella vita di un essere umano. Ho in mente volti, voci, nomi di persone che si sono affidate a Cristo e non hanno chiesto nulla in cambio. Non onori, incarichi, riconoscimenti. Hanno lasciato che la Parola attecchisse in loro e il resto è venuto da sé, con la naturalezza di un seme che germoglia. Sono persone miti, che hanno già ereditato la terra, anche se gli altri non se ne sono accorti e continuano a contendersi un potere che non può appartenere a nessuno. La mia risposta sono persone così, la cui esistenza è intessuta di un nascondimento che il mondo considera sconfitta e che invece è una luce inestinguibile e sottile, da scrutare in penombra, nel silenzio.
Queste persone non sono molte, lo ammetto, ma sono in maggioranza sacerdoti, e quasi tutti sacerdoti ambrosiani. Non per una particolare concentrazione di santità in un determinato luogo, si capisce. Abito a Milano da quand’ero bambino, è fatale che la statistica giochi a vantaggio della Diocesi che fu di san Carlo Borromeo. Potrei fare l’appello un po’ in tutta Italia, isole comprese, ma sono sicuro che i convocati lo patirebbero come un torto. Loro neppure lo sanno che se, nonostante tutto, sono ancora nella Chiesa è grazie alla loro testimonianza involontaria. Nonostante tutto, ho detto, e in quel “tutto” c’è davvero tutto: gli scandali di risonanza internazionale e il povero prete insonnolito che, con la maglietta ancora inzaccherata dal pranzo della domenica, in un pomeriggio di fine estate venne a impartire l’Unzione degli infermi a mio padre e non seppe dire una parola né a lui che rischiava di morire, né a me che rischiavo di perderlo. Si va sul personale, certo. Ma in materia di fede non si va da nessuna parte, se non si va sul personale. Del resto, c’è chi ha lasciato la Chiesa per molto meno di una macchia su una maglietta. Il personale, però, non è l’arbitrario, non è l’egocentrismo dal quale lo stesso Ratzinger esortava ad affrancarsi oltre mezzo secolo fa. «Se oggi non riusciamo più in nulla – affermava nel suo intervento del 1970 –, è solo perché tutti siamo troppo preoccupati di affermare solo noi stessi». Ecco, questo fa il Vangelo nella vita di un essere umano: lo libera dall’ossessione di sé e lo restituisce a sé stesso. Non importa che siano tanti o pochi i testimoni che ho incontrato. Ne basterebbe uno solo, in fondo. E almeno uno c’è, c’è stato, ci sarà sempre. «Rabbì, dove dimori?», gli chiedono i discepoli. Questa volta è il Maestro a rispondere: «Venite e vedrete». Non andate via. Solo così imparerete a guardare.

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