Addio a Virgilio Melchiorre, una vita dedicata alla metafisica

Il raffinato pensatore, scomparso all’età di 95 anni, ha esplorato i confini della dimensione del corpo, dell’eros, del desiderio e del linguaggio
February 7, 2026
Addio a Virgilio Melchiorre, una vita dedicata alla metafisica
Virgilio Melchiorre / Ansa
Il pensiero di Virgilio Melchiorre, da poco scomparso all’età di 95 anni, è stato caratterizzato da due fuochi fondamentali: l’esperienza e l’essere, in un intreccio che dà senso all’esperienza e ricchezza di contenuti all’essere. La sua esplorazione concettuale si è estesa dai primi studi di estetica e su Kierkegaard ai temi della immaginazione simbolica e della storicità, innestando l’insieme sul tronco di una visione antropologica che ha messo in risalto la dimensione del corpo, dell’eros e del desiderio, insieme all’analisi del linguaggio inteso sempre come rivelazione dell’essere. Si può dire che le sue indagini sono state pionieneristiche sia nell’ambito della filosofia di orientamento cristiano sia in quello della filosofia laica, per quanto la distinzione sia da prendere con le molle. All’interno del filone della filosofia cristiana la sua impostazione, debitrice di una formazione acquisita sulle orme della “metafisica” di Gustavo Bontadini, che è da annoverare come è noto anche quale maestro riconosciuto di Emanuele Severino, si è subito qualificata per l’attenzione tempestiva al personalismo di Emmanuel Mounier, introdotto in modo innovativo nella tradizione speculativa della Università Cattolica di Milano. Sul tema della persona gli approfondimenti di Melchiorre sono stati costanti e sono sfociati in una delle sue opere più cospicue: Essere e persona, del 2007. Questo gli ha permesso di dialogare con gli esponenti più significativi del filone spiritualistico della filosofia di ispirazione cristiana, in particolare con Armando Rigobello. Di quest’ultimo Melchiorre fu successore, dopo Enrico Berti (altro punto di riferimento del pensiero filosofico specialmente per gli studi aristotelici), nel presiedere il Centro di Studi Filosofici fondato a  Gallarate (oggi con sede a Roma) nel 1945 e tuttora luogo di convergenza di rilevanti energie intellettuali. In quella veste Melchiorre ideò e portò a termine l’impresa della Enciclopedia filosofica, pubblicata dapprima per Bompiani in 12 volumi e poi in 20 volumi diffusi con il “Corriere della sera”. A tale impresa contribuirono particolarmente i collaboratori che egli seppe reclutare non solo tra i discepoli della sua scuola, legata prima all’insegnamento di Filosofia morale e poi di Filosofia teoretica nella Università cattolica, ma anche in un ampio panorama di competenze su scala nazionale e internazionale. Del resto, le stesse competenze di Melchiorre spaziavano dall’insegnamento più strettamente filosofico a quello che egli impartì e diresse presso la “Scuola superiore di comunicazioni sociali” di quella Università, chiamato a questa responsabilità dal rettore Giuseppe Lazzati. Nei suoi anni più verdi Melchiorre si era pure dedicato a una pièce teatrale trasmessa dalla Rai, maturando abilità apprezzate poi dai cultori delle discipline di “Teatro e spettacolo”.
Melchiorre ha saputo conciliare questo impegno culturale e istituzionale ad ampio raggio con il rigore della speculazione teoretica, sostenuta ammirevolmente dagli opportuni supporti bibliografici. Diversamente non avrebbe potuto redigere studi precisi e puntuali sul pensiero di Kant, del quale ha valorizzato il concetto di analogia superando il cliché del Kant refrattario alla metafisica, e ritornare su quello di Kierkegaard, con l’ultima delle sue fatiche Vie della ripresa, 2016. Nel momento in cui scrivo questa memoria, preso ancora dalla commozione di chi è stato tra i suoi primi discepoli e poi ha ricevuto il dono sua amicizia affettuosa, ho alle mie spalle la fila nutrita delle sue pubblicazioni, tra cui mi limito a segnalare Essere e parola, che ampliò e curò scrupolosamente fino alla quarta edizione del 1993, L’immaginazione simbolica, 1972, che assume l’immaginario come mediazione tra sensibilità e intelligenza, La coscienza utopica, 1970, che offre già le linee di una progettazione creativa della costruzione storica ma senza le rigidità di un disegno geometrico, Ideologia, utopia religione, 1980, dove si traccia il percorso della coscienza fino al cuore dell’esperienza religiosa nella pregnanza della metafora e del simbolo, Corpo e persona, 1987, che abbatte il dualismo tradizionale di anima e corpo in nome della unità dell’umano. Un’opera che custodisce come in uno scrigno l’intero itinerario speculativo di Melchiorre è lo snello Breviario di metafisica, 2011, dove si riesce a parlare dell’Essere sgranando – come spiega l’Autore – uno a uno i luoghi in cui esso si affaccia e cioè dolore e finitezza, alterità e trascendenza, persona e libertà, avendo cura della origine e destinazione universale, o trascendentale, dell’umano. In questo quadro sintetico si possono cogliere anche le caratteristiche più proprie di uno stile di scrittura che si distingue in modo originale e quasi singolare. Infatti lo stile espressivo di Melchiorre non ha cadenze freddamente dimostrative e non costruisce impalcature sistematiche. Consiste piuttosto in un lavoro di scavo e quasi di cesello, grazie al quale temi e concetti prendono forma e vengono alla luce in una tessitura che procede e si dipana a partire da un complesso nucleo iniziale. È uno stile che potremmo chiamare di tipo ostensivo-manifestativo, che corrisponde alla trama dell’esperienza, dove la chiarezza è sempre un guadagno da conquistare attraverso lo sforzo della comprensione. In Essere e parola egli arriva a definire la filosofia come sentimento di meraviglia per l’apparire dell’essere, «per l’essere che si impone sul nulla» e precisa: percezione stupita di un inizio, per qualcosa che compare nella luce del presente e che però potrebbe scomparire, che prima non appariva. È di questa esperienza che si fa voce la domanda formulata, nella modernità, da Leibniz: «Perché c’è qualcosa piuttosto che niente?». Voce che ritorna, ma in termini più radicali nelle parole di Heidegger: «Perché è in generale l’ente e non piuttosto il niente?». E continuando con le sue stesse parole: la domanda si sporge allora verso l’ultimità universale dell’essere, che ora viene inteso come il ni-ente e che in quanto tale appare dalla parte dell’ente come l’abisso vertiginoso, come il nulla su cui ci si sente sospesi. E rilevo da parte mia: il ni-ente di cui Melchiorre dice non è che il modo in cui l’essere infinito si dà all’essere finito, perché, in consonanza con Parmenide, l’essere è e il non essere non è. A voler semplificare, potremmo concludere dicendo che il binomio "essere e persona” è stato il filo rosso della sua elaborazione, ricorrente nelle pagine di numerosi volumi, affidati a una scrittura sempre elegante e letterariamente pregevole. Del resto, egli non si è mai concesso a ‘effetti speciali’ e, anche come relatore, non ha mai concesso nulla all’enfasi stentorea o alle pause ad effetto. La sua misura non solo scientifica ma anche umana è stata esemplare. Su questa via le ricerche e gli interessi dei discepoli che Melchiorre ha coltivato con generosità e discernimento hanno potuto germogliare con libertà, dissodando nuovi campi di indagine.       
  

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